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Paolo Benvegnù e la metafisica

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È uscito da qualche giorno Earth hotel, il nuovo disco del più metafisico dei nostri cantautori contemporanei, Paolo Benvegnù. Ho scritto più metafisico (ma sotto cieli immensi/c’è una terra da spartire), ma ci sono altri superlativi che si possono spendere per il Benvegnù cantautore: ha il tocco il più sensibile (chi avesse dei dubbi può scioglierli in canzoni come Nel silenzio, o Andromeda Maria, o la recentissima Orlando); è di sicuro dotato di una certa ambizione lirica (si vedano soprattutto i testi del penultimo album, Hermann) pur essendo di un’umiltà a volte imbarazzante (per capire cosa intendo basta assistere ai suoi concerti, scambiare due chiacchiere con lui o soltanto leggere/ascoltare le interviste e così via); vive da qualche tempo in provincia, ma è decisamente il meno provinciale tra i suoi colleghi (per intenderci: nelle sue canzoni niente spleen bignardifriendly o raccordoanularecentrici).

Con il suo gruppo scrive e arrangia brani che saltano con grazia da dimensioni acustico/intimiste fino ad esplosioni psichedeliche. E un’ultima cosa, ormai una specie di ritornello, ma è vero, lo giuro!: è decisamente il più sottovalutato cantautore italiano degli ultimi dieci anni. Ed è anche strano, perché gliene chiedono conto in un’intervista su tre, come se la risposta dovesse darla lui. Dal 2004 ha pubblicato quattro album che, per tenersi bassi, sono, ecco, mediamente solidi, con pezzi di una bellezza davvero rilucente – Cerchi nell’acqua, Il mare verticale, Johnny and Jane. Alle sue spalle, poi, come un fuoco che resta acceso sullo sfondo di una spiaggia continuando a emanare luce man mano che ci allontaniamo – la breve e densa avventura con gli Scisma, amatissima band della wave italiana anni ‘90. Quando ai concerti gli capita di suonare Tungsteno o Rosemary’s plexiglas, il pubblico esplode. Merito degli anni che passano, ma anche dell’impatto ancora fresco e sorprendente di quelle canzoni.

(Ah, per essere chiari e togliere un po’ di piombo: è anche il cantautore che più ama cazzeggiare. Gli è capitato di inserire nei suoi set una mini cover di Alejandro di Lady Gaga. L’effetto è buffo. Quando è in vena, non fa altro che prendersi in giro. Voglio dire, ai suoi concerti ci si diverte. Qualche anno fa si stava esibendo in un piccolo Festival estivo in Puglia. Il tempo era scaduto, gli orari, i permessi e così via. E allora scese dal palco e continuò a cantare e suonare praticamente per strada, insieme al fido Andrea Franchi, per un gruppetto di una cinquantina di persone. Fu la parte migliore del concerto. Suonava quello che gli chiedevano, o quello che gli veniva in testa.)

I detrattori gli rimproverano qualche eccesso lirico di troppo, la letterarietà ostentata degli ultimi dischi. Ecco che s’abbatte l’accusa più spietata: “intellettuale!” Come dicevano in quel film, “troppe note”.

Di sicuro, Paolo Benvegnù chiede qualche sforzo all’ascoltatore, senza per questo scadere nella pretenziosità più tronfia. La ricompensa sta nella ricchezza delle sue storie e nella convinzione che nel suo cantautorato non ci siano soluzioni ai problemi del mondo – una cosa che ha contraddistinto per anni una certa autorialità “impegnata” – ma domande, riflessioni, suggestioni oniriche, vite da raccontare. Tra Hermann e Earth hotel ricorrono e s’inseguono i fantasmi di Sartre, Stefan Zweig, Achab, eccetera; nel palazzo che s’innalza fino all’ultimo piano del mondo convivono solitudini e interrogativi – e alla fine del percorso ancora domande da rivolgere alla notte e nella notte. C’è anche spazio per l’ironia irregolare di Nuovosonettomaoista, o per la surrealtà metropolitana/apocalittica di Avenida silencio (La città come un branco/Roma è morta in un giorno/Shangai brucerà).

Mi è capitato di leggere una recente conversazione tra Jonathan Franzen e Daniel Kehlmenn; parlano delle possibilità del romanzo “filosofico”: messa così su due piedi, una questione indubbiamente serissima; ma una cosa, tra quelle sostenute da Franzen, mi sembra tornare utile a proposito di Benvegnù e dei suoi testi, se spostiamo l’asse del suo discorso dal romanzo al cantautorato. Dice Franzen che “il trucco per fare un romanzo filosofico è dare a queste domande una forma narrativa, in modo che non appaiano come domande ma come interrogativi che sorgono in modo spontaneo”… Esattamente quello che ha fatto Benvegnù nel suo Earth hotel.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
3 Commenti a “Paolo Benvegnù e la metafisica”
  1. fede scrive:

    fico.

  2. Giangio scrive:

    Bravissimo e sottovalutato Benvegnu’, sono d’accordo.
    E Dio, quanto ho amato gli Scisma in gioventù’ !

  3. alfredo queirolo scrive:

    Firmate la petizione Procura della Repubblica di Roma: PASOLINI: LA VERITA’ NON PUO’ PIU’ ASPETTARE” su Change.org.

    È importante. Qui c’è il link:

    https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-roma-pasolini-la-verita-non-puo-piu-aspettare#

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