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Paninari – una storia italiana

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di Lorenzo Orlandini

[questo articolo è apparso originariamente sulla fu Slipperypond; esso prendeva le mosse dal ritrovamento di una copia del giornalino “Paninaro”, i cui scan sono purtroppo andati perduti, ma Alessandro Apreda ne ha raccolti e pubblicati altri due sul suo blog e si può fare riferimento a quelli: 1. 2.]

* * *

paninaro1Per un certo periodo della mia vita c’è stato qualcosa di irrisolto tra me e i Paninari, da quando ancora moccioso assistevo stupito al dissanguamento economico delle famiglie dei miei compagni di classe, affannati nella rincorsa di un sogno anni ’80 incarnato dalle felpe Best Company.

Oggi, arrivato sano e salvo ai 29 senza aver mai posseduto una cintura El Charro, mi interrogo sui Paninari serenamente, e ciò di cui non mi faccio una ragione è come una sottocultura giovanile possa essere stata tanto atipica e al tempo stesso tanto insulsa.

Non ho memoria di un’altra sottocultura giovanile che non abbia prodotto assolutamente nulla dal punto di vista artistico. Non esiste musica Paninara (se non nell’accezione di musica ascoltata dal Panozzo). Non esistono letteratura, pittura, scultura Paninare. Persino la moda dei Paninari non era in realtà nulla di originale, ma solo un mero accumulo di vestiti (e accessori) di marca. Non esiste un cinema paninaro. [Lasciamo fare il Paninaro di Enzo Braschi, che anche a voler essere generosi è comunque solo una caricatura. E lasciamo fare anche il film (e libro) Sposerò Simon Le Bon, che anche a voler essere generosi è una cazzata. Tuttavia a voler essere generosissimi questa una storiella adolescenziale qualunque è quanto di più vicino si ricordi a un prodotto artistico in stile Paninaro]. Non esiste nemmeno uno sport in cui i Panozzi abbiano fatto il culo a tutti, o anche solo a qualcuno.

Eppure per certi versi i Paninari sono stati unici.

I Panozzi sono stati il primo e unico caso di gruppo giovanile acceso non da uno spirito di protesta o ribellione (con o senza una causa), ma al contrario da un’irrefrenabile spinta a esasperare certe caratteristiche addirittura fondanti dello status quo. Ventenni nella Milano da bere del Berlusca, i Paninari sono ipermaterialisti in una società materialista, ipersuperficiali in un decennio riconosciuto come superficiale. Il loro è un movimento tutto rivolto al presente, che vive in nome di un edonismo puro e si preoccupa solo del qui ed ora, mentre qualunque altro movimento giovanile cui personalmente riesca a pensare in questo momento guarda (bene o male) al futuro. Banale dire degli idealismi politici del ’68, e delle sgargianti utopie a fiorelloni degli hippie. Persino i punk, nichilisti in trappola nel vicolo cieco dell’Inghilterra thatcheriana, alludono al futuro nel loro slogan più rappresentativo, il nostro adorato no future (ovvero, non comprate in Borsa contratti a termine standardizzati). Il Paninaro no, il Paninaro non ci pensa perché non ci vuole pensare, non gli serve pensarci. Per il Panozzo esiste solo il presente anche perché, dettaglio fondamentale, il Panozzo si ritiene il padrone del presente.cucador

Contento del mondo così com’è, il Paninaro ha con la generazione precedente un rapporto assai meno conflittuale rispetto al giovane iscritto al registro di una qualunque altra sottocultura. Il sapiens è troppo scarso, ma tutto sommato inoffensivo, e in più dispensa i soldi per comprarsi la Zundapp, il Moncler, le Timberland. Al contrario, è proprio con i suoi coetanei che il Paninaro vive il contrasto più aspro: in fin dei conti, tutti gli altri gruppi giovanili contestano ciò in cui il Panozzo sguazza contento.

Il Panozzo prende a bandiera tutto quello che le altre sottoculture rifiutano violentemente, e con cui devono infine fare i conti con imbarazzo. Il Gallo di Dio non ha sensi di colpa, se la gode alla leggera, consacra l’esistenza al materiale e al superficiale, e non si fa problemi per esempio ad ammettere il ruolo fondamentale dell’indumento come ratifica di un’appartenenza a un gruppo. Di più, è sfrontato a tal punto da attribuire questo ruolo in maniera esclusiva a una precisa marca. Questo perché se l’elitarismo di altre sottoculture si legava di più all’attitudine, con i paninari il discrimine è il censo, e nella sua espressione più elementare, ovvero lo status symbol. Ed infatti quello dei Paninari è il primo movimento di massa di giovani ricchi. Ricchi e violenti. Con un culto del territorio da cui escludere i “nemici”.

Tutti i gruppi giovanili, è noto, tendono in certa misura all’autoesclusione dalla società (per forza, è la società dei matusa). Per qualcuno è un modo per rifiutare certi valori e creare un mondo parallelo in cui vivere secondo altri princìpi (gli hippie); in altri casi si tratta semplicemente dell’esasperazione polemica dell’esclusione di cui ci si sente vittima proprio malgrado (cfr. “I’m worst at what I do best and for this gift I feel blessed”). O al limite si cerca una dialettica coi matusa (cfr. “Non ci potete giudicar per i capelli che portiam”).paninaro3-e1543242253654

Quello dei Paninari invece è un movimento esasperatamente esclusivo verso terzi, punto e basta: noi ci stiamo dentro, e tu non puoi entrare. A meno che tu non abbia le Timberland: il senso di elitarismo che è presente in tanti altri gruppi nel caso dei Paninari risulta più inespugnabile, perché come detto non è un fatto di idee o attitudine, ma è un fatto di soldi. Diventare un punk costa poco, basta crederci; diventare un Paninaro costa cifre esose. Il fatto più insolito, comunque, resta che quella dei Paninari è un’élite non esterna ma interna alla cultura dominante, della quale è anzi una versione hardcore.

Non a caso, il Paninaro non condivide nulla della spinta autodistruttiva che caratterizza la maggior parte delle altre sottoculture giovanili, almeno quelle che io ricordi. C’è anzi un vitalismo, un edonismo strafottente: quello che abbiamo ci piace, il nostro unico problema è come averne di più. Anche la presenza di un capo (il Gran Gallo dei Panozzi è una figura chiave, e il Lucido ne è un fulgido esempio) è caso raro: mai sentito di compagnie di punk o dark con un capo, per dire. E d’altra parte questo riflette la cifra storicamente individualista del capitalismo che è poi l’ideologia silenziosa su cui poggiano – forse senza rendersene conto, di certo senza curarsene – i Paninari.

Il Paninaro è diventato subito un fenomeno commerciale, perché non c’è stato bisogno di perdere tempo a commercializzarlo. Non c’era da renderlo vendibile, ma solo da venderlo, perché legava inscindibilmente la propria identità al mercato. Ed è forse appunto per questo che è finito così presto, invecchiato come la pubblicità della gommina Simmons mentre i Panozzi very original diventavano semplici Yuppies. La cosa meno divertente di tutte è che se fate due conti capite subito che a costituire il grosso della classe dirigente italiana del prossimo futuro saranno Panozzi più o meno pentiti.images

Figli di un’Italia del Dopoguerra lanciata all’inseguimento cieco e disperato dell’America e ormai vicina al traguardo, i Paninari si vogliono distinguere dalla feccia degli italiani ancora rimasti con le pezze al culo e vogliono assomigliare a chi ha vinto la guerra e ci ha regalato la cioccolata e il Piano Marshall. E per via indiretta i Panozzi ereditano la dicotomia loser/winner che è l’incubo strisciante di ogni americano di qualunque fascia d’età. I Paninari si collocano naturalmente dalla parte dei vincenti, quando praticamente ogni movimento giovanile cui si possa pensare è nato in seno alla folta schiera dei losers – con uno spettro che oscilla tra gli outcast e gli underachievers.

La cosa veramente sinistra è che questo è l’unico movimento giovanile che non abbiamo importato da paesi anglosassoni. I Paninari li ha partoriti l’Italia.

Troppo scarso.

~

Lorenzo Orlandini (Firenze, 1978) è uno dei fondatori di Slipperypond

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
28 Commenti a “Paninari – una storia italiana”
  1. Ele67 scrive:

    Ho sempre rispettato e rispetterò sempre le opinioni altrui ma non condivido nulla di quanto hai scritto. Evidentemente la tua “giovane età” non ti permette di comprendere fino in fondo un movimento generazionale come è stato quello dei paninari. Non hai potuto vivere sulla tua pelle quell’esperienza e quindi non hai la possibilità di comprenderne l’essenza. Sarebbe come per me giudicare la generazione del 68 e i movimenti culturali che ne derivarono. Scriverei solamente delle boiate, le stesse che hai scritto tu in questa analisi inutile e fuori luogo di uno dei fenomeni di massa più rappresentativi ed innovativi degli ultimi 50 anni. I paninari hanno segnato un’epoca e hanno rappresentato senza ombra di dubbio il periodo più bello e felice per una intera generazione di ragazzi che hanno avuto la fortuna e il privilegio di farne parte. Cercare di screditarlo e di volerlo svuotare dai contenuti che ne hanno determinato il successo unico e inimitabile significa semplicemente non aver capito nulla. Mi spiace per te ma qui, di troppo scarso, c’è stato solamente il tuo articolo anche se è stato divertente poterti rispondere.

  2. Gigi73 scrive:

    Io invece mi dispero per il tempo che hai perso per scrivere questo articolo!!!!!!
    Se proprio ti danno così fastidio allora perché perdere tempo?
    Saluti

  3. Bruno F. scrive:

    Invidioso di non poter dire : “Io c’ero”?

  4. Marco scrive:

    Troppa precisione e troppa dovizia nei particolari, sono sinonimo di una approfondita ricerca e studio del fenomeno PANINARO, che la stragrande massa identifica come coloro che vendono panini fuori dai locali notturni…….perciò va dato atto al “The journalist” di essersi impegnato , ma troppo studio senza vissuto, a mio avviso porta a conclusioni affrettate, ingiuste e imparziali !!!
    Prima di pescare dal mazzo delle sottoculture giovanili degli anni ’80 avrebbe dovuto cercare e farsi raccontare bene da dei veri Paninari, Dark, Metallari, Punk, Rockabilly, Mod, e Skinhead, chi erano , cosa facevano, ma sopratutto chi è sopravvissuto e come sono oggi nel 2020 !!!
    Paragonando il modo di vivere e non basandosi sulle storiette da fumetto lette sui giornalini come PANINARO e WILD BOYS si sarebbe ricreduto.
    Credo che tra tutte le mode giovanili di allora anche quelle con più valori, credi e principi tutto sommato i Paninari non siano messi cosi male nella classifica della vita.
    Marco orgogliosamente Paninaro.

  5. 廃市 scrive:

    “(…) La figura del ‘paninaro’ (…) sembra ‘celebrare con il proprio stile l’ascesa dei giovani proletari alle soglie del benessere un tempo riservato ai figli di papà, e con essa la definitiva omologazione tra atteggiamenti borghesi e atteggiamenti proletari’.
    Sciovinisti, maschilisti, xenofobi, attratti dai peggiori stereotipi della cultura popolare americana (trash food, serial e telefilm d’azione ecc.), con un forte senso della territorialità e del gruppo, con forti tendenze Hooligan, nei paninari l’omologazione tra classi viene affidata a un abbigliamento ‘da lavoro’ rigorosamente griffato (giacconi imbottiti Moncler, scarpe Timberland con la suola a carro armato, jeans Levi’s 501) e una perenne abbronzatura da raggi UVA che richiama sia i bagni di sole da Club Med sia il lavoro all’aria aperta: in definitiva, un look da giovani e ricchi taglialegna!
    Sono i Paninari, equivalente italiano degli inglesi Casuals, a egemonizzare le curve nei primi anni Ottanta, e ad anticipare quegli atteggiamenti xenofobi che si diffonderanno a ritmi vertiginosi con la fine del decennio.”
    Valerio Marchi, “Un secolo di curva: Italia 1900-1990” (in “La sindrome di Andy Capp – Cultura di strada e conflitto giovanile”, 2004, NdA Press)

  6. Omar scrive:

    Ah ah ah. Hai invaso il loro tertitorio. Bell’articolo. Io c’ero a quei tempi ed ero dall’altra parte. Sognando un mondo migliore. Ma nessun rancore… Un ex paninara l’ho spostata

  7. Dane scrive:

    Ma avevano anche dei difetti, eh?! 😜

  8. Nheo scrive:

    Io c’ero… erano insulsi allora e qualcuno lo è ancora adesso. Figli di papà inconcludenti e senza fine e senza meta. @Ele67: non parlerei di movimento generazionale… la fetta di popolazione investita era minima, certo avrebbero voluto farne parte ma per un motivo o per l’altro non potevano, quindi erano più setta che movimento.
    Bellissimo articolo.

  9. minimamoralia scrive:

    ed io credevo che ci fosse andato invece troppo leggero…madonna che imbarazzo solo a ripensare a quello slang, quei vestiti e a quella fuffa

  10. lillo scrive:

    Dire che non fosse un fenomeno massificato, e’ una cazzata sesquipedale. La grandissima parte degli adolescenti di allora, anche non definendosi paninari, amava vestire come loro. Per scrivere articoli come questo, bisognerebbe averli vissuti quegli anni. E comunque, il fatto che stiano tornando di moda molti dei brand usati allora, dovrebbe far capire l’entità di quel fenomeno.

  11. Nei commenti a questo post mi stupisce come si concentrino alcune cattive abitudini come gli insulti, l’accusa di invidia, l’idea che occorra aver vissuto un periodo per poterne parlare. Delle guerre puniche qualcuno è autorizzato a parlare oppure dobbiamo provare a resuscitare Annibale?
    Quanto alle obiezioni di contenuto, è chiaro che si possano avere idee diverse, anche se mi stupisce che ci siano persone che difendono un movimento che difficilmente può essere qualificato diversamente da insulso. Le mode nell’abbigliamento esistevano, esistono ed esisteranno, ma i paninari diedero in qualche modo un’identità di gruppo a quella che era una moda per ricchi o aspiranti tali, così come tante altre mode per ricchi o aspiranti tali di altri periodi. Si può prendere tranquillamente atto di essere stati paninari senza vergognarsene, ma non capisco perché qualcuno dovrebbe vantarsene.

  12. Alessandro Santulli scrive:

    Il solo fatto che a distanza di Trent’anni se ne parli rappresenta più di un dissertazione il grado di successo che quel movimento ha generato. Elitario ed edonista forse si, ma dove sta l insulso in tutto ciò. I paninari insulsi e i sessantottini allora? Hanno svuotato di significato le lauree hanno prodotto movimenti estremi a loro volta creatori di assassini protetti da un simbolo di partito… I paninari non avevano l ardire ne di imporre tantomeno di insegnare, ma se ne parlate almeno studiate…

  13. minimamoralia scrive:

    a distanza di 30 anni se ne parla perchè fu un fenomeno talmente pacchiano ed eccessivo che è rimasto impresso nella memoria anche solo fotografica di quegli anni.
    E poi rappresenta una fotografia nitida del secondo quinquennio degli anni ’80.
    Insulso? certamente. Innocuo. manco per niente. Perchè era un fenomeno escludente, fortemente classista, che giudicava la gente e gli faceva i conti in tasca sulla base di quello che vestiva. Io c’ero, a proposito dell’importanza di esserci. E me lo ricordo quanto quella mania di spendere soldi in vestiti e di esibirli provocasse divisioni, pettegolezzi, sottile bullismo ed esclusione sociale. E non parliamo poi di quanto fosse un fenomeno intrinsecamente maschilista, perchè gli anni ’80 lo furono a bestia e non possiamo pretendere che i paninari potessero essere altro.
    Il fatto che così tanta gente si ostini a difendere questa roba da un giudizio di assoluto disgusto è incomprensibile.

  14. lillo scrive:

    Comunque, per coloro i quali il fenomeno in questione fosse solo fuffa, faccio presente che se ne sta riparlando su tutti i media. Quello che qualcuno definisce fenomeno elitario, si ripropone ciclicamente sotto altre forme, vedi reselling o altro in questo periodo.

  15. Dane scrive:

    Le asserzioni dell’articolista (che ai tempi aveva a malapena l’età dell’asilo…), la sparata dell’editorialista (che dice che ai tempi c’era ma non ha capito niente lo stesso), sulla pericolosità del movimento, ed i commenti assortiti di chi ancora relega i Paninari a mera moda legata all’abbigliamento e poco più dimostra che a distanza di più di un trentennio ancora la gente non ha capito nulla di quella subcultura giovanile e infatti ancora la definisce dedita all’edonismo e al consumismo confondendo la deriva successiva del popolino imitatore con le pulsioni originarie che diedero vita al movimento.

    Una sola cosa giusta è stata detta: che non fosse un movimento inclusivo ma esclusivo e classista. Ma tranquilli, non era una questione di portafoglio bensì di selezione naturale: già il fatto che non abbiate capito nulla e pensiate fosse solo una questione di abiti firmati dimostra come fosse giusto escludervi e lasciarvi costretti a scegliere tra gli anni di piombo degli anni 70 e la morale cattocomunista degli anni 90.

    Rosicate meno, che tra un po’ sarete costretti a sgranocchiare le pannocchie con una cannuccia…

  16. 廃市 scrive:

    “(…) Io sono del ’66 e vidi i paninari nascere tra le file della tifoseria dell’Inter, in particolare i Boys SAN. Mio fratello era uno di loro. Tra quelli c’erano ovviamente dei delinquenti, ma di buona famiglia, che diedero il via al movimento, ma ne uscirono quasi subito. Quello era il giro del Panino di Piazzetta Liberty. Il Burghy noi lo frequentavamo già ad inizio ’82, quando ci trovavi certi tipi che era meglio stessero in carcere. Poi dopo, solo molto dopo, arrivarono le masse”
    [https://www.wikiwand.com/it/Discussione:Paninaro]

  17. 廃市 scrive:

    “Un movimento così votato al cazzeggio non poteva che nascere al bar. E il primo locale paninaro d’Italia è stato senza dubbio il bar Al Panino di piazza Liberty, a Milano. Lì l’embrione del movimento paninaro iniziò a formarsi già nel 1979. Verso la fine degli anni di piombo, quindi, ma ancora con un clima politico irrespirabile in ogni grande città italiana. E in particolare a Milano, dove il rapporto di forza fra sinistra e destra era fra i giovani di dieci a uno. Si parla di militanti, perché la maggioranza in purissimo stile italiano se ne sbatteva e al massimo orecchiava qualche luogo comune. Molto pericoloso essere visti in giro in centro con un abbigliamento fascio, tipo il loden e il giubbotto di renna, o anche solo regolare. La realtà quotidiana era fatta di agguati, di coraggio e di paura, in una città non poi così grande. E per chi era in numero inferiore era naturale trovarsi più o meno negli stessi posti. Ma se piazza San Babila era rimasta il simbolo di una destra giovanile pronta allo scontro fisico, la poco distante piazza Liberty diventò subito il punto di aggregazione di quella più leggera. Fra i frequentatori del Panino a fine anni Settanta non mancavano però i militanti del Fronte della Gioventù, questo è certo.
    (…) si può dire che a fine anni Settanta il periodo del noi contro tutti era alle spalle ma non troppo. In questo quadro i quindicenni che cominciavano a trovarsi al Panino furono i primi a capire che a Milano e in Italia stava cambiando qualcosa.
    (…) All’inizio la provenienza era la media o medio-alta borghesia, ma nel giro di pochi mesi quello strano movimento diventò interclassista. (…) Perché il Panino all’inizio degli anni Ottanta diventò il punto di riferimento giusto di tutti i giovani milanesi che avevano in antipatia la sinistra ma soprattutto gli anni Settanta. Non è un caso che nel 1981 venne sfasciato da un gruppo di compagni, che lo consideravano il luogo simbolo di una destra post-ideologica”.
    Stefano Olivari, “L’importanza dei paninari – Milano anni Ottanta”, 2013, Indiscreto
    [https://www.indiscreto.info/2013/09/i-ragazzi-del-panino.html]

  18. Truzzo scrive:

    Non so quali strane nostalgie ispirino l’elogio a posteriori dei paninari fatto da alcuni commentatori. Ciò che so, è che nei primi anni ’80 la moda paninara era sinonimo di abiezione: classismo danaroso, ma di spirito piccolo-borghese, sfigato al di là di ogni immaginazione, bullismo, abissali idiozia e ignoranza. Passate le scuole medie, già allora il paninaro era visto da qualsiasi adolescente dotato di senno come una figura patetica, da parco delle attrazioni circensi. Il giro di affari della moda paninara si fondava sullo spirito di emulazione imbecille di dodicenni. Una moda per deficienti, molti dei quali, perso il treno dello sviluppo mentale che a volte permette di uscire indenni dalla pubertà, finirono per votare Berlusconi nel 1994. Il paninaro era il nietzschiano ultimo uomo.

  19. 廃市 scrive:

    “A metà degli anni 80 una parte della sottocultura ha avuto una svolta di estrema destra, sebbene più nell’atteggiamento in strada che in una prospettiva veramente politica. Nelle curve i paninari avevano una presenza forte nei Boys SAN dell’Inter (e alcuni di quegli ultras crearono le basi del famigerato gruppo degli Skins), nei Commandos Tigre del Milan (la prima casual mob italiana) e, a Roma, nella curva nord della Lazio. Grazie alle trasferte delle loro squadre in Italia, anche i giovani inglesi rimasero affascinati dallo stile paninaro e lo importarono in Inghilterra, dove i casuals locali lo assimilarono con maggiore consapevolezza (…).
    Verso la fine degli anni 90 (…) di fatto c’è stato un ritorno al passato; una nuova esplosione del casual. In Italia si può considerare una seconda era dei paninari: accanto alla vecchia guardia, magari già paninari da adolescenti, c’è una nuova generazione che, un po’ per moda, un po’ con coscienza, indossa di nuovo Stone Island, Timberland, Sergio Tacchini, Fila, Ellesse, Burberry’s, Aquascutum, Lacoste eccetera. Lo stesso succede con il seguito della Nazionale: niente bandiere dei club e moda skinhead, ma una ricerca dell’abbigliamento costoso.”
    Jason Allday, “Junior: Villains, Hooligans and Scoundrels – A Testament to the Social Icons in our Lives and the Friends I Keep”, 2014 Authorhouse

  20. Pawdani scrive:

    I Paninari: la feccia peggiore.

  21. Pawdani scrive:

    “Non so quali strane nostalgie ispirino l’elogio a posteriori dei paninari fatto da alcuni commentatori. Ciò che so, è che nei primi anni ’80 la moda paninara era sinonimo di abiezione: classismo danaroso, ma di spirito piccolo-borghese, sfigato al di là di ogni immaginazione, bullismo, abissali idiozia e ignoranza. Passate le scuole medie, già allora il paninaro era visto da qualsiasi adolescente dotato di senno come una figura patetica, da parco delle attrazioni circensi. Il giro di affari della moda paninara si fondava sullo spirito di emulazione imbecille di dodicenni. Una moda per deficienti, molti dei quali, perso il treno dello sviluppo mentale che a volte permette di uscire indenni dalla pubertà, finirono per votare Berlusconi nel 1994. Il paninaro era il nietzschiano ultimo uomo.”

    esattamente……e ancora più sfigati quelli che vengono qua (a 45-50 anni!!!) a difendere i loro vent’anni da nullità conformiste piccolo-borghesi

  22. Dane scrive:

    Ecco, il collegamento tra l’esser stati Paninari e l’eventuale voto a Berlusconi (con relativa colpevolizzazione da sfigato moralista del tinello) rappresenta il più fulgido esempio della deriva del movimento e di come dei Paninari non si sia capito un cazzo…

  23. Grongo scrive:

    I paninari erano la MERDA.
    Non per ninente noi metallari li prendevamo a anfibiate nel culo ogni volta che c’era l’occasione. E erano tante.

  24. El Gallo scrive:

    Siete solo invidiosi perché non avevate i vestiti giusti e le squinzie giustamente vi snobbavano. Gini!

  25. Grongo scrive:

    El Gallo, lecca le mie nobili palle metallare. Ma mentre caco sul cesso, of course.

  26. El Gallo scrive:

    Se vuoi ti presto le Timberland, Gronghy… anzi no, poi me le rovini perché qualche truzzo tuo amico ci cicca sopra una canna di fumo pacco 😀

  27. 廃市 scrive:

    “Non si deve essere Cesare per intendere Cesare.”
    Max Weber, “Il metodo delle scienze storico-sociali”, 2003 Einaudi

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