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Pane nostro

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Con uno straordinario saggio di storia culturale e materiale Predrag Matvejevic si è incamminato sulle vie del pane, il principale dei nostri alimenti, il fondamento della nostra civiltà. “Il paese dove siamo nati e dove siamo cresciuti”, scrive, “ci ha donato il sapore del suo pane. Quando il destino ci spinge o ci esilia in un’altra terra, ce lo portiamo con noi, in noi. Chi perde questo sapore, perde una parte del proprio paese e di sé stesso.”

Il pane è con noi, il pane è in noi. Nato migliaia di anni fa in Mesopotamia, nominato con molteplici nomi fin dall’antichità, sulle tavolette di terracotta, sulle pergamene, nei poemi orali e nei testi religiosi, il pane è l’architrave del Mediterraneo. Il mangiarlo ha sempre diviso la sua cultura dalle altre, la stanzialità (la creazione di uno stato e di una società) dal nomadismo, dai “barbari”. Il pane è un prodotto altamente comunitario. Seminare, falciare, separare il grano dalla pula, la farina dalla crusca, introdurre la pasta lavorata nel forno ed estrarne il pane nelle sue svariate forme è un rito stagionale e quotidiano fin dalla notte della storia. Eppure, se si eccettuano alcuni libri importanti (Seimila anni di pane di Henrich Eduard Jacob, Il pane selvaggio di Piero Camporesi o alcuni capitoli di Civiltà materiale, economia e capitalismo di Fernand Braudel) in pochi avevano intrapreso un viaggio nella sua storia millenaria. Matvejevic lo ha fatto nel suo ultimo libro, da poco edito da Garzanti: Pane nostro.
Per secoli, il pane è stato l’unico contraltare alla carestia, alle epidemie, alla morte per inedia. Per secoli, il pane è stato l’unico elemento in grado di separare la sopravvivenza dal baratro della fame. Pertanto, è stato anche uno straordinario simbolo in tutte le religioni, fin dall’antichità. Lo si celebrava in Egitto, nell’antica Grecia e nell’antica Roma. La sua presenza escatologica è centrale nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nella Pasqua ebraica e in quella cristiana. C’è il pane non lievitato di chi fugge dalla schiavitù in Egitto. E c’è il pane della preghiera fondamentale del cristianesimo: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, appunto. Il pane di domani. Il pane della vita. L’ultima cena. E ci sono poi i discepoli di Emmaus, raccontati in una delle pagine più intense del Vangelo di Luca: “Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.” La tensione che scaturisce tra il loro profondo stupore, i loro occhi infuocati, e la quotidiana materialità del pane posato sulla tavola, è il cuore di due dei più bei quadri del Caravaggio.
Il pane è un simbolo eucaristico e spirituale. Ma è anche un inevitabile protagonista della letteratura occidentale, dall’Iliade e l’Odissea fino a Dante e ai tumulti manzoniani nei Promessi sposi. La sua feroce assenza ritorna in tutti i racconti sull’universo concentrazionario del Novecento. “Ho avuto modo di incontrare nell’emigrazione Aleksandr Solzenicyn.”, scrive ancora Matvejevic, che dopo aver lasciato la sua Jugoslavia, prima che implodesse negli anni novanta, ha vissuto a lungo in Francia e in Italia: “Mi confidò che per anni, dopo l’uscita dal gulag, continuava a mettersi un filone di pane sotto il cuscino.”
La storia del pane è legata alla storia delle città di terra e di mare, a quella dei campi come a quella dei porti del Mediterraneo, in particolare quello orientale. Seguendo le sue vie, come fa Matvejevic, è evidente la relazione tra “mare nostrum” e “pane nostro”. Il pane (dividerlo, spezzarlo, scambiarlo) è un luogo della tolleranza e del confronto tra genti diverse. Ed è proprio per questo che il pane, insieme al sole, al mare e all’ulivo, è una delle basi del “pensiero meridiano”, oltre che una delle basi della storia del Mezzogiorno d’Italia. In Frammenti di Puglia siticulosa, ad esempio, Carmelo Formica ha ricostruito la storia del grano, e degli uomini e degli animali che con la sua mietitura e la sua trebbiatura hanno a lungo interagito, depositando una cultura contadina.
Ma cosa rimane di tutto questo, per Matvejevic? “Per lungo tempo, e da qualche parte fino a oggi, il pane è stato il principale alimento dell’uomo. Quello che ci si mangiava insieme era un’aggiunta, un accessorio: il companatico. I ruoli sono mutati: il pane nei tempi nuovi è diventato sempre più un contorno. È una delle differenze da cui il mondo dei poveri si distingue da quello dei ricchi: i primi ne vogliono sempre di più, gli altri vi rinunciano volentieri.”
La dimenticanza del pane nei paesi ricchi (e quindi anche in Italia), e il bisogno sempre più esteso di cereali in quelli poveri (ancora unico argine alla fame e alle malattie), spiega molte delle disfunzioni della moderna società globale. In fondo, tutte le storie di immigrazione sono anche storie legate al pane. Gli uomini e le donne si sono sempre messi in viaggio, e lo fanno tuttora, verso quelle terre in cui il pane si sforna in gran quantità. E dove, per eccedenza, viene buttato ogni giorno al calar della sera. Ancora oggi, come disse una volta Pjotr Kropotkin, “la questione del pane è più importante di tutte le altre”.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Pane nostro”
  1. Eva scrive:

    Avevo già trovato straordinario il suo “Breviario mediterraneo”. Leggerò volentieri anche “Pane nostro”.

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