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Una panchina a Manhattan. La stagione dei nuovi orizzonti

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«Ho voluto ricordare una stagione che ho vissuto, a partire dagli anni Settanta, quando le mostre –  allora molto meno frequenti e con tempi lunghi di gestazione – hanno dilatato la nostra conoscenza, aperto nuovi orizzonti. Quando i cataloghi hanno scardinato le gerarchie dei manuali e portato alla ribalta nuovi protagonisti o inquadrato da angolazioni inattese i grandi artisti di sempre».

Questo ha raccontato in un’intervista a “La Repubblica” la storica dell’arte Anna Ottani Cavina parlando del suo nuovo libro, Una panchina a Manhattan. Nuove geografie dell’arte, pubblicato da Adelphi nella bella ed elegante collana Imago (nella quale era già uscito Terre senz’ombra, dove Cavina raccontava la rappresentazione del panorama italiano tra il Seicento e l’Ottocento).

In effetti Una panchina a Manhattan, un libro che si situa a metà tra il saggio e il memoir, è il racconto di una stagione trascorsa, quella in cui le grandi mostre ed esposizioni internazionali finivano per dettare nuovi linguaggi e nuove traiettorie nel mondo della storia dell’arte, portando all’attenzione del pubblico autori fino a quel momento poco conosciuti o ritenuti meno importanti e anche scatenando polemiche e vivaci discussioni nei circuiti artistici.

Un viaggio che trova suo luogo di origine negli anni Settanta, al principio della grande stagione delle mostre frequentate dall’autrice, quando, aggiunge Cavina, «i file ordinati della nostra formazione accademica furono rimescolati come un mazzo di carte, ripescando anche artisti inabissati e sconfitti da cambiamenti di gusto e mercato». Già da questa notazione iniziale emergono alcuni dei temi che si affastellano in queste pagine: innanzitutto Cavina segue le mutazioni delle oscillazioni del gusto del pubblico, mostrando come un iniziale monopolio dell’accademia sia stato pian piano scalfito e ridimensionato proprio da queste grandi mostre che contribuirono più delle università e più della critica a formare e modellare il nuovo gusto degli spettatori.

E poi, in un libro che riesce con grande intelligenza a non fossilizzarsi mai su un ricordo nostalgico fine a se stesso, il confronto serrato con la funzione che hanno assunto le mostre oggi (diecimila sono, per esempio, le mostre che vengono inaugurate ogni anno in Italia), un confronto con gli anni raccontati da Cavina «difficile e insensato», «di fronte al crash di un modello banalizzato nella sua ricorrenza ossessiva, stravolto dagli obiettivi, ormai spudoratamente commerciali e turistici».

Anche per questo il libro di Cavina riesce a soddisfare un compito difficile, cioè quello di raccontare cosa siano state le mostre nei decenni passati, oggi che queste hanno assunto una funzione molto differente: i numerosi pezzi che compongono questo libro sono spesso cronache scritte in diretta per quotidiani, riviste specializzate e periodici, reportage da città più o meno celebri, eterogenei per forma e, ovviamente, per contenuti, ma tutti assimilati dallo stesso occhio curioso, capace e allenato, in grado non solo di raccontare, ma anche di immaginare già come i materiali raccolti in quelle galleria prefigurassero importanti e decisivi scoperte per il mondo dell’arte.

Ci si muove così, come se il lettore fosse proprio un visitatore curioso e mai sazio che si muove di sala in sala (non a caso la corposa parte di libro che raccoglie queste cronache si intitola proprio «Dentro l’immagine»), da Bramantino in mostra a Lugano («Il Cristo risorto di Bramantino, gli occhi cerchiati e prossimi al pianto, incede nella notte senza stelle, sacrale eppure umanissimo nella sua (sconvolgente) dimensione reale») alla mostra “The sacred made Real. Spanish Painting and Sculpture 1600-1700” di Washington («Commovente e scioccante nella messa in scena di una religiosità inaccessibile al monde desacralizzato di oggi.

Un’esposizione che sarebbe piaciuta a Giovanni Testori, per quel “rotolar continuo verso la morte” e a Guido Ceronetti, per quegli “sbocchi di trascendente”»), dagli esperimenti con la luce di Wright of Derby («Prigioniero nella bolla di cristallo, l’uccello rantola, privato dell’ossigeno. La pompa ad aria o macchina pneumatica aspira l’aria, per creare il vuoto. E noi dimentichiamo che si tratta di un dipinto» scrive Cavina riguardo allo splendido Esperimento su un uccello nella pompa pneumatica) alla mostra su Matisse “His Art and his Textiles” di New York («Il dato nuovo è quanto cruciali siano stati i tessuti nel polverizzare il sistema prospettico fondato sulla geometria euclidea»).

Questi sono pochissimi tra i ritratti che questo libro custodisce, piccoli cenni da cui però emerge già la forza evocativa della scrittura di Cavina, che si combina alla perfezione con l’esaustiva galleria di immagini che accompagna ogni testo. Oltre dunque all’importante dato scientifico di questo libro, la scelta di raccogliere questi scritti sembra andare anche in direzione di una sorta di autobiografia intellettuale, un possibile romanzo di formazione dello sguardo dell’autrice, come testimonia anche il capitolo iniziale, La critica come paradiso, dove Cavina ripercorre gli incontri decisivi della sua vita da studiosa, i maestri, Federico Zeri, Giuliano Briganti e Robert Rosenblum (era lui a tenere lezioni su una panchina, a Manhattan, «pioniere di quella critica d’arte per niente togata che ha affascinato la mia generazione»), critici che al centro della loro opera «avevano messo la materialità dell’oggetto, un oggetto concreto e reale, calato in quello spazio e in quel tempo».

Sono stati critici e insegnanti che hanno dato all’opera d’arte figurativa uno statuto terreste e tangibile, uniti dalla fede incrollabile «nell’artista come individuo», alla cui memoria Cavina dedica pagine commosse e rigorose, riuscendo nel giro di pochi e rapidi tocchi, a disegnarne lo spirito, l’arguzia e la particolarità.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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