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Il paradigma dell’assenza in “Fioriture capovolte” di Giovanna Rosadini

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Cosa accade quando le parole perdono di punto in bianco il loro significato e divengono dei simulacri che non rimandano più a nulla? Quando gli oggetti non trattengono più il senso quotidiano dell’esistere e si trasformano in vani simboli di qualcosa che non è più comprensibile? Quando l’accadere cessa di lasciare una traccia riconoscibile nella storia e si trasforma in una mera e inutile successione di eventi? Sono queste alcune delle domande che capita di rivolgersi leggendo Fioriture capovolte, l’ultima raccolta di poesie di Giovanna Rosadini da poco uscita nella «Bianca» einaudiana.

Perché questo libro attesta in primo luogo un’assenza, una mancanza desolante e dolorosa, la perdita di un orientamento che consenta di mantenere un equilibrio e rimanere saldamente ancorati all’esistenza.

Il volume si articola in quattro sezioni. Nelle prime due («Il mare fuori stagione» e «Lo spazio bianco») Rosadini indaga proprio l’assenza, declinata in un paradigma molto esteso, che va dalla privazione alla promessa, dal silenzio alla rarefazione, dalla rimozione alla lontananza, ma che include anche l’imprecisione, la sfocatura, l’indistinzione, l’impossibilità di decifrare l’universo tramite un apparato di segni certi, esatti.

La mancanza riscontrata dall’autrice prende corpo innanzitutto a livello verbale, nelle parole – queste mediatrici tra la profondità più insondabile dell’io e il mondo esterno –, e mette in discussione la possibilità stessa di conoscere, e dunque di rimanere in sintonia con la realtà: «A volte rimaniamo senza voce, / perdiamo l’aderenza dei nomi con le cose / e il mondo se ne va per conto proprio / ci lascia indietro, non si cura di aspettare / che ritroviamo il passo adatto a proseguire». Le cose, private di un nome che le individui con esattezza, che le collochi nel panorama di ciò che può essere conosciuto, non ci lasciano appigli per poterle comprendere, afferrare, e rimaniamo disancorati da una storia che continua tuttavia a fluire con indifferenza.

Nella terza sezione, «Fioriture capovolte» – che fornisce il titolo all’intera raccolta – l’autrice rivolge il proprio sguardo al passato, e lo individua come l’unico periodo dell’esistenza in cui sia possibile essere felici. Il tempo trascorso, infatti,custodisce nella sua finitezza un nucleo di bellezza che per – sua natura – è al riparo dalle implicazioni perturbanti del divenire. L’antica felicità è sì, dunque, una fioritura, ma capovolta, in quanto pone il suo vertice floreale nel passato, lasciando le radici fluttuare in maniera innaturale verso il presente: «Siamo stati tutti in un inizio, / e mi chiedo se davvero queste foto / hanno il potere di restituirci il passato; / il tempo cola a picco nei sorrisi / elementari dei bambini che eravate, / inermi e fiduciosi, lucidi di sogni – / siamo tutti nuovi, trasparenti e chiari / nel vetro dei nostri pensieri, accesi / dal fuoco caldo di una vita ancora intatta».

Il divenire fissa impronte effimere nelle fotografie, negli oggetti quotidiani, immagini che snaturano la natura fluida dell’accadere incistandosi in forme fisse, innaturali,nelle quali il dinamismo della storia rimane come intrappolato. Sono forme che trattengono un senso illusorio, che mostrano il passato senza realmente custodirlo. Per riguadagnare il significato genuino dell’esistenza, è necessaria una ricerca delle componenti elementari del reale, di quella sostanza che attraversa le cose e le rende autentiche, consentendo all’io di determinare dei confini nei quali sussistere per ritrovare un ruolo nell’universo: «Tornami il senso semplice dell’accadere / quella sostanza che innerva le cose / nel loro divenire, il tramonto estenuato / che chiude il giorno estivo, la lingua muta / degli insetti, i confini permeabili / entro cui abitiamo».

Nell’ultima parte, «Il ritorno», dedicata alla memoria degli anni veneziani dell’università, prevale la misura della strofa lunga, più adatta al racconto che alla rappresentazione delle immagini. In questa sezione, il desiderio di narrare prevale sulla funzione poetica, l’immagine efficace cede il posto alla descrizione minuziosa, il dettaglio abbandona la metafora per annidarsi nel ricordo elaborato, nella nostalgia privata: «Di oggi ricorderò / la luce purissima, nell’aria / e nei suoi occhi, il riverbero / che la città ridestata ai colori / emanava, l’aria addosso / sulla piattaforma del vaporetto, mentre fuori parliamo contro / lo stantuffo dei motori, unica eco / del panorama silente dei flutti».

Ci sono in questo libro spunti di rara intensità, come in Dieci anni, una poesia nella quale l’autrice si interroga su cosa sarebbe accaduto se dieci anni prima, in occasione di una malattia importante, non si fosse risvegliata dal coma in cui rimase per un lungo periodo.Cosa sarebbe successo se,in quell’occasione, non fosse sopravvissuta? Se non si fosse risvegliata alcuni mesi dopo, se fosse morta? Certo«avrebbe mancato / l’esuberanza giovanile dei figli, / l’eredità terrena incarnata / nelle pieghe di tenerezza / dei loro visi, nel vigore armonico / dei corpi, tesi, elastici, / pieni della luce aurorale / che dice: sì, vita, e: tutto deve, ancora, accadere».

Un’intensità suscitata altrove dal ricordo del tempo caro e remoto dell’infanzia, una memoria che tracima dagli oggetti della quotidianità e si rapprende in nostalgia: non un semplice rimpianto per il tempo andato, che passa per l’astrattezza di un ricordo pensato, ma una nostalgia sensoriale, che gocciola lentamente dalle cose e invade a poco a poco la scena poetica, distillandosi in affetto domestico e familiare;qui in una poesia in prosa (l’unica della raccolta) particolarmente efficace: «Uso ancora i vostri tegami, lucido acciaio e fondo di rame, traslocati da Genova a Milano dopo la vostra morte. Contengono la memoria di tutte le pietanze preparate insieme, nella grande casa di Nervi, in cucina dove trovarsi era una festa, e lavorare fianco a fianco sul cibo comune (le verdure dell’orto per la panzanella, gli arrosti da pillottare, il pesto da frullare, litigando sulla ricetta: meno o più aglio, pecorino o parmigiano, olio ligure o toscano) era un modo di spensierarsi e condividere gli affetti».

Dal punto di vista stilistico, ciò che colpisce nella poesia di Giovanna Rosadini è la costruzione del verso, così complessa e ricercata,pur se apparentemente scorrevole e lineare. Se da un lato infatti le lirichedi Rosadini non seguono quasi mai uno schema metrico definito, dall’altro si avverte in esse un ritmo ordinato, pulito, dettato da una scrittura misurata, particolarmente attenta agli equilibri interni alla frase poetica. Il passo della sintassi corre parallelo rispetto a quello dei versi, lo spezza, lo rinnega tramite numerosi accorgimenti tecnici, comel’andamento franto, i ripetuti enjambement, le rime spesso interne, la punteggiatura frequente. Tutte accortezze che costringono a percorrere un doppio binario nellalettura del libro: uno insegue il senso, il discorso poetico, l’argomento del testo; l’altro rincorre il metro, la struttura versale, le cesure prosodiche, la musica: «Questa sabbia calda sotto i piedi / periferie americane sedimentate / e il mare fuori stagione, le barche / ormeggiate, qualcosa chiedi, / ancora, e forse vedi, oltre la curva / ampia dell’estate, lische ossidate, / l’aria fatta più fina – un diverso / respiro, al risveglio, la mattina».

Ma se è complessa la costruzione del verso, lo è anche certamente la ricerca che si trova alla radice di questo libro: una ricerca che indaga il senso, l’identità, la memoria, l’accadere, la potenza evocativa degli oggetti, il conforto degli affetti familiari, la quotidianità. Rosadini dimostra un grande controllo degli strumenti espressivi, riuscendo a coniugare la complessità del pensiero con l’efficacia delle immagini poetiche, tramite una versificazione elegante ed elaborata, sempre accessibile a tutti i livelli di lettura, dal più articolato fino al più elementare.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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  1. […] Liberale e Giovanna Frene per una serata all’insegna della poesia in compagnia dei loro libri Fioriture capovolte e Le nuvole e i soldi, editi da Einaudi. Saltando un giorno, ci ritroviamo direttamente a sabato 29 […]



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