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Paolo Nori ovvero l’essenza del tic

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Uno deve avere un certo controllo zen, non dico solo per recensire, ma anche per mettersi semplicemente a scrivere dopo aver letto un libro di Paolo Nori senza prendere dei tic alla Paolo Nori. Certo che quei tic, come tutte le cose nella vita, a un certo punto passano, basta darsi tempo; e se però ne passa troppo, di tempo, perso un rischio un altro se ne prende, cioè va a finire che uno – cioè il recensore – si dimentica quel che c’era nel libro con tutto quel che gli aveva pensato appresso.

È complicato in tutti i modi – per cui, tanto vale non darsi tempo. Bisogna usare allora dei piccoli stratagemmi, per uscirne. Ad esempio fare un elenco delle cose che si vuole dire e dirle così come sono, senza girarci intorno, perché «girarci intorno» sarebbe già un tic alla Paolo Nori. E allora, come primo punto in elenco uno potrebbe spiegare che i tic riguardano giusto quei particolari lettori di Paolo Nori che poi, per piacere o per necessità, necessità propria o degli altri, si mettono a scrivere, mentre non sarebbero attribuibili a Paolo Nori stesso, tutt’al più lui è portatore sano, di quei tic, o per dirla meglio più che dei tic ha uno stile, al quale tanto ci si fa poco l’orecchio all’inizio quanto ce lo si fa tanto alla fine, tanto che quello stile rimane per così dire attaccato ai particolari lettori di cui sopra, ma sotto forma di tic, e così via dicendo daccapo.

Il secondo punto in elenco potrebbe invece riassumere e rassicurare il lettore potenziale sul fatto che anche questo libro di Paolo Nori è scritto con lo stile di Paolo Nori, dunque con un narrare che è spesso un meta-narrare, che cioè narra e insieme dichiara cosa e come lo sta narrando, e con parentetiche contenute da parentetiche e con ripetizioni anche di mezze pagine e con una sintassi piena di anacoluti modellata un po’ sul parlato e un po’ sul dialetto, che di suo è un linguaggio più parlato che scritto, o perlomeno prima parlato che scritto. Questo è un punto che uno potrebbe toccare perché la maggior parte delle recensioni – compresa la qui presente – spiegano, e alcune anche con tono di sorpresa, che Paolo Nori scrive così e colà, mentre un altro potrebbe un giorno magari farne a meno, e affrontare l’argomento, del resto già noiosamente più volte sviscerato, soltanto quando c’è una vera sorpresa, cioè quando Paolo Nori dovesse smettere all’improvviso di scrivere come Paolo Nori.

Il terzo punto sarebbe il punto in cui andare finalmente al sodo. Finalmente, e non subito, perché a questo punto ci sono già diverse righe dall’inizio, mentre in una recensione seria, ligia al dovere, questo dovrebbe essere il primo, non il terzo punto, e dovrebbe usare le formule di rito, e dire le cose di prammatica, cioè il titolo del libro, il nome dell’editore, e siccome il nome dell’autore già è stato detto potrebbe aggiungere almeno qualche informazione tecnica o a titolo di curiosità. E così il titolo è La bambina fulminante, l’editore è Rizzoli e, se le informazioni tecniche le limitiamo al prezzo e al numero di pagine (13 €, 194 pagine), come informazione a titolo di curiosità si può dire che La bambina fulminante è illustrato da Andrea Cavallini ed è il secondo libro per bambini di Paolo Nori, nato a Parma e vivente a Casalecchio di Reno, il quale di solito scrive invece libri per adulti, che si trovano nei cataloghi di alcuni tra i più grandi editori italiani – oltre a Rizzoli Einaudi, Feltrinelli, Bompiani, Laterza – e a partire dal 2011, in buona parte, nel catalogo dell’editore milanese indipendente Marcos y Marcos.

Il quarto punto, ma normalmente sarebbe il secondo o addirittura il primo, uno lo potrebbe dedicare alla trama del libro, e il libro, La bambina fulminante, racconta la storia di Ada, una bambina di dieci anni che «quando tira degli accidenti a qualcuno (in rima), quegli accidenti lì poi arrivano» per davvero, ad esempio quando lei dice, pensando intensamente a una sua maestra: «Che ti venga immediatamente / un mal di testa sconvolgente. / Che duri per davvero / un cinquino di giorni intero». La storia di Ada, e dei genitori di Ada, Lucio e Lucia, insieme alle considerazioni del narratore, Paolo Nori, è raccontata per digressioni all’interno della storia principale, che in realtà è una micro-storia, è solo un minuto dell’attesa (lunga in tutto quattro minuti) di Ada alla fine di un agosto davanti al bagno occupato di un treno interregionale che da Bologna va a Prato, mentre cerca di non essere vista da un signore tedesco-montechiarugolese che si chiama Bob, è un amico di suo padre (un po’ meno amico di sua madre) e non sa di viaggiare sullo stesso treno di Ada e sua madre. Dietro questa paura di essere vista si nasconde un mistero, per scoprire il quale bisogna leggere tutto il libro.

Il fatto che il tempo narrativo del libro sia di un minuto suggerisce un quinto punto, in cui uno potrebbe scrivere che questa è la dimensione perfetta per Paolo Nori, è l’impianto libresco ideale: un tempo piccolissimo da riempire con un repertorio grandissimo, da far esplodere dentro incisi, parentesi e digressioni.

Negli incisi e nelle parentesi, nelle digressioni, Paolo Nori racconta molte cose tra le quali molte cose che ha letto, visto o sentito. Citazioni – da Dostoevskij a Charms, da Sbarbaro a Maraini (Fosco), da Agamben a Chandra Livia Candiani – fatte non per il gusto di citare ma per il bisogno, sembrerebbe, di registrare, di salvare, di ricordare qualcosa di bello. Ecco un perfetto sesto punto in elenco, che uno potrebbe sintetizzare con l’ipotesi che Paolo Nori scriva magari anche solo per la curiosità oltre che per il piacere di vedere com’è che riappare il mondo, dopo averlo chiuso fuori dalla stanza, sotto forma di parole.

Potrebbe poi starci anche una criticità, nell’elenco, e dunque un punto critico, il settimo per la precisione, riguardante il dubbio se La bambina fulminante sia o no per davvero un libro per bambini, com’è scritto nel risvolto di copertina. Uno potrebbe dire che no, anche questo libro risulta invece in realtà più per adulti, perché un bambino, ma forse anche un ragazzo, farebbe fatica a star dietro alle sue frasi, nonostante un certo generale intento pedagogico (le spiegazioni qua e là di che cosa vuol dire parentetico o di che cos’è una locuzione interiettiva), ma nonostante, anche, il generale implicito invito a dimenticarsi o a fare finta di dimenticarsi la grammatica, che male non fa.

E poi, dopo il punto critico, ci starebbe bene un ultimo punto, l’ottavo, con dentro questa considerazione finale: più che una semplice lettura, più che un semplice racconto, questo libro, come ogni libro di Paolo Nori, è un invito a prendersi del tempo e a stare in compagnia di una voce, la voce dell’autore, la voce di chi ha una storia da raccontare.

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
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