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Ricordando Paolo Volponi

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Il 6 febbraio 1924 nasceva a Urbino Paolo Volponi. Lo ricordiamo con un intervento di Alessio Torino, urbinate e autore del romanzo Urbino, Nebraska uscito per minimum fax a settembre 2013. (Fonte immagine)

I due amici si ritrovarono a fianco appoggiati sul muro della loro città, umido e bagnato come sempre da novembre a marzo: lo stesso muro dell’estate, con i mattoni rotti, i canali di calcina, l’erba murella o la malva e più dispersi i capperi e la mentuccia.

Questa è la descrizione, tratta da La strada per Roma, del muro che sovrasta Piazza del Mercatale, il muro sopra le antiche Stalle Ducali, la cosiddetta Data, a pochi passi dal Teatro di Urbino.

È uno di quei brani che quando leggi i romanzi di Volponi ti spingono a fare un gesto ben preciso – chiudere il libro.

Chiudere il libro non per noia o per fatica, ma perché basta. In tre righe si crea lo stesso effetto che altri libri creano dopo pagine e pagine, magari alla fine. È un senso di completezza – basta così, potresti dire, sono a posto.

Si potrebbero trovare tanti aggettivi e superlativi per esaltare questa descrizione – evocativa, intensa e via dicendo –  ma ne sceglierei uno solo: vasta. Un altro scrittore, uno scrittore ‘normale’, forse si sarebbe limitato a scrivere I due amici si ritrovarono a fianco appoggiati sul muro della loro città. Oppure avrebbe aggiunto qualcosa sul tema del muro, umido e bagnato come sempre da novembre a marzo. Ma quello che succede dal passo successivo, da lo stesso muro dell’estate in poi, è impresa per pochi, insomma è il sentiero non battuto. Il discorso si allarga, si espande: lo stesso muro dell’estate, con i mattoni rotti, i canali di calcina, l’erba murella o la malva. Qua, non c’è solo immaginazione, ma anche conoscenza.

La mente che muove la scrittura non solo immagina quello stesso muro durante l’estate, ma sa che cosa sono i canali di calcina e che differenza c’è tra l’erba murella e la malva – per lo scrittore normale, foglioline indistinte che crescono sui mattoni delle mura. Alla fine della frase, poi, c’è quello che non saprei come definire se non, banalmente, colpo di genio: e più dispersi i capperi e la mentuccia. Prima erano gli occhi del muratore – i canali di calcina tra un mattone e l’altro – e del botanico – la malva – a vedere le cose, ora sono gli occhi di Petrarca: e più dispersi i capperi e la mentuccia. Dispersi è parola che qui diventa poetica grazie al nesso così ardito con i capperi e la mentuccia, nesso che lascia pieno il lettore e sgomento lo scrittore normale – capace, al massimo, di uno ‘sparsi’.

Altri modi per celebrare i novant’anni dalla nascita di Paolo Volponi ce ne sarebbero, ma per intuire la grandezza della sua scrittura, basta leggerne tre righe.

Alessio Torino (Urbino, 1975) ha esordito nel 2010 pubblicando per Pequod il romanzo Undici decimi (Premio Bagutta Opera Prima, Premio Frontino) a cui sono seguiti per minimum fax Tetano (vincitore del Premio Lo Straniero) e Urbino, Nebraska (2013, Premio Letterario Metauro, Premio Subiaco Città del Libro). Il suo ultimo romanzo è Tina, uscito per minimum fax a giugno 2016.
Commenti
4 Commenti a “Ricordando Paolo Volponi”
  1. gabriele scrive:

    Caro Alessio, hai fatto bene a ricordare la nascita di volponi…chissà perché siamo spesso più attirati dagli anniversari di morte…grazie per questo brano che hai estrapolato…anche la frase “lo stesso muro dell’estate” è grandiosamente semplice, e spiazzante, allo stesso tempo. E restituisce con fervida immediatezza la magia sonnacchiosa di urbino e delle sue pietre.
    Grazie ancora.
    Gabriele Fichera

  2. maria scrive:

    molto bello

  3. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Un bell’articolo, interessante. Volponi va ristampato e considerato maggiormente da lettori e critici. E’ uno dei grandi scrittori del Novecento (e temo che sia un po’ oscurato anche da alcune sopravvalutazioni novecentesche, quella di Calvino, ad esempio). “Il sipario ducale” è una delle opere di Volponi che mi ha commosso.
    Un urbinate come Alessio Torino può apprezzare meglio Volponi (ma ciò, com’è ovvio, non è un automatismo) e chi non è mai stato a Urbino avrà il desiderio di incontrare presto gli umori del luogo.
    P.S.
    Questo articolo mi fa venire anche voglia di leggere “Urbino, Nebraska”.

  4. fafner scrive:

    Se Il pianeta irritabile fosse stato scritto in inglese, Volponi sarebbe stimato quanto Bradbury, Burroughs, Huxley. Credo comunque che una lingua non meno carica, ma meno letteraria, avrebbe fatto bene a Volponi. L’avrebbe portato a concentrarsi di più sulle idee.

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