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L’idea che ho di Paolo Sorrentino

di Marco Mingolla
(In copertina: Paolo Sorrentino al Bifest 2014, sul palco del teatro Petruzzelli di Bari. Foto di Daniele Notaristefano.)

Quando il giovane editore parigino Robert Denoel si ritrovò davanti all’altrettanto giovane medico Louis Ferdinand Céline, lo scrittore, ebbe la sensazione di aver incontrato “un uomo di estrema lucidità, disperato e freddo, e tuttavia passionale, cinico ma pietoso”. Céline aveva appena scritto Viaggio al termine della notte e nemmeno si era firmato. Per pudore, ammetterà. La prima volta che ho incontrato Paolo Sorrentino, a casa sua, ho avuto la stessa sensazione che Denoel ebbe di Céline. Non è vero. Non ho mai incontrato Sorrentino, però sono sicuro che quando lo incontrerò sarà esattamente così. E non vorrei che fosse altrimenti.

Domani, 31 maggio, Paolo Sorrentino, compirà cinquant’anni. Nonostante la sua giovane età, ha già girato otto film, due stagioni di una serie e vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere. Se “la sua giovane età” vi ha strappato un sorriso, sappiate che – solo per esempio – negli ultimi dieci anni, il David di Donatello al Miglior regista esordiente, è stato assegnato una sola volta ad un under-quaranta. Qualche settimana fa, per altro, a Phaim Bhuiyan.

“Di Paolo Sorrentino è stato già detto tutto” diranno gli articoli di domani, per evitare il confronto con un autore che umanamente spaventa. Quando sono arrivato a Roma con il sogno di fare il regista, la prima cosa che ho chiesto in giro è stata “ma com’è Sorrentino?”

“Una merda”. Rispondevano tutti “una merda”. E alcuni non ci avevano nemmeno lavorato per davvero. Anche nel sottobosco del cinema – per quel poco che ho avuto la fortuna di frequentarlo – se una diceria viene detta da tutti, diventa vera. Ed è subito Boris.

Se c’è una cosa veramente divertente, è parlare del regista campano ai suoi detrattori. Ce ne sono molti, anche insospettabili. Se chiedi “ti piace Sorrentino?”, ti risponderanno quasi sicuramente che preferiscono Garrone. Come se si dovesse scegliere per forza fra l’uno e l’altro. Come se fosse una sfida di un talent show di Canale 5. Il problema, quasi sempre, e per tutti, sta nella suora nana che fuma. Cioè la trama. Che poi è una parola che odio. Il sentire comune è che in Sorrentino, spesso, non ci sia o che non sia importante. Come se il cinema fosse solo scegliere l’aggettivo da mettere accanto alla parola “storia”. Il cinema è il racconto di un’ossessione e, forse, la restituzione di un’osservazione. E l’osservazione della quotidianità ci suggerisce che la vita è fatta soprattutto di momenti apparentemente inutili, per dirla male “off topic”.

Da La Grande Bellezza (2013)

“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.”

Sin da quando ho cominciato a guardare i film di Sorrentino, ho pensato che avessimo qualcosa in comune. Quando ne dovevo parlare agli altri, lo chiamavo Paolo e basta. Da adolescente l’ho sentito molto vicino. Se ti innamori di un autore, di un calciatore, di un cantante, cerchi in tutti i modi di assomigliargli. Non solo fisicamente. Cerchi dei punti in comune. Scavi nei meandri della sua biografia per trovare una data, un avvenimento, che per qualche rocambolesco motivo appartiene anche a te. Io e Paolo abbiamo entrambi lasciato l’Università per il cinema, per esempio. Una giustificazione ideale per me, ma non per mia madre (che quest’anno ne fa cinquanta come il Maestro).

Quando sono arrivato a Roma con il sogno di fare il regista, ho cercato in tutti i modi di incontrarlo. Sembravo Sergio Morra, Riccardo Scamarcio in Loro, alla spasmodica ricerca di Berlusconi. A Cinecittà, ho seguito da lontano il farsi e il disfarsi dei suoi set, le passeggiate di improbabili comparse in abiti cardinalizi. Un giorno, proprio sotto l’aula dove stavo studiando, i suoi assistenti e un manipolo di cardinali, stavano provando la scena dell’arrivo di Jude Law in Cappella Sistina. Senza di lui e senza Jude Law. In classe si vociferava che sarebbe arrivato, altri dissero che l’avevano visto non molto lontano passeggiare masticando il solito sigaro. Aspettai, per ore, in barba alla lezione. Non arrivò mai.

Da The Young Pope (2016)

Pio XIII: “Chi è lo scrittore più importante degli ultimi vent’anni? Attenta però, non il più bravo. La bravura è degli arroganti. L’autore che ha destato una curiosità così morbosa da diventare il più importante?”
Sofia Dubois: “Non saprei. Philip Roth?”
Pio XIII: “No. Salinger. Il più importante regista cinematografico?”
Sofia Dubois: “Spielberg?”
Pio XIII: “No. Kubrick. L’artista contemporaneo?”
Sofia Dubois: “Jeff Koons… Marina Abramovich?”
Pio XIII: “Banksy. Il gruppo di musica elettronica?”
Sofia Dubois: “Ohh, non so assolutamente niente di musica elettronica.”
Pio XIII: “E poi c’è chi dice che Harvard è una buona università… Comunque, i Daft Punk. E invece la più grande cantante italiana?”
Sofia Dubois: “Mina”
Pio XII: “Brava. Adesso lei sa quale è l’invisibile filo rosso che unisce tutte queste figure che sono le più importanti nei loro rispettivi campi? Nessuno di loro si fa vedere. Nessuno di loro si lascia fotografare”.

Non credo che Sorrentino si ispiri a Mina o Banksy, penso piuttosto che ami la solitudine. E che sia pigro. Penso che ami starsene lontano da tutti, tranne che dalla sua famiglia. Daniela, sua moglie, gli ha salvato la vita, ha detto una volta a Giovanni Minoli. Penso che non chiami mai nessuno, che non sia un buon amico.

Quando ho iniziato a produrre il mio secondo cortometraggio, ho scritto un moodboard che inevitabilmente strizzava l’occhio al cinema di Sorrentino. Mario Desiati, lo scrittore pugliese, interrogato davanti ad un’arena di aspiranti affabulatori, mi disse che per fare questo mestiere bisognava imparare a rubare. Sono più che certo che anche lui, quella frase, l’avesse rubata a chissà chi. La notte prima delle riprese del corto ho riguardato La Grande Bellezza (2013) e da quel giorno, siccome mi ha portato fortuna, lo faccio ogni volta che devo girare qualcosa di importante. Non sono scaramantico (“Gli scaramantici portano male”), ma credo molto a quell’istinto che ricama un significato intorno agli eventi casuali. Quando la mia collega produttrice mi disse che l’attrice protagonista del mio corto, la settimana prima delle riprese, sarebbe stata sul set di uno spot di Sorrentino, negli Stati Uniti, mi convinsi che ero un predestinato, che tutto sarebbe andato alla grande.

Ad un certo punto, poi, ho smesso di cercarlo. All’improvviso. Non perché mi fosse passata la voglia di incontrarlo, ma perché avevo paura di essere deluso. Non ho frequentato nemmeno quelle poche occasioni pubbliche in cui aveva deciso di farsi vedere. “Le persone ti deludono sempre” ho letto su Tumblr. Una volta, al cocktail party dopo la presentazione di un film, a Roma, mi presentai a un’attrice napoletana che ammiravo tantissimo per la sua capacità di apparire sul grande schermo – naturalmente credibile – distratta e indolente. Era veramente così, anche nella vita di tutti i giorni. Non aveva mai interpretato nessun ruolo, se non se stessa. Io fino a quel momento avevo sempre pensato fosse rimasta prigioniera di una interpretazione vincente, e che tutti le avessero chiesto di fare sempre la stessa cosa. In Italia succede. Al TEDxReggioEmilia, nel monologo Come funziono, Sorrentino aveva detto: “L’unico elemento che veramente trovo attraente nell’osservazione degli individui è la distanza che esiste tra l’immagine che gli uomini vogliono dare di sé e quel momento in cui, sempre ed esclusivamente attraverso un dettaglio, mai qualcosa di enorme, tradiscono loro stessi e fanno uscire fuori qualcosa che rivela una verità altra”. Quell’attrice, infatti, voleva dare a tutti l’idea di essere una diva molto intraprendente, che – al contrario dei ruoli che le avevano assegnato – sapeva stare al mondo, ma ordinando un Cosmopolitan, il più frivolo e superficiale tra i cocktail, si tradì definitivamente ai miei occhi. Da quel momento ho deciso di non voler incontrare mai più nessuno dei miei idoli. Non almeno a un cocktail party. Né Ronaldo Luís Nazário de Lima, né Paolo Sorrentino. Non perché temo siano tutti dei fessi, ma perché l’idea che ho di loro mi basta.

L’idea che ho di Paolo Sorrentino all’alba dei suoi cinquant’anni è quella che voglio avere di lui per sempre. In questi giorni mi sono chiesto che cosa gli avrei regalato se ne avessi avuto la possibilità (di incontrarlo, si intende, senza conoscerlo). Non un dvd con i gol di Maradona, nemmeno uno steelbook di Tree of life di Terrence Malick. Probabilmente degli attrezzi da giardino per coltivare la sua solitudine e regalarci ancora, nelle modalità che riterrà più opportune, le sue magnifiche ossessioni.

Commenti
8 Commenti a “L’idea che ho di Paolo Sorrentino”
  1. Adespoto scrive:

    Quando vidi “Le conseguenze dell’amore” rimasi magicamente stregato. Era il 2004, e il cinema italiano stava dando il peggio di sé già da un pezzo, quando ecco che arriva la luce: un bagliore, forte, chiaro, improvviso! La settimana stessa mi recai da “Hollywood”, in via Monserrato, a Roma, per affittare il DVD de “L’uomo in più” e dopo averlo visto mi persuasi che Paolo Sorrentino aveva in mano il futuro del cinema italiano… finalmente un regista che aveva cose da dire, e sapeva perfettamente come fare usando una cinepresa. “L’amico di famiglia” confermò il grande talento del cineasta napoletano e sia pur segnando – inevitabilmente a mio avviso – un passo indietro rispetto alle prime due pellicole, rimarcava le sue grandi capacità e potenzialità. Sembrava un uomo vero, schivo e riservato, senza maschera, senza ambizioni patinate, uno che ci avrebbe messo il cuore e l’anima per raccontare questa nostra società contemporanea, l’uomo, l’individuo, una razza in estinzione… uno che avrebbe detto la verità senza lasciarsi tentare dalla convenienza … E la consacrazione ci fu nel 2008 quando uscì “Il divo”. Finalmente un film vero sull’uomo piccolo e meschino che ha distrutto la coscienza di un intero Paese. E non solo quella. Poi è successo qualcosa. Di brutto. Nel 2011 infatti, per la prima volta in Italia una banca (Intesa San Paolo) partecipava alla produzione di un film: “This must be the place”, una pellicola perfettamente inutile oltre che mortalmente noiosa, la cui realizzazione è costata uno sproposito: cifre hollywoodiane per attori hollywoodiani ?!? Come se non bastasse, il buon Paolo si prodigò per girare uno spot (un mini film di circa 5 minuti) proprio per Banca Intesa la quale si fregiava di mandarlo in onda sul suo sito web e nelle sue filiali: roba da vomitare!!! Il virus del successo, del denaro, delle statuette e del potere aveva mietuto un’altra vittima eccellente che credevamo immune. Amarezza, delusione, sconforto.
    Poi la ciliegina finale: l’adesione con tanto di firma pubblica ad un manifesto di “intellettuali” (venduti) A FAVORE DEL REFERENDUM VOLUTO DA RENZI PER DISTRUGGERE LA COSTITUZIONE ITALIANA.
    Rabbia, disgusto, furia!

  2. Stefano scrive:

    Adesposto scrive: Nel 2011 infatti, per la prima volta in Italia una banca (Intesa San Paolo) partecipava alla produzione di un film: “This must be the place”, una pellicola perfettamente inutile oltre che mortalmente noiosa.

    Perchè è Banca Intesa che ha scritto il film e lo ha girato!? Sorrentino è un grande appassionato di musica e, secondo me, con This must be the place ha voluto fare un omaggio a quel mondo, inserendo tra l’altro nel film anche uno dei suoi autori musicali preferiti David Byrne, cantante e frontman dei Talking heads.
    Personalmente il film non mi dispiace, ma capisco chi non gradisce gli on the road (genere tipicamente americano); quello che non capisco invece è la critica bigotta agli artisti che utilizzano i canali di marketing culturale per finanziare la propria opera. Paolo Sorrentino è semplicemente un regista che esprime le sue idee con i suoi film e non un rivoluzionario, non è obbligato a rivestire i panni di Bakunin e a cambiare il mondo, e se anche esprime idee politiche, come nel caso del manifesto che ha sottoscritto, non vuol dire che tradisce una presunta missione di redenzione del mondo dalla minaccia capitalista, ma semplicemente esprime le sue idee politiche.

  3. Sirio scrive:

    Paragonare Sorrentino a Celine ,il motivo per non leggere l’articolo.

  4. Adespoto scrive:

    Stefano scrive: “Paolo Sorrentino è semplicemente un regista che esprime le sue idee con i suoi film e non un rivoluzionario, non è obbligato a rivestire i panni di Bakunin e a cambiare il mondo.”
    Infatti non è obbligato, certamente non a rivestire i panni di Bakunin, magari a tentare di cambiare il mondo … un pochino di più, ma è proprio da quello che si riconosce un vero artista da un mestierante qualsiasi. Perché la società contemporanea ci ha abituati a credere che fare l’artista è solo un lavoro come un altro, basta imparare la tecnica, non è vero? Quindi la differenza tra Kubrick e Spielberg, o tra Fabrizio De André e Eros Ramazzotti, sta solo nel gusto di genere, come uno che preferisce la cioccolata alla nocciola? Bene, è questo che si voleva ottenere e ci sono riusciti: l’arte non esiste più!
    “Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il soma… […]
    Questo è il prezzo con cui dobbiamo pagare la stabilità. Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte.
    Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato.”
    Aldous Huxley, da: “Il mondo nuovo” 1932.
    Io continuo viceversa a credere che l’artista, così come il giornalista o anche il prete, dovrebbero essere SEMPRE E COMUNQUE temuti dal potere, QUALUNQUE ESSO SIA, perché – per definizione – non possono che essere CONTRO il potere stesso, in quanto tale. Dovrebbero cioè esprimere l’opposizione, cosa che invece è totalmente scomparsa anche in politica ormai da decenni. E tanto più in un’epoca come questa, dove grazie al pensiero unico imperante, il cancro del capitalismo ha sparso le sue metastasi dovunque, irrimediabilmente!

  5. Stefano scrive:

    Probabilmente stiamo parlando da due prospettive diverse e soprattutto con due età diverse. Cmq se un giorno dovrai finanziare una tua opera, forse, ti avvicinerai di più alla mia visione o perlomeno la capirai di più. Un saluto

  6. Alessandro scrive:

    La studiata tenerezza (che spregevole ossimoro) e, ahimè, la totale inutilità di questo pezzo che non aggiunge nulla (e manco toglie niente!) alla maggioranza degli stereotipi saputi e risaputi, triti e ritriti, su un regista italiano. Mah…

  7. fabio scrive:

    Allora dobbiamo dire che Leonardo, Raffaello, Michelangelo che dipendevano dai loro mecenati, o dai Papi prostituivano la loro arte al potere?
    Ma mi faccia il Piacere!!! avrebbe esclamato Totò che essendo nato povero ed essendo un Grande artista di queste ipocrisie se ne rideva e ne faceva motivo di riso.

  8. Adespoto scrive:

    “Michelangelo Buonarroti viene generalmente indicato come il primo artista che si staccò dalla committenza, riconoscendo la massima indipendenza al suo processo artistico.” (Wikipedia)

    A parte questo, è lampante che mi riferisco agli artisti moderni e soprattutto contemporanei.
    Almeno fino al XVIII secolo infatti, risulta piuttosto evidente che non c’era nessun’altra reale possibilità che non fosse lavorare per Papi, Re, Principi e cortigiani vari. Per prima cosa il resto del popolo era ignorante, spesso analfabeta, e quindi non capiva e non si curava dell’arte, e poi i luoghi dove esporre dipinti e sculture erano evidentemente limitati a Cattedrali e Corti. O magari lei crede che Giotto avrebbe potuto organizzare una mostra privata, invitando ricchi e aristocratici da tutto il mondo per promuovere (e magari vendere) la sua arte? E comunque a quei tempi il dissenso non era neanche contemplato: chiunque avesse provato a opporsi pubblicamente ai potenti sarebbe stato quasi certamente trafitto, o arso vivo insieme alla sua opera. Ci voleva la spada, e non l’arte, per pensare di poter cambiare le cose.

    Oggi, al contrario, l’artista può raggiungere milioni di persone senza alcun bisogno di calarsi le braghe sul divano del produttore, o, peggio, dello sponsor. Di sicuro uno come Paolo Sorrentino, che non era certo uno sconosciuto esordiente. E se anche così facendo non si riuscisse a cambiare le cose, almeno in questo modo un vero artista potrà ritenersi in pace con la propria coscienza e vantarsi di averci provato, di aver dato l’esempio, che un giorno – forse – qualcun altro avrebbe raccolto, e che secondo me rappresenta esattamente il suo ruolo, il suo compito.
    Naturalmente solo se è un artista, e non uno che vuole semplicemente diventare una rockstar.

    “Un artista è un politico attento agli eventi strazianti, ardenti o dolci del mondo. […] la pittura non è fatta per decorare appartamenti. È uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico.” Pablo Picasso

    “L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo.”
    Vladimir Majakovskij

    “L’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!” Fabrizio De André

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