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Paolo Poli e “I promessi sposi”: un’intervista inedita

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Un anno fa ci lasciava Paolo Poli. Per ricordarlo, pubblichiamo un’intervista finora inedita.

Paolo Poli: magistrale interprete teatrale di straordinaria eleganza, voce fieramente anticonformista nel panorama culturale nell’Italia bigotta e borghese del Dopoguerra. In occasione della pubblicazione dell’audiolibro de I Promessi Sposi, abbiamo avuto il piacere di conversare a lungo nell’Ottobre del 2015. Nell’intervista, Poli ci porge le sue considerazioni deliziosamente provocatorie con il consueto incanto della sua raffinatissima cattiveria.

Sono contento di poter parlare con lei de I Promessi Sposi, capolavoro per me vittima di una banalizzazione scolastica che l’ha resa una favoletta dal lieto fine.

Alessandro Manzoni fece innanzitutto un’opera di grande coesione della nazione italiana, facendo parlare il toscano illustre ai contadini del Lago di Como… che è un falso in atto pubblico! Quando Renzo è ubriaco a Milano si rivolge “Ehi oste!”, scuotendo il piatto vuoto, “Senti come suona a fesso”.
Ora, mai nessuno ubriaco si rivolgerebbe così a un oste, suvvia…
Già nelle precedenti versioni utilizzava espressioni come “senti come crocchia”, che giammai si sarebbe usate in Toscana. Questo perché Manzoni si rivolgeva ad alcune contesse e marchese che appuntavano per lui le espressioni popolari delle loro serve e lavandaie, ma dovette venire di persona in Toscana…

A sciacquare i propri panni in Arno…

Per l’edizione definitiva che noi oggi leggiamo, quella del 1840, dopo quella precedente del 1827. Vede, I Promessi Sposi hanno un problema.

Quale?

I protagonisti sono antipatici.

E perché?

Sono brave persone.
Vede, in teatro i buoni non esistono. Pensi la noia nell’Eden. Meno male che vennero la Eva con il serpente a portare un po’ di brio…

Perdoni la facile considerazione, ma è senza dubbio interessante vedere una personalità come la sua, avversa storicamente alla tradizione, confrontarsi con un testo considerato, erroneamente, “bigotto”.

Più che bigotto, direi che alla mia generazione con I Promessi Sposi ci hanno proprio rotto i coglioni!

Anche alla mia, ma non è mica colpa di Manzoni!

Beh, però ha censurato tutti i peccati della Monaca di Monza, ha rimosso tutti i bimbi seppelliti nell’orto, o lo scandalo della suorina che l’ha colta nel peccato, oppure anche l’Innominato, via, che da crudele subito fa le fuse e abbraccia il Cardinale… Diciamo che i segni del racconto giallo e d’avventura vengono oscurati dalla visione religiosa. Va bene la descrizione di Don Abbondio, che mostra le debolezze, i difetti, le orrendezze del suo ruolo… ma questi due protagonisti, onesti, carini, fedeli… ma chi se ne frega!

Però, ora, senza provocazione, la caratterizzazione di Don Abbondio è feroce, è un attacco alla Chiesa…

Eh, però è simpatico. Siamo tutti dalla parte sua. Ispira affetto.
Invece, Anna Karenina è una troia! Madame Bovary, uguale!
E a me quelle piacciono!

Però, fin dall’inizio, il capitolo sulle “gride” non le pare una critica, per quanto sottile, del potere costituito?

Ma certo! Non a caso, quando chiese il passaporto per andare a trovare la madre a Parigi, i preti si misero di mezzo e gli dissero di no! Era “in sospetto”. Volle fare un romanzo alla Walter Scott, anche se trovo Ivanhoe molto più avventuroso.
Le dico un episodio: quando a Milano c’è la festa di San Carlo Borromeo, il 4 Novembre, nel Duomo si espongono i Quadroni con la vita del santo, tra cui spiccano quattro tele de Il Cerano, un grande pittore romagnolo. Tra questi miracoli c’è la visita di S.Carlo agli appestati. Credo che Manzoni possa essere stato suggestionato da questo grande momento di devozione popolare. In questo modo, ha trovato un momento storico italiano interessante per ambientare il suo romanzo. Voglio dire, la successione di Mantova dal punto di vista dell’interesse storico è una scorreggia…

Quindi, in quel periodo in cui la buona educazione imponeva alle mogli di accarezzare le spalle ai genitori e ai mariti, anche un leggero velo di umorismo destava sospetto…

Anche il vezzo dei venticinque lettori...

Ma sì, era uno scrittore ironico e raffinato, si nutriva dei moralisti francesi, aveva il suo bell’eloquio sulla punta della fava… la madre, figlia di Cesare Beccaria, gli aveva fatto leggere gli Illuministi, per questo nel romanzo ci sono figure come Don Ferrante ed alcuni cardinali che sono colti ed esprimono punti di vista molto consapevoli. Del resto, il precettore del ganzo della mamma, Carlo Imbonati, era l’abate Parini. Questo fu l’Illuminismo italiano. L’abate Parini e Vittorio Alfieri, che se ne ebbe a male quando a Parigi gli tirarono i sassi. Si lamentava che aveva solo tre carrozze e dieci camerieri…era il minimo!

Anche il lieto fine, secondo me, è sempre stato ironico. Era troppo colto e intelligente Manzoni… Però a noi l’hanno fatto leggere ad 8 anni, non potevamo cogliere un’ironia così raffinata. Del resto, quando affronta la figura del Cardinale Borromeo, egli avverte il lettore che se si sente stanco, beh, può anche saltare al capitolo successivo. Mette le mani avanti, con intelligenza.

Uno era un abate, l’altro un aristocratico, ciò rende la misura del nostro Illuminismo… Anche io non sono molto persuaso dall’autenticità del lieto fine, spesso superficialmente irriso. La visione del Manzoni era profondamente influenzata dal giansenismo, col tragico pessimismo che ispira ad esempio i versi più alti dell’Adelchi.
Non crede che il finale de I Promessi Sposi sia un rovesciamento sottilmente ironico della “provida sventura” del Coro dell’Ermengarda…

Ma credo che in quel momento avesse già risolto il dilemma, è il Coro infatti che dice a Ermengarda:” Te collocò la provida /sventura in fra gli oppressi:/muori compianta e placida./scendi a dormir con essi:/alle incolpate ceneri/nessuno insulterà.”.

E lei: “sento ch’Ei giunge”.

Non faccio battute.

Be’, già Bene facendo l’imitazione di Gassman da Costanzo azzardando: “giace la pia con il tremolo…”

Ho compreso.
Sono comunque tra le pagine più alte di Manzoni in poesia.

Nelle Osservazioni sulla morale cattolica, testo molto meno dogmatico di quello che potrebbe apparire, Manzoni trova un’espressione straordinaria: il “mistero concilia le contraddizioni”. Ora, letta così sembra una frase da Padre della Chiesa, alla Tertulliano per intenderci. Però secondo lascia trasparire tutta l’inquietudine del Manzoni prima illuminista e poi giansenista, prima d’esser cattolico, che si pone razionalmente il problema del dubbio davanti alle contraddizioni.

Certo, non era uno stupido. Ma seguiva anche un’ascesi rigorosa a un certo punto, viveva come un santo. Anche con tendenze estreme. La figliola gli chiese di comprarle uno scialle…e lui non glielo ha comprato! Non era mai soddisfatto nemmeno della sua opera, frenò la diffusione di una versione illustrata del romanzo, le copie rimasero tutte in cantina poiché all’ultimo momento cambiò idea.

Fece anche una grande revisione del romanzo storico dell’epoca.

Non me ne parli, ho letto recentemente L’assedio di Firenze del Guerrazzi…una cosa pallosissima!

Certo il libro dello stesso autore su Beatrice Cenci non tiene il confronto con il racconto Stendhal o il dramma di Artaud…

Beh, si, d’altro canto fu un romanzo che ispirò alcune delle rappresentazioni più truculente del Novecento.

Cosa pensa delle riduzioni teatrali manzoniane, ricordo che un intellettuale come Giovanni Casoli mi disse: “l’unica sopra il livello dell’abominio fu l’Adelchi di Carmelo Bene”.

Di Bene mi piacque molto il Pinocchio, lui era geniale in tutto ciò che faceva, lo reinterpretava a modo suo. Gassman aveva questo sogno del Teatro Nazionale, di cui era capocomico ad inizio degli anni ’50, anche se l’Adelchi lo fece una decina d’anni dopo.

Già in passato parlammo di Pasolini, lei ha giustamente preso in giro le tardive celebrazioni dell’anniversario della sua scomparsa, spesso dagli stessi ambiti che in vita lo massacravano…

Perché da vivo dava noia, eh. Lui entrava violentemente nel dibattito, era protagonista, certe volte quasi alla D’annunzio.

Infatti, proprio Bene parlava di “dannunzianesimo inconfessabile” a sinistra di Pasolini…

Si, aveva un forte senso estetizzante, anche la sua passione alla Rosseau, per i ragazzi selvaggi. Certe cose mi ricordano addirittura Chateubriand, quella prosa ridondante, eccessiva, giocata sulla memoria, ben prima di Proust.

Tornando a I Promessi Sposi, c’è una famosa scena ne Il Portaborse di Luchetti in cui Silvio Orlando critica il Manzoni dicendo che nel tempo in cui lui ha scritto il suo romanzo Balzac scrisse dieci capolavori.
L’ho sempre ritenuta una provocazione superficiale, I Promessi Sposi ha una grande dignità letteraria, farne un feticcio cattolico da abbattere ideologicamente è un errore.

Ma, vede, pensiamo a Balzac: sono autori che per vivere pubblicavano a puntate sui giornali. Ovviamente, erano più prolifici, ovviamente erano più vivaci, dovevano tenere sempre il lettore sospeso fino alla puntata successiva. “Riusciranno i nostri eroi?”

In quella critica, il personaggio del professore citava anche i capolavori di Dostoevskij, nel confronto. L’Innominato mi è sempre parso un personaggio dostoevskijano, anche se, come lei ama dire, risolto in maniera sbrigativa. Il tema del convertito, del grande peccatore che diviene santo è tipico dell’agiografia cristiana, ma credo che lo spessore, la profondità psicologica del personaggio sia di livello internazionale.

Ma certo, erano molto belli i personaggi manzoniani! Pensiamo alla Monaca di Monza, anche. Certo, il Conte del Sagrato supremo nel Male e poi com’è diventato buono! Manzoni poi moltiplica le descrizioni, i dettagli, la moglie del sarto, i suoi impegni quotidiani, le stoffe, i gesti… dettagli che risultano noiosissimi, ma solo perché ci obbligavano a studiarli! Il Manzoni era scaltro, sapeva che la scuola era in mano ai preti, così attraverso questo escamotage riuscì a contrabbandare messaggi più complessi.

In una nostra precedente conversazione lei accostava l’Artusi, il Pinocchio e I Promessi Sposi come testi fondativi della lingua italiana.

E come no?! L’Artusi ha fatto un grande lavoro di amalgama, Manzoni si è forgiato sul toscano illustre…quando è arrivato Collodi nel 1880 l’Italia era già bella e fatta.

Non le chiedo di De Amicis…

In Cuore metterà un piccolo eroe regionale per accontentare tutti, ma chi ci crede a un bambino che dice: “Io non accetto l’elemosina da chi insulta il mio paese!”, suvvia! E poi, “Dagli Appennini alle Ande”: o mio dio, che rottura di coglioni!

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
4 Commenti a “Paolo Poli e “I promessi sposi”: un’intervista inedita”
  1. mauro scrive:

    Il grande pittore romagnolo è piemontese, essendo nato a Romagnano Sesia, non lontano da Cerano, da cui il Cerano.

  2. Grazie mille per la correzione, è stata una conversazione a ruota libera in cui Poli citava a memoria.

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