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Scrivere di cinema: La Llorona

di Giuseppe Fadda

In tempi recenti si è parlato molto spesso di rinascita del genere horror, forse impropriamente dal momento che l’horror non ha mai smesso di offrire film stilisticamente ricchi e tematicamente complessi. Ma sicuramente si può dire che il genere, negli ultimi anni, abbia sfornato alcuni prodotti particolarmente significativi: un esempio è The Babadook di Jennifer Kent, in cui la storia dell’orrore cela una profonda riflessione sul dolore e sulla perdita; un altro è Hereditarydi Ari Aster, in cui l’elemento paranormale non è che una metafora per il trauma e per la sua capacità di disintegrare una famiglia; ed è impossibile non citare i film di Jordan Peele, Get Out e Noi, in cui l’horror diventa uno strumento per muovere una feroce critica al razzismo e al classismo che permeano la società americana.

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Dritto al cuore di Luca Di Bartolomei: guardarci indietro per andare avanti

Photo by Velizar Ivanov on Unsplash

di Federico Vergari

Si intitola Dritto al cuore. Il sottotitolo è Armi e sicurezza: perché una pistola non ci libererà mai dalle nostre paure, ed è uscito per Baldini + Castoldi. La libreria Feltrinelli della stazione di Firenze Santa Maria Novella lo tiene (e rimpolpa le copie quotidianamente) nella sezione “Politica” ma – ci fosse – dovrebbe trovarsi di diritto in prima fila nello scaffale “Da leggere, senza storie”. Si tratta del libro di Luca Di Bartolomei edito da Baldini + Castoldi che proprio in questi giorni è andato in ristampa.

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Incontrando un capolavoro: “Il pane del patriarca” di Raduan Nassar

Di un libro si sente dire necessario, si legge indispensabile, si arriva a usare, con leggerezza estrema, il termine capolavoro. Lo si fa con buoni libri, talvolta con ottimi libri. Chi scrive che un romanzo è necessario lo fa, diamo per scontato, con onestà. Chi sottolinea che tali pagine, di uno scrittore o di una scrittrice, sono un capolavoro, di sicuro in qualche momento ha sussultato, non dubitiamo che lo abbia pensato.

È capitato, a volte anche al sottoscritto, e capiterà. Ma quante volte è vero? Quante volte accostandoci a un capolavoro reale vorremmo non averlo detto di un altro? Almeno qualche volta, perché il capolavoro ogni tanto arriva, magari dal passato, magari da lontano, e si fa riconoscere, semplicemente esistendo.

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La chiave a stella di Giorgio Poi

di Simone Tribuzio (foto di Fabio Mores)

“Scrivere, per me, è disegnare, unire le linee in modo che diventino scrittura, o disunirle in modo che la scrittura diventi disegno”
Jean Cocteau

Il prossimo 31 luglio si festeggeranno i cento anni dalla nascita di Primo Levi: partigiano, chimico e scrittore. Universalmente conosciuto per il suo impegno nel raccontare, attraverso diari e opere di enorme rilevanza letteraria, l’esperienza vissuta nei campi di concentramento di Auschwitz.

Con La chiave a stella cambiò direzione: fu infatti il primo romanzo di fiction dello scrittore torinese, che si inserì subito nel filone della letteratura industriale, e con il quale vinse il Premio Strega nel 1979.

Con Fa niente (Bomba dischi, 2017), Giorgio Poi, cantautore nato a Novara ma dall’animo cosmopolita, si era buttato in un calderone riempito di tropicalismi e di sonorità più mediterranee.

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Sopra e sotto la polvere, a dieci anni dal terremoto all’Aquila

Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, la prefazione di Carola Susani al libro di Alessandro Chiappanuvoli Sopra e sotto la polvere – Tutte le tracce del terremoto, uscito per Effequ.

di Carola Susani

A dieci anni dal terremoto all’Aquila c’è polvere, molta di più che in qualsiasi posto io sia stata, tranne forse nel Belice quando ci misi piede nel 1969. Non è solo la polvere del terremoto, anche se per le strade probabilmente ce n’è ancora, è anche la polvere della ricostruzione, della messa in sicurezza, dei restauri, delle nuove costruzioni; le polveri si mischiano. L’Aquila è oggi una città in cui i crolli, i vuoti il silenzio convivono con una vitalità nuova e con la polvere. Così, parlando della polvere, parliamo del terremoto e di tutto quello che è successo poi. La polvere ci guida attraverso il trauma, oltre i crolli.

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«Hiroshima mon amour è Faulkner più Stravinskij», 60 anni dopo

di Rossella Farnese

Rohmer: Saremo tutti d’accordo, credo, se comincio dicendo che Hiroshima è un film di cui si può dire di tutto.

Godard: E allora cominciamo dicendo che si tratta di letteratura.

Kast: I rapporti tra cinema e letteratura sono, a dir poco, ambigui e travagliati. La sola cosa che si può affermare è che i letterati nutrono un confuso disprezzo nei confronti del cinema […] La singolarità di Hiroshima è che l’incontro tra Alain Resnais e Marguerite Duras costituisce un’eccezione alla regola.

Godard: Quel che subito colpisce in questo film è che non sembra avere nessun riferimento cinematografico. Possiamo dire che Hiroshima è Faulkner più Stravinskij, ma non possiamo dire che è questo più quel cineasta.

Dopo la proiezione di Hiroshima mon amour al Festival di Cannes 1959, la redazione dei Cahiers du cinéma organizza una tavola rotonda – che aprirà il numero del luglio 1959 (n.97) – cui prendono parte il caporedattore Eric Rohmer, Jacques Rivette, Pierre Kast, Jacques Doniol-Valcroze, Jean-Luc Godard e Jean Domarchi.

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Non sono nati tardi – Uno sguardo sulla giovane narrativa cinese pubblicata in Italia

Photo by Yiran Ding on Unsplash

La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: “Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti.” (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”.

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Cosa resta della notte, il ritratto inedito di Costantino Kavafis – Intervista a Ersi Sotiropoulos

di Alice Pisu

Giugno 1897. Costantino Kavafis ha trentaquattro anni quando arriva a Parigi, al termine di un lungo viaggio in Europa prima di tornare ad Alessandria. Il caso Dreyfus divide la Francia, la Grecia cerca faticosamente di risollevarsi dalla guerra con la Turchia. Ersi Sotiropoulos, scrittrice greca tra le più tradotte al mondo, immagina ciò che vive e prova Kavafis durante quel breve soggiorno parigino, descrivendone le trasformazioni interiori nella ricerca poetica, rendendolo protagonista di Cosa resta della notte, edito da Nottetempo nella traduzione a cura di Andrea Di Gregorio, curatore anche della nuova edizione Poesie, per Garzanti, 2017, e della traduzione italiana di tutti gli autori greci attualmente più noti, tra cui Petros Markarīs.

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Il Tiatru di Nino De Vita, ovvero il raccontare come dimensione suprema dell’esistere

Da sempre, la poesia di Nino De Vita ama raccontare delle storie. Di più, è una poesia che trova nel raccontare, ancor più che nell’accadere, la dimensione suprema dell’esistere. Le cose hanno una propria misura non nel momento in cui avvengono, ma quando trovano voce nel canto che le racconta. Sono fatti reali, ma anche eventi mitici, che si innestano nella realtà con naturalezza, imponendosi sulla concretezza della storia con l’autorità di un dato di fatto.

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Dispacci dalla frontiera: intervista a Francisco Cantù

Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato “a tutti coloro che rischiano l’anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale”, restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l’arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un’altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all’università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.