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Palermo è l’elefante

Questo articolo è apparso su Repubblica.

La storia è nota. Un giorno il re ordina al ministro di riunire in una piazza tutti coloro i quali, nel regno, sono ciechi dalla nascita. Il ministro esegue, il re raggiunge la piazza, comanda che venga introdotto un elefante e invita i ciechi ad avvicinarsi e toccare l’animale. A quel punto chiede che cos’è un elefante. Il cieco che ha toccato le orecchie dice che un elefante è un ventaglio ruvido e spesso, quello che ha toccato una zampa dice che un elefante è una colonna, chi ha toccato le zanne dice che è una lancia, il cieco che ha toccato la coda dice che è una cordicella.
Ovvero: ogni punto di vista ci consente una lettura delle cose e contemporaneamente, se non ci preoccupiamo di immaginarne altre, a quella lettura ci inchioda.

Palermo dal cielo (Lussografica 2010, prefazione di Paolo Portoghesi), il volume fotografico di Giuseppe Anfuso – “architetto volante” catanese da anni residente a Roma – è una straordinaria occasione per schiodarsi dalla percezione consueta di Palermo e reinventarne un’altra, tanto fisicamente inedita (la città sorvolata in uno spazio aereo “in deroga al vigente divieto”, come specificato all’inizio del libro) quanto psicologicamente – e, direi, epistemologicamente – in grado di spalancare una conoscenza della città che costringe a una riconsiderazione complessiva.

Palermo dal cielo è dunque, di fatto, la scoperta di un’ulteriore percezione dell’elefante (che, tra parentesi, è l’animale simbolo di Catania).

Perché il valore di questo libro, la sua delicatissima potenza, sta proprio nel dimostrare come una città che ad altezza occhi è – per me – il luogo dell’inerzia e della rassegnazione, una città vinta e abbandonata a se stessa (senza, fra l’altro, nessuna particolare sofferenza, anzi con una specie di torpido compiacimento), possa diventare, modificato drasticamente l’angolo visuale, qualcosa che a uno stato d’animo cupo, censorio e mai minimamente indulgente è capace di collegare un sentimento di tutt’altro segno, un’improvvisa tenerezza per gli spazi e le morfologie cittadine, per la percezione molecolare delle cose, per quella specie di gloria contorta che sta a volte dentro la miseria.

È chiaro che quanto appena detto, come già evidenziato, corrisponde a una prospettiva del tutto personale. Alla mia specifica percezione dell’elefante.

Palermo è la città nella quale ho vissuto per ventisei anni e nella quale non vivo più da quattordici (anche se forse, in una specie di filigrana, continuo a vivere a Palermo senza più abitarci). La mia esperienza della città – la città d’origine e dunque, a tutti gli effetti, l’origine – è contrastata e contraddittoria. Nel corso degli anni il rancore primigenio si è radicalizzato diventando ideologia. Il problema è che il rancore è uno spazio psicologico labirintico. È un vagare ostile, un aggirarsi senza andare. E inoltre il rancore – che pure può essere un motore straordinario – è autotrofo, si nutre di sé, dunque è potenzialmente inesauribile.

Un libro come Palermo dal cielo – un catalogo visivo costruito attraverso dieci itinerari aerei che coprono l’intero territorio cittadino – è un modo per arrestare il girovagare a vuoto nel labirinto, intravedere una direzione e far esistere un movimento vivo e fertile, qualcosa di simile all’andare, al venir fuori dal rancore.

Palermo, vista dal cielo, è un colpo di scena mite, la rivelazione di un’armonia che diversamente, percorrendo la città immersi nelle sue strade, risulta impensabile. Infatti in una prospettiva planimetrica, o meglio stereometrica, Palermo appare tersa, persino logica, effetto di un pensiero che ha saputo saldare nel tempo la razionalità di un progetto – il cardo e il decumano che si intersecano nella sintesi curvilinea dei Quattro Canti, l’intelligenza formale della Fontana di piazza Pretoria, l’impianto a raggi concentrici, al contempo limpidissimo e misterioso, di Villa Giulia – a un territorio che tende di continuo a fare eccezione a ogni criterio organizzativo – le vie strette e circonvolute di quell’arcaico cervello palermitano che è il mercato della Vucciria (uno cervello eternamente crivellato, le macerie come locale monumento all’inerzia amministrativa), i resti del Castellammare (distrutto nel 1922, una specie di rimosso che nelle foto di Anfuso ritorna visibile), la struttura concentrazionaria dello Zen, l’espansione incontrollata di quelle che in Zero maggio a Palermo Fulvio Abbate chiama le “zone nuove”.

In una nota Giuseppe Anfuso chiarisce di non aver voluto proporre immagini strumentali a un’esaltazione della scenografia urbana, nessuna intenzione di teatralizzare lo spazio; semmai – sulla scorta dei grandi cartografi del passato che si affidavano al disegno e a un’incredibile capacità di astrazione – ha voluto fondare la sua ricognizione sul bisogno etico di leggere Palermo attraverso fotografie “piatte e acritiche”, sulla necessità di fabbricare uno sguardo che riesce sì a farsi struggimento, ma per sottrazione, tenendo il giudizio sotto controllo. Un sentimento, potremmo dire, che nasce da una programmatica desentimentalizzazione.

A uno sguardo a volo d’uccello – se non addirittura satellitare; di più: extraterrestre – Palermo è dunque una città normale (e appunto, proprio in misura di questa normalità, struggente). Modificando la prospettiva spaziale Palermo dal cielo sovverte prima di tutto la percezione del tempo, ripristina la storia e conferisce a questi spazi una strana composta classicità, una possibilità di rispetto, scioglie il rancore in tenerezza e inventa un altro senso, una nostalgia (non tanto del passato quanto del futuro).

In fondo al gruppo di ciechi che circondano l’elefante ce n’è uno che è rimasto qualche passo indietro. All’ordine del re si sporge anche lui in avanti, allunga un braccio, apre la mano, brancola per un poco e infine stringe tra le dita un pugno d’aria: il suo elefante – le fotografie di Giuseppe Anfuso, il mio elefante – è il vuoto. Palermo è sentire la mancanza.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
7 Commenti a “Palermo è l’elefante”
  1. GL scrive:

    Vorrei essere l’occhio di Giorgio Vasta.

  2. katya pitti scrive:

    Vivo la tua stessa condizione da nove anni, lontana dalla nostra città, con i tuoi stessi pensieri, quello che mi ha colpito particolarmente “(anche se forse, in una specie di filigrana, continuo a vivere a Palermo senza più abitarci).” per non parlare della “rassegnazione” in cui gli altri, quelli che sono rimasti, continuano a vivere, concetto molto difficile da spiegare e da trasmettere a chi per esempio non è mai stato lì. Il tuo articolo …. appagante ma non consolatorio, buona vita, ciao Katya

  3. Stefano Nicosia scrive:

    bellissimo pezzo. Lascia il costante amaro per una città che non riusciamo mai a declinare al positivo, tutti quanti, fino a perdere di vista se la città è così perché ne parliamo così, o viceversa.

  4. matteo telara scrive:

    Mi piacerebbe leggere una raccolta intitolata
    “Palermo nelle persone”
    e vedere dove l’immaginazione dei palermitani potrebbe condurre.

  5. Dominique BONDU scrive:

    Cher Giorgio Vasta,

    Tout d’abord, on m’a dit que vous parlez français, c’est pourquoi je me permets de vous écrire en cette langue.
    Si ce n’est pas le cas, je vous prie de bien vouloir m’en excuser.

    La lecture de votre roman, “Le Temps matériel”, paru en 2010 chez Gallimard, m’a vraiment bouleversé ; c’est là un livre extraordinaire qui allie une grande puissance poétique et littéraire avec une très profonde méditation métaphysique, méta-politique sur les apories de l’engagement radical, la violence révolutionnaire. La première page de votre livre, sur l'”il y a”, le place d’emblée dans la lignée de “La Nausée” de Sartre ou encore des livres de Maurice Blanchot : là, où la littérature, dans ce qu’elle a meilleur, est la chair sensible de la pensée.
    Bref, je ne veux pas vous importuner maintenant trop longtemps, mais votre livre compte pour moi parmi les quelques grands romans de la décennie.

    C’est pourquoi je vous écris pour vous inviter à participer à notre « Banquet du Livre de Printemps» 2011, du vendredi 3 au dimanche 5 juin 2011, organisé à Lagrasse dans la région Languedoc-Roussillon. par la Maison du Banquet & des générations. En effet, le Banquet du Livre est un festival culturel, autour de la littérature et de la pensée, basé sur des rencontres, lectures, conférences, entretiens avec des écrivains et penseurs invités sur un thème. Le Banquet de Printemps aura pour thème : “L’Italie, littérature et politique” ; il s’agira de se questionner sur l’Italie actuel et la destruction de la langue italienne, en lien avec l’effondrement politique de la société.
    Parmi les invités, il y aura : l’historien Carlo Ginzburg, les traducteurs et spécialistes français Jean-Paul Manganaro et Martin Rueff, le cinéaste italien Carmelo Bene, et le français Jean-Louis Comolli, ainsi que des écrivains italiens, dont la liste n’est pas encore définitive.
    J’aimerais très vivement que vous acceptiez de participer à ce Banquet, pour une intervention, en italien ou en français, en rapport avec le thème et conçue à partir de votre “Temps matériel” ; ce pourrait être sous la forme d’une conférence d’une heure ou bien d’un entretien. Serait prévu également un temps de lecture d’extraits de votre roman, en traduction française. Mais bien sûr, vous êtes libre de concevoir comme vous l’entendez votre intervention.
    Je vous précise maintenant qui nous sommes.
    La Maison du Banquet & des générations est un centre culturel de rencontre autour du Livre et de la Pensée, géré par l’association Le Marque-Page et créé à l’initiative des éditions Verdier (qui ont une très belle collection de littérature italienne ; cf. http://www.editions-verdier.fr/v3/collection-littetrang-ita.html). La Maison du Banquet est installée dans l’abbaye médiévale de Lagrasse, propriété du Conseil général de l’Aude, au cœur du magnifique pays des Corbières (40 km de Narbonne et de Carcassonne).
    Depuis 1995, entre autres activités, la Maison organise un festival qui comporte 3 éditions par an) de notoriété nationale : Le BANQUET DU LIVRE.
    Autour d’un thème lié à la littérature et à la Pensée, et qui sert en quelque sorte de fil rouge, chaque édition de ce Festival propose à un public nombreux des rencontres (conférences, entretiens, lectures) avec des écrivains, philosophes, spécialistes de la pensée, artistes, ainsi qu’une librairie et un café littéraire, etc.
    Les Banquets de Printemps sont consacrés à une langue et un pays : l’Espagne en 2009, la Russie en 2010 et donc l’Italie en 2011.
    Quant à l’esprit de ces « Banquets », je pourrais les résumer ainsi : il s’agit de mêler le goût du vin à celui de la parole, ainsi qu’aux joies de l’esprit, ou, pour le dire autrement, d’allier la plus haute exigence de pensée avec la convivialité, l’échange et la rencontre, en échappant aussi bien aux écueils de l’académisme qu’à ceux du « café du commerce ».
    Afin d’avoir de plus amples informations sur ces Banquets, vous pouvez consulter si vous le souhaitez deux sites Internet :
    – celui de la Maison du Banquet & des générations : http://www.lamaisondubanquet.fr
    – celui des éditions Verdier, à l’adresse suivante : http://www.editions-verdier.fr/v3/banquet.html, où sont accessibles les programmes détaillés de tous les “Banquets” depuis 1995.
    Pourriez-vous nous faire savoir dès que possible si, sur le principe, vous seriez d’accord pour une telle proposition ?
    Au plan pratique, nous prenons en charge vos frais de déplacements, ainsi que l’hébergement et la restauration sur place, où nous pouvons vous accueillir, vous-même et les personnes dont je vous souhaiteriez qu’elle vous accompagnent, pour la totalité du séjour.
    Espérant très vivement avoir le plaisir de vous accueillir au Banquet, et me tenant à votre entière disposition pour toute information complémentaire, je vous prie de recevoir, cher Giorgio Vasta, mes meilleures salutations.

    Le Directeur de la Maison du Banquet & des générations,
    M. Dominique BONDU

    Association Le Marque-Page
    LA MAISON DU BANQUET & DES GÉNÉRATIONS
    Abbaye, 4 rive gauche
    11220 LAGRASSE

    site internet : http://www.lamaisondubanquet.fr
    courriel : lamaisondubanquet@orange.fr

    M. Dominique BONDU

  6. Qualcuno, scriveva (declinava) tempo fa in modo non sostanzialmente dissimile: Palermo è una cipolla (Roberto Alajmo).

    Le similitudini sono minori delle differenze, ma lo sbigottimento che viene dal cambiare prospettiva nel guardare la nostra città/casa/origine (o una qualsiasi altra cosa che ritenevamo nostra) è sempre utile per ridefinire le nostre certezze (e di conseguenza per comprendere meglio quanto siamo dipendenti da certezze e poco abituati ai salutari dubbi).

    Sempre piacevolmente ferito dagli spaesamenti di Giorgio.

  7. Chiara Calderone scrive:

    é abusata la credenza che “Palermo sarebbe perfetta senza i palermitani”…al contrario ritengo che la natura di una città sia consustanziale alla popolazione che la abita,non può esistere una forma che prescinda dal suo contenuto, e viceversa, per cui i due elementi sono inscindibili…ogni angolo,ogni via,ogni pietra trasuda “palermitanità” e la sua storia si nutre dell’anima di ogni suo cittadino,così come ogni suo cittadino nutre una piccola palermo dentro di sé…per cui ad osservarla dall’alto si incappa nello stesso errore di chi si abbandona all’immagine di una città senza macchie,mero simulacro di una realtà che è più rassicurante contemplare da lontano piuttosto che vivere…

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