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Il paradigma della luce di Gaia Manzini

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In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

Tra i passi più emozionanti del libro ci sono le scene di nuoto, le descrizioni delle piscine, il contrappunto dei corpi nell’acqua. Il nuoto viene visto come una metafora dell’esistenza, con la sua ondivaga limpidezza, gli inganni della luce, i chiaroscuri dei riflessi. L’acqua è il tempo rarefatto attraverso cui scivolano i viventi, uno specchio che cattura la luce e la riflette nelle altezze, in un inseguimento della stabilità destinato inesorabilmente al fallimento: «Le lame di luce cadevano dall’alto creando una rigorosa simmetria che replicava quella dell’assedio architettonico, delle scalinate di marmo e delle corsie». I riferimenti spaziali vengono smarriti, l’alto e il basso si confondono creando una singolare sensazione di straniamento: «temevano di precipitare dentro quel cielo turchese che stava a un passo dal bordo, e di non riuscire più a tornare a galla».

Una menzione a parte meritano le descrizioni degli arredamenti. Gli appartamenti costituiscono degli alvei in cui si raccolgono le storie degli individui. E ogni elemento di arredo corrisponde a uno stato d’animo,una suggestione, una possibilità di esistenza:una serie di fattori scomposti e allineati l’uno a fianco all’altro come in un dipinto di Picasso.

Gli appartamenti non sono solamente il luogo destinato a ospitare l’intimità dei personaggi; sono un’espressione della loro personalità, il linguaggio che ne descrive il modo di stare al mondo: «C’era la sensualità di una lampada rossa, la spensieratezza di un tappeto verde, l’eleganza sgargiante di una poltrona di broccato. Citazioni, accenni a possibilità di vita, una specie di approccio cubista all’arredamento. E all’esistenza».

C’è poi un’attenzione tutta speciale per Milano, che esprime una predilezione delicata, un amore profondo da parte dell’autrice per la sua città natale. Milano è una città «a cui piacciono i segreti», e che sembra custodire tante città diverse una dentro l’altra. Gaia Manzini è attenta ai minimi dettagli e sa come renderlicon esemplare accuratezza. Milano ti accoglie solo se sai come prenderla; va compresa, osservata, perdonata;è allora che si prende cura di tee ti regala paradisi di bellezza dove non te li aspetti, in un girotondo di epoche storiche stratificate nei quartieri cittadini.

Gli edifici sorgono al di sopra di altri edifici più antichi, mescolando stili eterogenei in modo imprevedibilmente accattivante:«Là dietro, tra corso Magenta e via Torino, c’era una Milano di vie strette e curve, di pavé a grandi lastre che certe mattine sembravano un cretto di Burri. Una città antica, elegante e nobile, che in alcuni punti si faceva decrepita, abbandonata, occupata abusivamente, e che comunque ne custodiva un’altra rinascimentale (vecchi monasteri inglobati dentro palazzi, vere da pozzo in mezzo a cortili dove parcheggiare le macchine), e poi un’altra ancora, romana, vecchia millesettecento anni, con le sue torri, il circo, i rimessaggi per i carri, o quello che ne rimaneva, resti che sbucavano dai glicini, da muri di cinta, da cancelli, e che non notava nessuno. Una città dentro l’altra. La città a cui piacciono i segreti. Che ostenta, ma non cela».

I personaggi denotano una fragilità che affiora al di sotto della parola non detta o di quella solo accennata; sono personaggi che sembrano vivere due vite distinte: una pubblica, più spavalda, evidente sopra lo strato coriaceo costituito dall’identità borghese; e una privata, delicatissima, ineffabile, che vive nei recessi più insondabili dell’anima, ma che di tanto in tanto fa breccia verso la luce. Perché anche tra gli individui la luce non serve tanto a rivelare, quanto a far risplendere come una pietra preziosa.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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