malinconia

Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così.

Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D’Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell’anno, etc…

E non è affatto vero che nessuno legge più le recensioni, magari non si lascia incantare da quella più posata di Franco Cordelli: anzi le legge, se le ritaglia, va spedito in libreria facendo esaurire le copie, e vuole vedere esaudita immediatamente questa promessa di bellezza folgorante.
Cosa che, a dispetto di Romagnoli e D’Orrico, il romanzo di Barnes non fa; allo stesso modo per cui i bagnoschiuma rivitalizzanti non è che ti fanno resuscitare.

Ma insomma di cosa parla questo osannato vincitore del Man Booker Prize 2011?
Di un gruppo di ragazzi inglesi degli anni ’60: Tony (la presentissima voce narrante), Alex, Colin, a cui un giorno si aggiunge l’intelligentissimo, affascinante, wittgensteiniano Adrian. Studiano letteratura e tutto, sono abbastanza viziati e saccenti, aspettano una rivoluzione sessuale che ancora non arriva, fanno battute presuntamente brillanti. Ragazzi. Un giorno accade che muore un loro compagno di scuola, Robson. Aveva messo incinta una ragazza, si è suicidato. I quattro commentano la vicenda riflettendo ognuno come può sul senso della vita. Poi accadono altre cose: Tony trova finalmente una ragazza (Veronica) con cui ha una relazione un po’ impacciata anche a causa dei genitori darwinisticamente borghesi di lei, i quattro si separano perché gli studi e la vita li portano da varie parti ma rimangono in contatto scrivendosi lunghe lettere. Poi Tony e Veronica si lasciano, poi Veronica si mette con Adrian, poi Tony prima fa finta di niente e poi invece si incazza e scrive una lettera ai due tagliando definitivamente i rapporti. Dopo un po’ Adrian si toglie la vita, in modo molto filosofico-razionale pare, lasciando un biglietto con una sibillina frase sul senso del tempo. Fine della prima parte, più o meno.
La seconda parte è ambientata oggi: Tony ci racconta che si è sposato e separato da Margaret – una donna per cui non pare provare altro che un affetto da amici di bar (Barnes la definisce “pratica” in contrapposizione con l'”enigmatica” Veronica, in una polarità che non ci vuole chissà quale lettura femminista per definire riduttiva e banale), ha una figlia che si chiama Susie che si caga zero il padre, sta invecchiando, riflette molto sulla vita, sul tempo, sui ricordi. Un giorno gli arriva una lettera da parte della madre di Veronica che gli lascia in eredità cinquecento sterline e non si sa perché il diario di Adrian, che però dovrebbe essere custodito da Veronica.
Le restanti pagine, capite bene, il lettore vuole capire come si risolve il rebus di quest’eredità imprevista, sapere che c’è scritto sul diario di Adrian, che c’entra la madre di Veronica con tutta l’ambaradan… il che significa anche che senso ha tutta la storia di Tony. E Barnes non delude le aspettative del giallo: confeziona un finalino sorprendente, abbastanza inverosimile da poter risultare letterario. Impossibile non uscirne spiazzati.
Il punto fondamentale è che tutta la suspense del libro è retta da un trucco che l’autore gioca quasi scorrettamente con il lettore. Invitandolo, attraverso la voce di Tony, a ragionare più volte sul valore che diamo ogni volta alle interpretazioni del passato per dare senso al presente (in quest’accezione il libro di Frank Kermode, Il senso della fine, cripto-omaggiato nel titolo, serve come sorta di riflessione pervasiva e invadente sulla letteratura come storia della ricezione, direbbe Gadamer, nume tutelare di Kermode), lo seduce e lo tratta in definitiva da fesso. Tony per tutta la vita non ha capito come sono andate le cose nel suo passato che così tanto hanno evidentemente influenzato il corso della vita di tutte le sue persone care; e gli altri personaggi lo stuzzicano fino a prenderlo quasi in giro. Veronica soprattutto gli ripete fino allo sfinimento: “Ma non capisci, ancora non capisci?”, facendolo sentire chiaramente un po’ un coglione, e ma facendoci sentire un po’ coglioni anche noi lettori in definitiva, simili a questo povero protagonista, all’oscuro degli eventi che gli capitano sotto gli occhi. Il punto è però che quello che Tony e noi lettori non cogliamo – la verità parallela che per tutta la vita ci è sfuggita (colta la non proprio difficile possibilità di immedesimazione con il protagonista rincitrullito?) – non l’avremmo proprio potuta cogliere, ma manco con fiuto e pazienza da detective. E quindi Tony non ha grandi colpe se si è barricato in un’esistenza un po’ da retroguardia invece di osare, e anche noi lettori non potevamo immaginare – con due lacerti di indizi sparsi male – un retroscena tanto complicato e inverosimile come quello che ci si rivela al finale. Per questo Barnes gioca sporco, prima arruffiandosi il lettore con una serie di digressioni (alcune anche belle, altre ridondanti) e poi facendolo sentire al centro di una trama in cui tutti sanno qualcosa che lui dovrebbe avere sotto i suoi occhi ma che non vede. Questo trucco provoca ovviamente della suspense, ma è come quel gioco che si fa da adolescenti appunto in cui c’è uno viene preso in giro da un gruppo che fa finta che c’è un’evidenza che se lui avesse un minimo di ingegno capirebbe subito.
Certo non è solo quest’escamotage narrativo a tenere viva l’attenzione per 150 pagine. C’è la scrittura di Barnes ovviamente, che se uno volesse fare il critico indolente definirebbe “sorvegliata e avvolgente”, che se uno volesse fare il critico onesto definirebbe “professionale”, e che se uno volesse fare il critico beffardo definirebbe “ruffiana” – una specie di misto tra un Bennett e un Kundera, una prosa saggistica, alle volte sentenziale, alle volta digressiva, un midcult che ammicca alla letteratura ogni riga, con citazioni esplicite e malcelate.
Ma c’è dell’altro: la pruderie e la disillusione, temi che strizzano al lettore l’occhiolino proprio nel momento in cui gli danno di gomito. Non si capisce perché i quattro più riconosciuti maestri inglesi viventi, Martin Amis, Julian Barnes, Ian McEwan, Kazuo Ishiguro abbiano dedicato i quattro loro ultimi romanzi (La vedova incinta, Il senso di una fine, Chesil Beach, Non lasciarmi) a una storia di amicizia e amore (evocata e misinterpretata) ambientata in un passato sospeso tra un mondo di vecchi valori e il mondo della liberazione dei costumi; e tutti questi romanzi hanno tutti un tono di un vago intimismo apocalittico, parlano appunto di morte, di fine, di una Storia che poteva andare in un modo e invece non è proprio andata così.
Ecco, proprio come se in quel passaggio degli anni della contestazione, della crisi della borghesia, si fosse consumata una delusione definitiva, tale che dal punto di vista di quella generazione dopo quel disincanto lì non è possibile nessun’altra illusione mai più né per noi né per nessuna generazione futura. Per questo forse Il senso di una fine come tutti i romanzi dolcemente disperati ci attrae molto, per questo è un romano molto regressivo, da un punto di vista politico ça va sans dire, ma soprattutto da un punto di vista letterario.

Ps. La traduzione ottima è di Susanna Basso, alla quale avrei voluto chiedere tutto il tempo qual è l’espressione inglese che lei traduce “il prezzo del sangue”.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
83 Commenti a “Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così.”
  1. Rachele Palmieri scrive:

    mi sembra uno sproloquio, christian. davvero. come se ti rodesse sul piano personale il successo di questo libro. ti dico: questa è la mia impressione. uno sfogo a cinque minuti dalla lettura.

    rachele palmieri

  2. Rachele Palmieri scrive:

    quando la smetterete di interpretare la letteratura “da un punto di vista politico ça va sans dire”?

  3. Marco M scrive:

    Ho letto il libro di Barnes mesi fa, spronato da amici inglesi. Uno dei libri più piatti e noiosi mai letti nella mia vita. Ho dovuto rileggere il finale un paio di volte, non ci credevo che fosse tutto così assurdamente banale, doveva essermi sfuggito qualcosa: e credo sia proprio per questa sensazione che molta gente finisce il libro, non so darmi altra spiegazione. Mi ha lasciato assai pessimista sullo stato della scrittura letteraria britannica, e relativi apparati (critica, premi ecc.)

  4. christian raimo scrive:

    Rachele, io speravo di leggere un capolavoro. Ho letto un libro che mi ha tenuto attaccato fino all’ultima pagina con un trucchetto infido “Ma non hai capito come era vetamente la storia?”. Le storie di questi iperborghesi viziati che perdono tempo non si pongono un problema uno di quello che accade nel mondo sono fatalisti e conformisti può dare adito a una lettura politica del testo? È quello che Barnes vuole del resto, quando con il suo umorismo witty, il sarcasmo temperato, il disincanto, discetta sui tempi di ora e di ieri. Alle volte può essere insinuante tipo quando dice che prima le famiglie monoparentali si chiamavano famiglie distrutte, alle altre risulta kitsch tipo quando scrive della moglie e la confronta con Veronica. Ci sono dei pezzi beninteso che mi hanno toccato mentre leggevo, è anche proprio per questo che alla fine mi sono sentito preso per culo.

  5. Silvia scrive:

    Ciao, io ho finito oggi di leggere questo libro. Non saprei dire se si tratti di un capolavoro o meno penso solo che mi ha molto colpito la profondità di sguardo nell’analizzare le incapacità di accettare i dolori e le proprie fragilità.
    Non penso sia un libro sul passato e sul presente piuttosto un libro che è anche atto di umiltà nei confronti di tutti coloro che hanno avuto a che fare con noi e che noi per superbia ,forse, non siamo stati capaci di comprendere a fondo, di interpretare. Ad un certo punto Barnes parla della teoria dell’accumulo che porta ad aggiungere vita a vita senza necessariamente crescere, sviluppare. Questo mi colpisce molto del romanzo, lo sguardo a tratti spietato nel vedere le sterzate che facciamo nella vita per paura e incapacità andando a finire in percorsi quieti quando invece avremmo avuto bisogno di altro, e disperatamente. E anche l’aggressività a tratti volgare che le ferite portano a galla. In fondo può essere politico un romanzo che parla dello smarrimento nello scoprire di non aver scelto la strada della sensibilità, della profondità la nostra storia recente parla anche di questo.

  6. Pisacane scrive:

    Forse Barnes voleva un romanzo di massa, un compromesso tra la letteratura e l’intrattenimento. Il testo è breve, il lessico è semplice, il protagonista si definisce “medio”. I ricordi di Tony scivolano in modo soffice e leggero, con un’ironia sferzante solo quando si rivolge verso di sé e verso l’età della presunzione e della confusione tra letteratura e vita. Gli errori commessi vengono, nella prima parte del romanzo, accolti col sorriso di chi li esamina da lunga distanza, in un redde rationem che non intimorisce, ma anzi accoglie. Il lettore ordinario si sente quasi abbracciato da quest’elegia attenuata ed avvolgente; le impressioni sui fatti avvenuti hanno il colore di una saggezza che sembra essere l’antidoto ad un presente troppo emotivo e drammatizzato. Rassicurato e avvinto alla lettura, il fruitore di quest’agile bigino di filosofia morale si sente invece spiazzato dal fatto che Tony può apparire un pavido nella vita, ma nella rammemorazione e nella riflessione è tutt’altro che un uomo comune; più un vecchio saggio, un moralista freddo (tra l’altro l’autore è fratello di un noto filosofo). Come se Barnes volesse rivolgersi all’uomo medio, col fine di chiedergli di fare uno sforzo per riannodare i fili del tempo e della memoria senz’aver paura degli errori e dei rimorsi. Sembra un invito alla responsabilità, a guardarsi indietro con lucidità e durezza.
    Chi può dire di avere la propria storia in pugno? Chi crede di poter intendere fino in fondo il senso del proprio passato (qui si chiama Veronica, che dice spesso a Tony che non capisce) ? Siamo fessi non in quanto lettori (certo, se reputiamo il finale ben fatto o verosimile un po’ lo siamo), ma in quanto attori di una vita che vogliamo che sia il più possibile veloce e ricca, con una ricerca del senso che rinviamo ad un età di stanchezza e resoconti solo obbligati. Per questo, suppongo, il compromesso mi sembra ben riuscito.

  7. Enrico Macioci scrive:

    Il libro secondo me non è un capolavoro, forse neppure ci si avvicina. Il finale è sensazionalistico, goffamente rumoroso. Ci sono però, come ha sottolineato Raimo, delle parti godibili e dei ragionamenti non privi di acutezza.
    Quello che davvero non ho sopportato (assieme al finale, beninteso) è il nichilismo glamour che pervade quasi ogni pagina; Barnes sorride e strizza l’occhio e intanto ti uccide – o perlomeno cerca di farlo. Ti sussurra ossessivamente che non c’è niente da fare, ma questo a un livello razionale lo sappiamo già da noi, lo sappiamo fin troppo bene. Ecco, io non riesco a perdonargli una leggerezza tanto plumbea, una pesantezza tanto alla leggera.
    ps: il personaggio di Adrian (il genio) non è credibile, è più una macchietta, e anche Veronica (la prima fiamma del narratore). Il personaggio più riuscito è l’ex moglie del narratore, ma appare molto poco. Amen

  8. Cristina scrive:

    Ma se facessimo solo i lettori? Se mentri leggi un libro ti accorgi che non ti piace, che non sopporti i personaggi , che lo scrittore osannato nonticolpisce, se… Non devi leggere per doverne poi scrivere su …
    Quel libro lo puoi richiudere, in fretta.

  9. Claudia V scrive:

    Solo una cosa.
    Adrian E’ una macchietta, tutt’altro che genio: tale appare solo nello sguardo dei suoi compagni. Di fatto è un ragazzotto fragile e incerto come tutti gli altri, come tutti i ragazzotti, anche di più perché alla prima vera difficoltà crolla, uccidendosi.

  10. Wif scrive:

    Non so quale libro possa essere giudicato “un capolavoro” e non me ne importa nulla. Il senso di una fine m è sembrato un romanzo molto bello, un romanzo benedetto, di quelli che ti dimostrano come la letteratura è viva e vegeta e gli scrittori pieni di sapienza e talento sono tanti, nel mondo.Quel tipo di scrittori che scrivono per amore dei lettori, quel tipo di scrittori che hanno qualcosa da narrare di cui il lettore possa stupirsi e divertirsi e godersela e sperare di trovare altri romanzi dello stesso spessore.

  11. nerina s. scrive:

    La traduzione de “Il senso di una fine” è tutt’altro che perfetta. Non per errori della traduzione stessa, ma per banali errori di italiano.
    Alcuni esempi:
    Il nuovo arrivato sedeva in fila avanti a me (Il nuovo arrivato sedeva nella fila davanti a me)
    La “stoffa da borsista” (La “stoffa del borsista”)
    Uscirsene in dichiarazioni (Uscirsene con dichiarazioni)
    Come farei a saperlo (Come potrei saperlo)
    L’ingerenza predatoria di sconosciuti sul treno (L’ingerenza predatoria di sconosciuti in treno)
    Incartai le due fette di torta avanzata e le ritirai dentro una scatola (Incartai le due fette di torta avanzate e le conservai dentro una scatola)
    Quel cretino formulario (Quello stupido formulario)
    L’appartamento che condivideva con (L’appartamento che divideva con)
    Prediligere la rapida disintegrazione del corpo alla rassegnata attesa (Preferire
    la rapida disintegrazione del corpo alla rassegnata attesa)
    Non mi passa neanche per il cervello (Non mi passa neanche per la testa)
    Spiccare denuncia (Sporgere denuncia)
    Qualcosa nella formalità della mia risposta (Qualcosa nel formalismo della mia risposta)
    Quanto sia fortunata di non essere più mia moglie (Quanto sia fortunata a non essere più mia moglie)
    Nulla in contrario con l’idea di invecchiare (Nulla in contrario riguardo all’idea di invecchiare)
    Enigmatico come tutto il resto di lei (Enigmatico come tutto in lei)
    In tributo alla sua saggezza (In omaggio alla sua saggezza)
    La stazione a Paddington (La stazione di Paddington)
    Quindici minuti (Un quarto d’ora)
    Nessuna contraddizione di sorta (Nessuna contraddizione)
    Premeva la faccia in uno scaffale (Premeva la faccia contro uno scaffale)

  12. Wif scrive:

    @nerina s. -Forse, almeno mi sembra, che un linguaggio un poco “sporco” non tocca, per fortuna, la bellezza della traduzione visto il modo di essere dell’io narrante, un tipo volutamente “trasandato” anche nel modo di esprimersi. Grazie comunque .

  13. Christian Raimo scrive:

    @Nerina S. Grazie di tutte le segnalazione. Ho detto un’ “ottima” un po’ di default, è vero. Avevo anche pensato che tutta questo stile un po’ farraginoso fosse dovuto al tentativo di Barnes di rendere passé il tono del libro. Non è così evidentemente.

  14. Sandra scrive:

    Ho appena finito The Sense of an Ending (appunto in inglese).
    Christian: “il prezzo del sangue” traduce il composto inglese “blood money” – forse un’altro esempio dell’imperfetta traduzione italiana.

    Condivido con te la fastidiosa sensazione di essere stata presa in giro, di aver subito nella lettura il potere dello scrittore onnisciente, lo stesso che anche Tony subisce …
    quel “you don’t get it, you just don’t get it. you never will” che ricorre nel testo…e’ fin troppo abusato diventando uno strumento centrale per lo sviluppo e conclusione della trama.

    Sandra

  15. Viola scrive:

    Appena finito di leggerlo e molto delusa.
    Il classico libro che avrebbe potuto ess.ere un capolavoro come novella, ma si perde in lungaggini per venderlo come romanzo: i personaggi non reggono l’eccesso di descrizione e ne escono con le ossa rotte in termini di credibilità. Peccato, occasione sprecata. Certo che, se questo è un avvincente capolavoro, mi chiedo come definire i romanzi di Dickens, Hugo, Balzac…
    Ha proposito di Non lasciarmi, poi, è la prima volta che trovo un film più bello del libro dal quale è tratto.
    Un caro saluto a Christian, che non vedo da qualche vita.

  16. Viola scrive:

    L’h di a proposito è un gentile omaggio della tastiera samsung

  17. Ada scrive:

    Sandra, tu come avresti tradotto “blood money”?

  18. Sandra scrive:

    @Ada: denaro sporco – denaro macchiato del sangue di Adrian – a dire il vero non saprei perche’ trovo “blood money” una scelta lessicale un po’ esagerata – e questo nonostante i soldi siano della madre di Veronika, la cui gravidanza molto probabilmente causa la decisione di Adrian di suicidarsi –

    gia’ la scelta della madre di Veronika di includere Tony nel suo testamento – la trovo un po’ troppo implausibile ed “ingombrante” – Tony da pensionato non completamente incapace di riflessioni o bilanci esistenziali – avrebbe potuto concepire il desiderio di risentire Veronika o gli altri … invece i fatti escogitati dall’autore mettono la trama e la suspense che ne deriva a capo di tutto il progetto …ma per me (e molti altri a partire dall’inizio del secolo scorso :) la trama (soprattutto se cosi presente) e’ qualcosa di superato nella letteratura …

  19. Ada scrive:

    Sandra, ora non voglio addentrarmi in noiose discussioni lessicali, ma “blood money” è secondo il Collins 1. compensation paid to the relatives of a murdered person 2. money paid to a hired murderer 3. a reward for information about a criminal, esp a murderer, o, secondo l’American Heritage, 1. Money paid by a killer as compensation to the next of kin of a murder victim. 2. Money gained at the cost of another’s life or livelihood. Il “denaro sporco” per me è un’altra cosa.
    Io non ho letto il libro, quindi tienine conto, ma ho trovato un po’ frettoloso definire “imperfetto” il lavoro di una traduttrice come Basso, pluripremiata e professionista di grande livello, in base a scelte come questa o quelle indicate da Nerina S., molte delle quali francamente non mi sembrano meritare tutte queste critiche (“condividere” un appartamento è un banale errore di italiano?)
    Poi mi viene un dubbio: non è che l’orecchio del lettore nostrano è invece assuefatto all’italiano omogeneizzato, fluido e senza inciampi che esce dalle penne dei revisori di molte case editrici, preoccupate all’idea che l’acquirente del prodotto tradotto non incontri il minimo ostacolo nella lettura? E che tutto il resto gli sembra “imperfetto”?

  20. Sandra scrive:

    @Ada: come vedi da quanto scrivo “denaro sporco” non e’ la traduzione definitiva che suggerisco per blood money.

    blood money attiva un’associazione immediata con l’intenzione di uccidere che non e’ applicabile ai fatti del romanzo…e questo e’ il mio problema con la scelta di blood money nel testo inglese prima ancora di arrivare alla traduzione italiana…”il prezzo per il sangue” (non ho letto la traduzione italiana ho solo offerto l’equivalente inglese per Christian che ne parla alla fine del suo pezzo)

    cmq hai ragione, avrei dovuto specificare “denaro sporco” MA senza il contesto d’uso della parola, cioe’ denaro sporco prima del processo di deriva lessicale che lo rende nell’italiano corrente un’espressione dal significato fisso – denaro guadagnato illegalmente

    e avrei dovuto anche aggiungere che il tentativo fatto con blood money/denaro sporco viene dalla “liberta” di non parlare italiano in Italia da numerosissimi anni…non sto parlando di una svista, ne’ ho dimenticato o ignorato il significato piu in uso del composto…

    per questo trovo che il dubbio che esprimi descriva anche qualcosa del mio punto di vista – ti cito: “che l’orecchio del lettore nostrano è invece assuefatto all’italiano omogeneizzato, fluido e senza inciampi che esce dalle penne dei revisori di molte case editrici, preoccupate all’idea che l’acquirente del prodotto tradotto non incontri il minimo ostacolo nella lettura? E che tutto il resto gli sembra “imperfetto”…

  21. Paolo Di Paolo scrive:

    Caro Christian, ci siamo incontrati alla Feltrinelli di largo Argentina a Roma il giorno prima della pubblicazione di questo pezzo. Avevo in mano una copia di Il senso di una fine, che stavo regalando a un amico. Hai detto: non l’ho ancora letto, ho dato un’occhiata alle prime pagine, ne parlano tutti bene. Non so se il romanzo di Barnes sia o no un capolavoro, né mi interessa usare questo tipo di definizioni, ma ti chiedo: sei sicuro che un pezzo su un libro del genere non vada scritto con meno approssimazione, proprio per contrastare eventualmente i recensori che stigmatizzi? Fare il riassunto come l’hai fatto tu non è molto diverso da come D’Orrico lo farebbe – sarcasticamente – per un romanzo di Margaret Mazzantini. Liquidare certi romanzi così non va d’accordo con la tua costante difesa della “letteratura” contro, che so, le Sophie Kinsella. Che a me non danno nessun fastidio, ma a te – mi pare – sì. Ps detto questo, sul finale eccessivo di Barnes sono d’accordo con te.

  22. Christian Raimo scrive:

    @Paolo Di Paolo.

    Ho preso il libro appena dopo che ti ho incontrato.
    E l’ho letto in tre ore, intrigato da quest’aura di mistero che Barthes crea intorno alla vicenda del protagonista. Quando l’ho finito mi sono sentito preso in giro da uno che gioca sporco,
    Provo a darti ragione, ma provo anche a giustificarmi,Il sarcasmo che uso è talmente ostentato che è passibile a sua volta di critica. È un codice retorico satirico, magari mal usato, ma antipubblicitario.
    Barthes è uno scrittore, non un prodotto editoriale, il suo libro ha vinto il Man Booker Prize; quello che mi soprende è quindi non tanto il suo libro, ma il meccanismo che produce nei fruitori. Che cosa gli garantisce questi elogi? [E questa è la parte di sociologia della letteratura]
    Se vogliamo parlare di letteratura, il gioco sporco che mette in atto nel finale è per me imperdonabile. Come direbbe Carver, niente trucchi da quattro soldi, che non è una regola estetica, ma è una regola morale.
    Non mi puoi fare un racconto che mette in scena due tizi che parlano del futuro e poi, in cauda venenum, mi dici all’ultimo rigo che stanno sulla tolda del Titanic. L’effetto che ho provato è quello.
    Alla luce di questa che per me è una porcata, la costruzione dei personaggi, della trama perde totalmente di credibilità. Non credo più all’idea di amicizia né a quella di amore di Barthes, e il suo stile avvolgente posso ridurlo anche a quello che è: una trama minuscola, gonfiata da inserti saggistici che presi in sé figuriamoci sono intriganti. Ma se non credi all’autore, come farai a credere a quello che dice sul tempo o sui ricordi?
    [Per questo per me Barnes, ovviamente, è letteratura: ma lo è in modo immorale, usando l’estetica in modo antietico. Da scrittore, per me un nemico. Ma è sempre una battaglia interessante].
    Grazie, Christian

  23. Mariella Altermatt scrive:

    per favore , questo libro lo devo leggere e quindi acquistare oppure no??????? ( premetto sono abbastanza datata) grazie

  24. Wif scrive:

    @paolodipaolo quale ferrea regola morale e massima ordina come devono essere i romanzi importanti, quelli originali intendo ? Io sono d’accordo con te tranne che nel finale. perchè mai un romanzo non può essere anche picaresco’ perchè mai questo fatto, il finale del bel romanzo di Barnes, disturba? Io trovo magnifico il complicatissimo finale del senso di una fine. Penso , al volo, al finale di Le Benevole! Ho letto alcuni post esagerati e bacchettoni fuori luogo. ciaociao

  25. Paolo Di Paolo scrive:

    @Wif: nessuna regola, solo gusto – personalissimo – di lettore. Mi ha un po’ spiazzato, ma è nei diritti dell’autore scegliere un finale così… ci mancherebbe!

  26. Wif scrive:

    @paolodipaolo. Sarebbe anche giusto parlare di questo finale, esplicitamente. Insomma la mamma di Veronica non è così marginale da permettere un “finale” diverso. Una volta compreso, questo finale apre una voragine ben più grande di quella provocata dalla brutta lettera scritta a suo tempo da parte del protagonista a Adrian e Veronica. Insomma questi ragazzi erano ben diverso da come la memoria del protagonista ce li racconta in principio,magistralmente. E che Adrian avesse una simile storia….. Questo finale ribalta tutta la visione del romanzo e mi sembra eccezionale.

  27. ANNA MARIA scrive:

    Cara MARIELLA ALTERMATT,
    sono un po’datata anche io e ti sento vicina.
    Non leggere il libro con eccessive aspettative ma forse ,pur se non sarà un capolavoro ,interessa fino alla fine.La delusione nasce dal fatto di aver letto recensioni eccessivamente eccessivamente positive almeno per quel che mi riguarda.Ciao.

  28. Barbara scrive:

    A parte il fatto che stiamo parlando di Barnes e non di Barthes, come Raimo scrive nel post del 26/8… a parte questo. Cosa garantisce al romanzo gli elogi che gli sono stati tributati? Probabilmente il sistema editoriale.
    Quello che ha fatto sì che io corressi in libreria a prenotare il libro (ebbene, sì, perché era esaurito).
    Si dà però il caso che io – e immagino alcuni altri – abbia letto un paio di libri dell’autore, e che non sia bastata una recensione pagata a farmi venire voglia di leggerne l’ultimo uscito.
    Non so… non credo che per Barnes possa funzionare il meccanismo del battage pubblicitario di “Cinquanta sfumature…”.
    Quanto al finale, mi ha spiazzato e anche innervosito. Ma il bello, credo, è che mi ha fatto spendere un’ora a ricostruire l’albero genealogico di alcuni personaggi.
    E non mi sono sentita presa in giro, ma presa nel meccanismo.

  29. marilena scrive:

    buongiorno a tutti, una domanda sul finale di quetso romanzo: sono l’unica a ritenere che le cose non siano da interpretare nel modo, in effetti un po’ banale e deludente compreso da tony, (la madre di veronica ha avuto un bambino handicappato in tarda età), ma in un altro, a mio avviso ben più conturbante?
    io l’ho intesa così: veronica è rimasta incinta di tony l’unica volta che hanno fatto l’amore, lui non ha mai saputo nulla del figlio. la madre di veronica si è accollata quella gravidanza, per non fari ricadere sulla figlia il peso dello scandalo. ecco perché lascia a tony ed ecco perché il commento di veronica “Il prezzo del sangue”. una sorta di indennizzo perché gli è stato nascosto un figlio suo, per 40 anni.
    ecco perché veronica, quando si ritrovano nella seconda parte, tace e se ne va di fretta dal pub in cui tony si è compiaciuto a raccontarle la storia della sua vita e della figlia susie, ecco perché veronica lo porta a incontrare i ragazzi del centro e continua a dirgli che non capisce un accidenti.
    a vederla in questo modo, la congruenza tra il contenuto del romanzo e la sua struttura è di per sé ammirevole: si diceva che non si può mai avere certezza dell’interpretazione storica e che tutto dipende da quali testimoni sentiamo? quindi, eccoci qui. io l’ho trovato molto intelligente e persino un po’ emozionante.

  30. Barbara scrive:

    @marilena

    io ci ho messo un bel po’ per arrivare alla conclusione che Adrian il giovane è figlio di Adrian “il vecchio” e della madre di Veronica – l’interpretazione predominante. La tua lettura ribalta tutto e conferma l’incertezza (confermare l’incertezza mi sembra un bell’ossimoro) che fonda e al tempo stesso mina l’interpretazione, la critica e la storiografia… però: è uno scandalo maggiore la maternità di una giovane donna non sposata o quella di una signora sposata e con figli? Anche se per vivere gli anni ’60 qualcuno ha dovuto aspettare gli anni ’70, mi sembra che la prima ipotesi resti più improbabile.
    Ma credo che tutto ciò faccia parte del gioco: e che tutte le letture siano giuste. La lettura resta aperta.

  31. marilena scrive:

    @barbara

    credo anche io che una delle virtù del romanzo sia lasciare aperte più strade, in piena congruenza con i presupposti teorici circa la radicale incertezza di ogni interpretazione storiografica – che quindi non sarebbero affatto inserti alieni all’organismo romanzo, ma anzi una sua parte costitutiva. trovo che barnes sia riuscito a fare tantissimo con la forma romanzo.
    secondo me (chiacchiero perché ho amato il romanzo e mi piace parlarne), la madre di veronica ha preso su di sé la maternità della figlia non solo per evitarle lo scandalo ma per non “rovinarle la vita” con una maternità fuori dal matrimonio e prima di aver finito gli studi. mi piace l’idea che tony, voce narrante unica e pervasiva, possa essere un narratore inattendibile, quasi suo malgrado. lo è perché la memoria è costitutivamente fallibile: tony non si limita a enunciarlo, ma ancora una volta lo vive su se stesso. nella seconda parte del romanzo dichiara di non aver mai fatto l’amore con veronica… ma noi sappiamo che una volta lo ha fatto, dopo che si sono lasciati. come mai lo ha rimosso? in malafede? per caso? forse per quelle strane falle della memoria individuale da cui originano perturbazioni o addirittura falsificazioni della memoria storica. nella prima parte del romanzo tony ci racconta dell’esperienza della piena del fiume e non cita veronica. nella seconda parte ricorda che quella era stata una delle cose più belle che avevano fatto insieme… lui è la voce a cui siamo costretti ad affidarci, e tuttavia barnes ci fa intravedere altre possibilità interpretative, oltre la consapevolezza del narratore.
    e poi mi fa venire i brividi il modo in cui la canzone dei rolling stones, time is on my side si insinua nel racconto: malinconico e inquietante.

  32. Viola scrive:

    @marilena
    fantastico! hai dato del libro un’interpretazione bellissima, e descritto da te mi piace molto, altroché! Non sono per niente sicura, però, che tutto ciò fosse nelle intenzioni dello scrittore

  33. marilena scrive:

    @viola

    :) diciamo che se la letteratura è (per lo meno anche) ricezione… stiamo dando delle soddisfazioni a barnes!

  34. Carlotta scrive:

    Per cortesia qualcuno mi spiegherebbe il mistero di Adrian e di suo figlio?Non l’ho capito. Chi è Mary? Un mio amico dice che è la sorella di Veronica e che Tony non se ne accorge. Io ho pensato fino alla fine che Mary fosse Veronica e non capivo perchè si facesse chiamare Mary. Insomma io prorpio come il protagonista “Non capisco proprio” …non ho voglia di rileggere tutta la seconda parte, ma vorrei proprio sapere! Grazie di cuore a chi mi chiarirà le idee.

  35. mario de santis scrive:

    @Marilena
    io lo interpreto nel modo corrente – Adrian che fa un figlio con la madre id Veronica. Veronica, la misteriosa che non si è concessa a Tony – ma c’è nel romanzo un accenno a molestie del padre che farebbe presupporre una difficoltà di veronica (certo immaginare che poi la mamma di Veronica si “faccia” il fidanzato della figlia – perché la figlia non gliela dà al fidanzato e la mamma lo ripaga ? – proietta tutta la storia in una dimensione da porno MILF)

    non credo sia fondamentale, se letta così avrebbe ragione Raimo. E in parte ne capisco le ragioni. Io tuttavia sento il disagio di Tony sulla pelle proprio perché il Narratore mi ha trattato come Tony, mi ha fatto diventare cieco. Ciascuno di noi può essere cieco. Siamo come degli amici di Tony che non hanno vissuto al storia ma la scoprono insieme a lui.
    Forse da critico e insieme scrittore Raimo-lettore vorrebbe avere tutto il potere che ha il Raimo-Narratore, invece a me non dispiace alla fine essere solo lettore, essere ed essere cieco come Tony. ognuno di noi potrebbe esserlo.

    PS E non sarebbe il primo romanzo incongruente.

  36. blue scrive:

    Io vedo questo libro da una prospettiva completamente differente. Non è un giallo, la storia in sé non è poi così fondamentale. Conta come il protagonista cambi idea su se stesso e sul giudizio che dà alla sua intera vita, a seconda di come emergano nuovi elementi a chiarire il passato. E’ un romanzo che parla di come il passato sia sottoposto ad un costante processo di revisione, potenzialmente infinito. Il giovane Tony è così certo di avere la verità in tasca, tanto quanto il vecchio Tony lo è del contrario. Il Tony adulto ha imparato a gettare un ponte verso gli altri dai propri fallimenti, per questo può gettare un ponte verso la “odiata” Veronica e infine arrivare a capire qualcosa di più di quello che non ha voluto vedere.
    Lo stile del primo Tony è “manierato” ad arte: dà un po’ sui nervi con la sua ostentata sicurezza di essere superiore, in modo deliberato. Ci deve far capire quanto Tony sia pieno delle sue sicurezze, quelle che lo pongono sul trono della giustizia e della verità, da cui cadrà da adulto.
    Il senso di una fine, non è il senso della fine di Adrian, che in fondo ci sfugge: non leggiamo il diario di Adrian, non comprendiamo mai fino in fondo le sue motivazioni.
    Quella fine ha senso solo relativamente a Tony: gli insegna (da adulto deve ancora imparare una cosa importante) che ha completamente sbagliato nel giudizio verso se stesso e verso coloro che ha amato per un periodo della sua vita, gli fa capire che è stato crudele oltre quelle che sarebbero state le sue intenzioni nel passato.
    Tony è l’inizio e la fine di questa storia, ma anche il suo futuro, perché quello che è arrivato a me come lettrice è che quel processo non finirà mai. Tony cambierà idea ancora, fino alla morte. Come accade ogni volta che si perdono le proprie certezze. La storia di Veronica ed Adrian non viene del tutto chiarita, perché questo non è nelle possibilità di Tony: sono cose che non saprà mai.
    Si può apprezzare o meno la storia, io ho trovato ridondante la specularità con la storia di Robson, secondo me non era del tutto necessaria, però se c’è una cosa che mi è piaciuta di questo libro è la scrittura. E’ efficacissima nel rendere i due Tony, uno agitato, febbrile, arrabbiato e l’altro compassato, indulgente, deluso.
    Non è il libro più originale della Terra forse, visto che l’uso del narratore inaffidabile è di moda nella scrittura, non è certo una novità, ma di scritti “male” così ne vorrei vederne di più.

  37. Pantofola scrive:

    Mi piace tutta questa discussione intorno ad un libro, è questa la dimostrazione che la letteratura è ancora viva!
    @Marilena: sai che anche io avevo interpretato così il romanzo? Pensavo di essere l’unica stupida a non aver capito 😉

  38. Wif scrive:

    Cento volte al giorno mi viene da pensare “filosoficamente tautologico” le occasioni non mancano.. Mi è molto piaciuto Barnes e ora sto leggendo l’unico libro suo disponibile (!!)George e Arthur. Vi assicuro che è molto interessante, piacevole e appassionante. Insomma , così è se vi pare e anche se non. Spero di poter leggere in italiano altri libri di questo scrittore del disincanto, acuto e allegro, tutto sommato. Il vero quesito del SENSO DI UNA FINE è quello del suicidio di un giovane come Adrian. Ma sempre, davanti a un simile gesto , ci si chiede il perchè . Perchè?

  39. Mino scrive:

    @Marilena e altri che la pensano come lei

    Parliamo del finale.

    Se il figlio fosse di Tony e Veronica, quale sarebbe il nesso del suicidio di Adrian e ancor più il nesso con lo squilibrio mentale del giovanotto del pub ?

    In tal senso, Tony stesso riflette sui problemi delle gravidanze in tarda età..il fatto che Veronica si faccia chiamare Mary, credo sia casuale, ma sull’identità della donna non v’è nessun dubbio.

    Il lascito delle 500 sterline e del Diario di Adrian credo che siano da parte della madre di Veronica un modo per far capire a Tony che lui non ha colpe per la morte di Adrian e che quella lettera cattiva è solo un errore di gioventù.

    Piuttosto, dovremmo interrogarci su fratello Jack, possibile che scompaia in quel modo ? Il finale non potrebbe ricollegarsi a lui ?

  40. Annalisa scrive:

    Salve, ho finito di llegere il libro in questione…
    Domanda: ho capito bene il finale?
    Adrian e la madre di Veronica hanno avuto una storia ed è nato il secondo Adrian, giusto?
    Adrian padre nel diario scrive “Dunque, ad esempio, se Tony..” questa frase alla lettura del finale l’ho interpretata in questo modo: se Tony non mi avesse suggerito di parlare con la madre di Veronica tutto ciò non sarebbe successo…
    qualcuno, cortesemente, mi spiega?

  41. DaniMat scrive:

    Il fatto è che Julian Barnes è più saggista che narratore benché si ostini dal 1980, da Metroland*, a scrivere romanzi. È uno scrittore che di continuo nutre i propri romanzi a tutta la grande letteratura che ha letto e studiato e a tutti i più grandi romanzieri ‘classici’ (tra i quali, primo Flaubert, seconda Virginia Woolf –> qui imitata nella situazione da LeOnde, quello sì un capolavoro) per i quali prova devota e riconoscente fascinazione oltre che una insopprimibile e malcelata invidia. Questo romanzo è freddo, anatomicopatologico, quasi ‘forensic’ per quanto raggela le proprie auree riserve umane in ‘evidences’ da classificare e diagnosticare, senza l’ombra della partecipazione affettiva o emotiva. Mi ha delusa molto. Io non ci ho messo due o tre ore a leggerlo, ma qualche giorno, perché per farmelo andar giù ho dovuto veramente sforzarmi. Un ‘romanzo’ che è dopotutto una frode: critichiamo tanto Eco romanziere, dovremmo farci andar bene JB per forza? E in ossequio a che?
    ——————–
    *Metroland, esordio di Barnes nel 1980, poi film di Philippe Saville nel 1997 (lo recensii per Il Diario della Settimana de L’Unita proprio con la scusa del film appena uscito), è anche quello un romanzo su un gruppo di giovani amici separati dalla vita, e anche lì c’è un Tony protagonista…

  42. Mario scrive:

    Posto la mail inviata ad un’amica, la quale mi aveva espresso apprezzamento per questo libro (ho solo omesso alcune parti personali, prive di relazioni con l’oggetto).

    ————————————

    Ho commesso un errore.
    Per prima cosa, me la prendo con me, ma, in subordine, anche con te.
    Avrei dovuto essere certo, senza minima ombra di dubbio, che un romanzo definito “capolavoro” da mezzeseghe come D’Orrico/Romagnoli, Fofi, Piperno, Fusini, e bella compagnia criticando, non potesse esserlo neppure per diretto intervento divino.
    L’ultima volta che ho ceduto alla voce del pulpito letterario è stato anni fa, con “Non è un paese per vecchi”; anche in quel caso, pagina dopo pagina, al posto del capolavoro ha preso corpo una cosina mediocrina mediocrina.

    Stavolta, a seguito del tuo “bello, bello”, e del fatto che mia moglie (una che, ahimè, pende dalla penna dei critici), ha comprato una copia di questo “Il senso di una fine”, sono recidivamente caduto in errore.

    Vabbè, 150 pagine! Io ti chiedo, se effettivamente questo libro può essere definito “bello, bello”, quale lingua dobbiamo inventare per qualificare la più scadente delle opere dei veri scrittori? Non nomino neppure uno di questi grandi narratori, perché non mi perdonerei che i loro nomi stessero sulla stessa pagina di quella dell’autore del nostro “capolavoro”; ma, scendendo, di uno o due livelli dai grandissimi, e rimanendo appena sul suolo italico, se questo signore scrive dei capolavori, e tu ne definisci uno “bello, bello”, come dovremmo chiamare l’ultima delle opere di un Fogazzaro, di un Gadda, di un Buzzati, o di una Deledda? Tu mi potresti obiettare che si tratta di generi diversi, di tempi diversi, di contesti diversi, di riferimenti ad una umanità diversa. Sciocchezze! E’ ovvio che Omero e Shakespeare sono diversi in tutto, ma convergono sul punto cruciale: l’essere umano e la condizione umana in quanto tali. Poco e niente contano il contesto, l’angolo di visuale, il taglio, il genere; conta solo, in una narrazione, che i personaggi siano o vengano resi reali, e che la storia parli contemporaneamente alla mente, al cuore, e alla pancia. Il romanzo di Barnes non fa nessuna di queste tre cose. Si potrebbe essere tentati di dire che (almeno) parla alla mente, per via delle frequenti divagazioni filosofiche; ma, purtroppo, Barnes, che come filosofo vale quanto il sottoscritto come alpinista, non fa altro che arrampicarsi su per i peri di filosofemi di livello e spessore appena liceali; appesantiti da una seriosità tipicamente british.

    Tutti i suoi personaggi sono finti, prodotti da una cerebralità esasperata, ricercata per se stessa, come surrogato facile facile dell’intelligenza e della profondità. Che ha di autentico Tony? Come ci si può lasciare veramente coinvolgere da sfigati come Colin, Alex, Veronica, Adrian, Margaret? Personaggi letterari nel senso peggiore del termine, figure di carta velina, autentici solo come finzioni (ossia, ossimori dotati di parola).
    E poi, quel finale, che può sbalordire solo i dipendenti cronici da benzodiazepine. Farraginoso, asmatico, tirato per i capelli, evidentemente rabberciato per dare una scossa agli amanti del Valium.

  43. Rita scrive:

    Finito di leggere il libro, mi sono messa alla ricerca dei vostri commenti.
    Vi propongo di individuare in Veronika il personaggio chiave. Tutti gli uomini che, con le loro dissertazioni e giochi intelligenti e astrusi, occupano molte pagine del libro, sono lì solo a far emergere questa singolare figura di donna che, ancora ragazza, sa danzare, ma se ne vergogna, introduce Tony nel torbido erotismo di casa sua, con un padre che mantiene una centralità, anche se o proprio perché ha giocato sporco con la figlia, con una madre maldestra che si compiace della propria imperizia, come se fosse ancora adolescente e quasi a discolparsi del suo silenzio sui rapporti del marito con la figlia. Le madri sanno.
    La giovane Veronika si ferma con Tony alla dolce masturbazione: qualcosa le impedisce di lasciarsi andare e, quando lo farà, e Tony si renderà conto che prima…ecco da quel momento cominceranno le incomprensioni, le paure ottuse, il peregrinare di questa donna tra l’uno e l’altro, tutti, però, assolutamente inadeguati rispetto alla sua energia, che nasce da una grande fatica e non ha più voglia di dare spiegazioni.

  44. marilena scrive:

    @mino, che leggo solo ora (4 mesi di ritardo, non male, eh!).
    dunque, secondo me:

    1) il suicidio di adrian e lo squilibrio del figlio sarebbero causali, o meglio: il loro significato non sarebbe legato in senso funzionale all’intreccio. o, meglio ancora: il suicidio di adrain in un certo senso lo sarebbe, una variazione sul tema dell’invidia.
    l’individuo che tony ha sempre invidiato, alla fine non era così soddisfatto come poteva sembrare a lui. un’altra piccola conferma della soggettività e del relativismo della nostra visione delle cose e degli altri?

    2) e, a proposito di soggettività, a me pare impossibile che il fatto che veronica si faccia chiamare mary sia casuale, ma credo dica qualcosa sul suo rapporto che lei ha con quel ragazzo, un rapporto basato su false premesse. in questo senso mi spiego anche tutto il risentimento di veronica per tony che “non capisce”, e l’inaffidabilità di tony sul resoconto del suo passato con veronica…

    3) il lascito delle 500 sterline e la frase con cui viene accompagnato mi paiono così perturbanti da lasciar intendere un tradimento ben più… viscerale.

    @pantafola: siamo in due! ^^

  45. margherita scrive:

    scusate ma continuo a non capire il finale “sorprendente”: nessuno sa con sicurezza chi sia la madre del giovane Adrian, ma perchè si è ucciso Adrian? (alla luce del commento fatto sul suicidio dell’amico Robson)
    non si potrebbe chiedere almeno al traduttore che senz’altro, prima di iniziare il suo lavoro, avrà parlato con lo scrittore

  46. picker scrive:

    Quanto al finale congruente, direi che l’interpretazione di marilena è suggestiva (aveva sfiorato anche me, dopo il secondo reiterato “non capisci proprio” di Veronica, come anticipazione di quello che è, a tutti gli effetti, il finale accreditato) ma trascura un fatto almeno. Il figlio di Adrian e Sarah Ford (non di Tony e Veronica) viene riconosciuto tale per la smaccata somiglianza con Adrian, sottolineata un paio di volte almeno. Be’ sì, dal narratore Tony; se poi si vuol ritenere il povero & medio Tony webster anche un inattedibile traviato mentitor, allora tutto può essere.
    Comunque: buon romanzo, scrittura attenta, sorvegliata, godibile.
    Ce ne fossero.
    Infine: perché utilizzare a forza e male, categorie etiche o sociali (il non interrogarsi su un fatto uno del mondo circostante, da parte di personaggi così”iperborghesi”, pfui!) in un’analisi critica per il resto adeguata – non condivisa, ma adeguata?

  47. luce scrive:

    A chi propone l’ipotesi che Adrian Jr. sia figlio di Veronica e non di Sarah: Adrian Sr. nel suo diario scrive un’equazione i cui termini sono le iniziali delle persone coinvolte nel fatto: b, a, a2, v, s. Ovvero: bambino, adrian, anthony, veronica e sarah. Quindi Sarah è coinvolta fin da prima del suicidio di Adrian, è lei ad essere rimasta incinta di Adrian. Non ha finto di essere la madre del bambino una volta nato, per risparmiare a sua figlia di vivere da ragazza madre.
    E sottolineo il rilievo di Picker: Anthony nota una somiglianza con Adrian, fosse stato suo figlio avrebbe notato la somiglianza con se stesso, tanto più che nulla fino a quel momento dava a pensare che ci fosse di mezzo una discendenza.

  48. hh scrive:

    Mario (19 febbraio), idiota alla dupla potenza, la prossima volta comprati un bel romanzone di Fabio Volo e fattici una pippa.

  49. fra scrive:

    Ho finito di leggere il romanzo da poche ore, poi sono andato su internet per cercare di soffocare il senso di vuoto che il libro mi ha lasciato.

    Sono andato su internet per cercare commenti e recensioni.
    E mi sono imbattutto in questa discussione.

    Ho letto ogni commento con attenzione.
    Poi ho chiuso il computer e sono andato a mangiare.
    E ho pensato al romanzo e ho estrapolato fuori una conclusione.
    La mia idea è che questo breve romanzo di 149 pagine sia un piccolo gioiello. Dei libri pubblicati negli ultimi 10 anni è forse uno dei più belli che abbia mai letto. (cosa è la bellezza per me: voce narrante, una certa comodità nel stare nel romanzo, azioni personaggi, rigirare il libro tra le mani e pensare al libro una volta finito).
    Vi spiego, dal mio umile punto di vista (la bellezza dell’arte è che la si può discutere, se no che gusto ci sarebbe?).

    Credo che il finale del romanzo ( e cioè che il bambino Adrian sia figlio della madre di Veronica frutto di una relazione con l’altro Adrian) sia una menzogna, voluta, geniale del narratore.

    Barnes fa una cosa postmoderna in questo romanzo. Fa metafiction.
    Il lettore non è passivo, ma attivo.
    Il lettore, in questo caso, è lo storico che deve sentire le testimonianze del protagonista (il narratore stesso), confrontarle ai fatti storici e poi scrivere come sono andati i fatti.
    Non c’è una verità assoluita, in questa operazione, perché come spesso si dice nel libro, bisogna fare i conti con la fallibilità dei fatti raccontati e con “le prove storiche”.

    Barnes, per voce del suo protagonista, non sta facendo altro che rilasciare un’intervista a noi.
    E lo sta facendo narrando fatti di 40 anni prima, con il rischio che la memoria possa essere fallibile.

    “Le prove” a nostra disposizione sono il testamento, il denaro, la volontà della madre di veronica di lasciare il diario di Adrian al narratore.

    Noi, da buoni storici, dovremmo chiederci, perché la madre di veronica dovrebbe lasciare quel testamento a un uomo visto una sola volta in vita sua? E’ evidente che lei non è rimasta incinta di Adrian.

    Il bambino è figlio del narratore. E’ figlio di Veronica. Sul diario di Adrian c’era la prova che fosse così. Veronica lo brucia per “proteggere” il narratore. Adrian si ammazza, forse, perché scopre tutto ciò o tutto ciò è irrilevante e Adrien si sarebbe tolto la vita lo stesso? Non lo possiamo sapere. Di certo si uccide perché non voleva continuare, impassibile, ad accumulare vita su vita. Quindi era insoddisfatto della sua vita. Forse perché non riesce a stare accanto a Veronica che porta con se questo segreto.

    Eppure, il narratore, continua a non ammettere a se stesso che quello è figlio suo. Si accontenta anche di non capire. Delle risposte degli altri. E’ un uomo senza qualità e ambizioni. E’ una persona passiva, il contrario di Adrian, subisce la vita e non decide. Fino alla fine. E’ coerente. Ed è un personaggio riuscito.

    Perché Veronica, fino alla fine, non dice nulla del figlio che ha avuto con lui?
    Per proteggere il bambino e vendicarsi con lui? Per proteggere lui?
    La chiave è comunque nell’incipit e in quel fiume al contrario. Credo sia quello il momento del concepimento del bambino.

    Oppure, semplicemente, Veronica ha detto del figlio a lui e il narratore a noi non ha detto niente, ma una bugia, per proteggere se stesso e dimostrare che la storia non è sempre verità.
    Forse è per questo che l’umanità continua a fare sempre gli stessi errori, perché non ha mai conosciuto il suo passato.

  50. marilena scrive:

    buongiorno fra,
    ho letto il tuo commento e sono d’accordissimo con quanto dici in generale e in particolare con questa considerazione:

    “Eppure, il narratore, continua a non ammettere a se stesso che quello è figlio suo. Si accontenta anche di non capire. Delle risposte degli altri. E’ un uomo senza qualità e ambizioni. E’ una persona passiva, il contrario di Adrian, subisce la vita e non decide. Fino alla fine. E’ coerente. Ed è un personaggio riuscito”.

    ho letto Il senso di una fine nell’estate del 2012, e siamo ancora qui a parlarne: questa cosa mi galvanizza.
    un suggerimento per medicare il vuoto lasciato dal romanzo di barnes: Livelli di vita, dello stesso Barnes.
    io ho amato molto le prime due parti, un po’ meno l’ultima, quella scopertamente autobiografica: ma trovo che l’omeopatia sia un’ottima cura per la nostalgia libro-indotta! :)

    marilena

  51. Daniela scrive:

    “Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.” Christian, correttamente, ci avvisa sin dall’inizio e mostra rispetto per i possibili futuri lettori.
    Purtroppo chi commenta non fa altrettanto e spiattella il finale con tanto di dettagli, senza neanche un minimo accenno al fatto che, proseguendo nella lettura del commento, il povero lettore si troverebbe privato di qualsiasi emozione, che invece l’egoista commentatore ha provato nel leggere il libro e che tiene tantissimo a condividere.
    Grazie mille Marilena, Barbara & Co, per avere reso “povera” – se non del tutto superflua – la lettura a me e a chi, come me, contava sulle vostre recensioni per decidere se acquistare o meno il libro.
    Mi auguro che lo stesso possa accadere a voi

  52. giovanni scrive:

    03 01 14
    L’ho letto solo ora, sono un ritardatario. Ho cercato sul web di capire la conclusione che mi sfuggiva. Forse in lingua originale tutti la capiscono subito (chi è il padre, chi la madre etc.) Io proprio non capivo cosa fosse successo. Ho riletto alcune parti, niente da fare, continuavo a non capire. Adesso ho capito che la traduzione ha lasciato zone d’ombra, oppure che il testo ha zone d’ombra (facile accusare la traduttrice). Però se ha vinto un premio così prestigioso, zone d’ombra non ce ne devono essere nella versione originale. E’ un bel libro, delicato e profondo. E appartiene in pieno a chi ha superato i sessant’anni e ascoltava quella musica lì venendo nelle mutande.

  53. behemoth scrive:

    Sono completamente d’accordo con il recensore. Arrivato alla fine mi sono sentito un po’ preso per il culo.
    In alcune parti il libro è interessante, non lo voglio negare, ma il dispositivo narrativo che usa è “e poi invece è andata così” quando noi lettori non potevamo assolutamente intuire né sospettare né sperare né temere che potesse andare così da nessuna semina narrativa precedente.
    E sì poi i personaggi sono interessanti a malapena, ma la rabbia che viene arrivando alla fine è dovuta soprattutto alle promesse iniziali disattese. Vabbè mi ha fatto proprio incazzare.

  54. PaoloGli a scrive:

    Ho trovato questa recensione quando ero a metà del libro, e quindi ho accuratamente evitato di leggere la parte centrale – anche se, con il senno di poi, non viene detto troppo. In ogni caso penso che un libro che soffre tanto per la rivelazione del suo finale sia, in fin dei conti, un libro di scarso valore.
    Nel caso de “Il senso della fine”, paradossalmente il finale a sorpresa non serviva. La trama stessa poteva restare un’opzione alla quale Barnes avrebbe potuto rinunciare: non aggiunge niente a tutto ciò che è stato detto. E concordo sul fatto che il trucco usato – tutti sanno tutto tranne il personaggio principale – è piuttosto grossolano.
    Da lettore, però, questo libro mi ha toccato nel profondo: pur con il suo tono dimesso, oppure proprio in forza di questo, il senso della fine arriva come un lento, placido schiacciasassi. Non c’è il vigore di Roth che si dibatte anche in punto di morte: qui c’è il grigio, mesto scivolare in un nulla pieno di nostalgia.

    A proposito della lettera inviata da Tony ad Adrian, invece (attenzione, qui si fa dello spoiler) non posso non pensare a quella che Julian Barnes scrisse a Martin Amis (che tu giustamente citi) nel 1995 quando quest’ultimo decise di non avvalersi più delle attività di agente della moglie di Barnes, la Pat Kavanagh a cui questo libro è dedicato. Il buon Barnes gli augurò di fare la fine degli altri due autori che l’avevano abbandonata per scegliere “lo Sciacallo” Wylie: Rushdie, condannato a morte con la fatwa, e Chatwin, morto di AIDS. Chissà se questo libro non possa essere visto come una dichiarazione implicita di un rimorso mai dichiarato.

  55. mbrasan scrive:

    Ho finito il libro ieri notte e nei tre giorni che ho impiegato a leggerlo mi ha tenuto col massimo dell’attenzione. Ogni volta mi dispiaceva abbandonarlo e pensavo a come ricavarmi il tempo per riprenderlo.
    Ho fatto parecchie volte su e giù per i capitoli già letti: avvertivo il peso prezioso di ogni frase e avevo paura di trascurare dettagli importanti.
    Insomma m’è piaciuto molto.

    Fino alle tre, quattro pagine conclusive.
    Il finale mi ha deluso.
    Non tanto il ‘primo’ finale, quello in cui si ipotizza il figlio di Adrian e Veronica, ma proprio il finale definitivo dove si scopre che il figlio invece è della madre di Veronica. C’è la sorpresa, d’accordo, ma mi sto chiedendo: c’è quel famigerato weekend che Tony trascorre con i genitori e il fratello di Veronica e che ricorre per tutto il romanzo, ogni volta con l’evidenza dei dettagli, ripassando sempre più a fondo ogni momento, e che, insieme alle torce elettriche che illuminano l’onda anomala del fiume, viene preannunciato come la chiave che avrebbe dovuto essere interpretata e che Tony non ha intuito. Ecco, mi chiedo, a fronte del finale svelato, in che modo Tony avrebbe dovuto decodificare quel weekend? In che modo, uno che sapeva già il futuro, avrebbe potuto evidenziare la potenza di quei segnali? (a letto presto la sera prima, la masturbazione, lui lasciato da solo con la madre a colazione, l’uovo rotto, la padella rovente…). Anche col finale svelato, quel weekend rimane incomprensibile, non si capisce che cosa avrebbe dovuto suggerire. E Jack? il fratello di Veronica? Che fine ha fatto? E’ un manager che si fa trasportare dai risciò in qualche paese lontano o è uno sfigato che sta in un residence dietro l’angolo?

  56. Mr. Efis scrive:

    Non è poi così difficile scrivere una recensione (o commento) omettendo i fatti narrativi ai quali ci si riferisce. Basta un po’ d’impegno. Ovviamente non c’è cautela più efficace del mettersi a scartabellare le recensioni *dopo* aver letto il libro, ma tant’è..!

    Circa la qualità della scrittura, avrei pochi dubbi. Il libro scorre fluido: si legge senza intoppi. E le epifanie che s’intervallano nel corso della narrazione sono meritevoli di più d’una riflessione.

    Sulla storia, sarei meno severo circa il colpo di scena finale; anche se posso capire la frustrazione di chi si è sentito escluso sul più bello – del tipo: “È stato come essere invitati ad un pranzo dove venga a mancare la portata principale”?
    La scelta dell’autore suppongo discenda dalla volontà di rappresentare quel trovarsi “tangente” ad eventi di cui si è stati (involontari) catalizzatori, ma in cui ci si ritrova invischiati cogliendo tardi la portata (collaterale) dei propri gesti pregressi.

    Come lettori ci ritroviamo immersi in un libro sui non detti e sulla loro ragione d’essere tali; tutti noi cerchiamo di decifrare l’imperscrutabilità di Veronica – forse dovuta ad un’incapacità ad aprirsi poi gravata da quell’indicibile che presumibilmente ha distrutto la vita sua e della sua famiglia. Un dialogo finale chiarificatore sarebbe stato illogico per quel personaggio.Ed il far coincidere il percorso di svelamente del lettore con quello dell’io narrante lo reputerei un pregio della scrittura, non un difetto.

    Per chi non l’ha letto, i miei auspici di buona lettura

  57. A me il romanzo è piaciuto molto.
    Non mi pare così inverosimile che una persona non si sappia spiegare alcuni eventi, perché non è al corrente di dettagli che cambierebbero tutto. Ovviamente qui il tutto è esteso non a una piccola contingenza bensì all’intera vita, ed è questa universalizzazione che la rende finzione narrativa e non mera cronaca, no?
    Non mi sono sentita presa in giro, trovo che l’espediente usato dia un bel senso di letterarietà, qualcosa che spesso manca in romanzi che, per quanto piacevoli, non sembrano molto studiati dal punto di vista formale.
    La parola capolavoro è fin troppo abusata, quindi non darei troppo peso a questi giudizi, anche se spesso sono addirittura riportati in quarta di copertina.

  58. lodovica scrive:

    Leggo di stratagemmi furbi di scrittua, di lettori seccati che si sentono presi in giro…di MESTIERE; dissento: il libro di Barnes non è un giallo e nemmeno un mistero da risolvere; la linea ‘gialla’ è un di cui…. il libro parla del tempo che passa e dell’intimità di ogni singolo. A mio giudizio è un bellissimo libro, molto ben scritto ed in alcuni passaggi addirittura colto, lo svolgersi della trama e la sua risoluzione finale, torno a ripeterlo, è del tutto secondaria.
    Buona lettura a chi ancora non lo avesse letto

  59. Paolo scrive:

    Dissento, cordialmente, dal dissenso di Lodovica.
    E’ vero, non è un giallo; e concordo, la trama, in libri come questi, è secondaria. Tuttavia, nel caso specifico Barnes utilizza la struttura del giallo, con la suspense trascinata fino all’ultima pagina, e gli indizi seminati in giro per il libro. Altri grandi autori hanno contaminato il giallo, o ne hanno preso in prestito la struttura per stravolgerla (penso al bellissimo e poco conosciuto “Disperazione” di Nabokov). A Barnes non serviva una trama così orientata al finale a sorpresa; ma nel momento in cui l’ha scelta, avrebbe dovuto usarla con maggiore talento – più astuzia, o più onestà. Si è fermato nel mezzo, lasciando (questo è solo il mio parere) un retrogusto di aromi artificiali.

  60. RobySan scrive:

    @Christian Raimo:

    “Non mi puoi fare un racconto che mette in scena due tizi che parlano del futuro e poi, in cauda venenum, mi dici all’ultimo rigo che stanno sulla tolda del Titanic…”

    Perché mai? Secondo me, Beckett ci sarebbe riuscito.

  61. veronica scrive:

    Non è certo la trama che fa di un libro un capolavoro. Consiglierei caldamente di rileggerlo.

  62. Paolo scrive:

    Veronica, è vero, la trama non fa un capolavoro, ma una trama sbagliata può affossare un libro – non è questo il caso specifico, ma avrei preferito se anche Barnes si fosse davvero disinteressato alla trama….

  63. asia scrive:

    bisognerebbe leggere questo libro quando si è nel fiore degli anni perchè all’età di 60 ti viene una depressione da spararti! Ma quale fine della vita…!

  64. Valter scrive:

    Ho letto questo libro subito dopo aver letto “il pappagallo di Flaubert”, un po’ per curiosità (non aveva vinto un importante riconoscimento?), un po’ perché Barnes sa veramente scrivere (credo che siano pochi i critici/lettori dotati di onestà intellettuale che la pensino diversamente). Trovo, tuttavia, la recensione di Raimo ragionevole e comprensibile, anche se non la condivido del tutto. In effetti, mentre ho trovato la prima parte molto bella e, forse per una questione generazionale, mi ci sono anche “ritrovato” dentro, la seconda parte dapprima si dilata eccessivamente, per poi andare incontro ad una sorta di compressione (il finale) che lascia sconcertati. Non sono sicuro, come dice Raimo, che si tratti di furbizia dell’autore (perché? Con quale risultato?). Più semplicemente, credo che Barnes abbia perso il controllo della sua opera. A Roma diremmo che “s’è incartato”. E forse il riconoscimento ricevuto da questo romanzo è solo il risultato di un tardivo senso di colpa (vedi il pappagallo di cui sopra).

  65. Filippo Dick scrive:

    Ho appena finito questo romanzo.
    Mi è piaciuto, tanto, credo vi siano dei passaggi narrativi e delle riflessioni molto acute e sentite, pensieri che, in qualsiasi fase della nostra vita, invitano all’analisi della nostra stessa esistenza. È un romanzo che fa riflettere. Il problema è che, dal punto di vista narrativo, le parole, le riflessioni, le frasi, i pensieri di cui parlo, superano la trama, il romanzo, è lo fanno per colpa di un finale, sinceramente, sleale o almeno, “eticamente”, inaspettato. Lo scrittore onesto non dovrebbe fornire ai suoi lettori gli elementi necessari per capire la storia, sia narrativa che intellettuale? Su quella intellettuale, niente da dire, Barnes è stato quasi perfetto, giusto, ma dal punto di vista narrativo no, è venuto meno a quel patto narrativo di cui ci parlano a scuola fin dalle elementari (o quasi) e che ripetono ad ogni livello scolastico. Gli insegnanti di “scrittura creativa” ti mettono in castigo se te ne freghi, eppure, nonostante sia uno scrittore/critico, Barnes straccia il contratto e regala un finale in cui il protagonista è reo di non aver visto nessuna puntata di Beautiful.

  66. Angelo scrive:

    Che recensione buffa. Sono d’accordo sul fatto che né il protagonista né il lettore potevano venire a capo dell’enigma considerati i pochi elementi dati, ma quello che in realtà si poteva o andava intuito era, a mio parere, un’altra cosa.
    Da un lato viene sottolineata la passività del protagonista nelle sue scelte di vita, il suo “spirito di autoconservazione” che lui stesso cita più volte e che lo ha portato a vivere un’esistenza soddisfacente ma in qualche modo piatta; dall’altro un personaggio (Veronica) che sembra portato a una vita all’opposto, piena di dramma e tensione, che non fa altro che ripetere: “You didn’t get it then, you don’t get it now and you will never get it”.
    Ma che cosa non coglie Tony e non cogliamo nemmeno noi? Non tanto quello che in realtà è successo (evento utile a creare un finale a sorpresa e atto a essere solo uno strumento narrativo) ma che dalla tranquillità della sua vita senza eventi, Tony con quella lettera ha destabilizzato la vita di quattro persone, non è stato in grado di interpretare i fatti riguardanti la propria esistenza e nemmeno di intuire le conseguenze di quell’unico gesto, tanto da averne attutito i toni con il tempo.
    Per questo il discorso iniziale (le conversazioni in classe al liceo) sull’autentitcità della storia in senso più ampio acquista senso man mano che si procede verso la fine del libro. I quesiti riguardo a quello che gli storici dicono: si tratta davvero di quello che è accaduto? Si tratta di fatti o di interpretazioni? Quindi, circoscrivendo i dubbi alle nostre vite, siamo consci di quello che è successo in passato, di quali conseguenze hanno comportato le nostre azioni e di quello che siamo stati e siamo per noi e per gli altri?
    Credo che siano degli spunti di riflessione interessanti che questo libro fa emergere bene. O dovrebbe far emergere, se non si legge Il senso della fine come un romanzo di Agatha Christie.

  67. Alba scrive:

    Comprato, iniziato a leggere e riposto solo dopo essere arrivata all’ultima pagina.Mi é piaciuto molto ,ben scritto, trama non molto originale, ma accattivante.Ma,possibile che a nessuno sia venuto in mente che Tony abbia continuato a non aver capito niente?!I Il figlio di Adrian era effettivamente suo e di Veronica ,ma semplicemente,come avveniva spesso all’epoca ,era stato fatto credere figlio della nonna e cresciuto come fratello di sua madre…
    Comunque il finale ha poca importanza,i libri,come la vita non sono come sono scritti,ma come noi li leggiamo e li interpretiamo perché il nostro vissuto rimescola tutto fino al “nostro” di finale.

  68. Emanuela scrive:

    Può capitare di non essere presi alla sprovvista dal finale e quindi non trovare motivato il livore di questa critica, un po’ eccessivo a mio modesto parere. Il romanzo scorre, in alcuni tratti è divertente, è profondo nella sua semplicità e quelle che qui vengono poste come mancanze possono essere viste come questioni di gusto. Non sarà perfetto questo romanzo, ma di sicuro è di molto superiore all’inutile acidità di questa recensione.

  69. esia scrive:

    Ho finito di leggere questo libro un’ora fa, e come tanti ho sentito la necessità di cercare delle recensioni su internet.Penso sia questo il punto. Abbiamo talmente necessità di darci delle spiegazioni che vadano bene, che possano essere socialmente condivise, che ne discutiamo sul web, e si tratta di un libro. Che ha una cronologia di commenti di 4 anni.
    Per tutti coloro che si chiedevano il motivo del nome Mary, ipotizzando fosse anche un’altra persona, nelle prime pagine il protagonista ci dice che Mary è il secondo nome di Veronica, e che ci ha messo due mesi per estorcere questa informazione.
    È un libro che fa pensare, forse fa pensare anche di più delle reali intenzioni dell’autore.
    Non sapremo mai di chi è frutto Adrian II.
    Ma è davvero importante?
    O si intende forse riprendere Kant, e le sue lenti colorate attraverso cui interpretiamo il mondo, senza mai riuscire ad afferrare la verità?
    Adrian era un eroe, o un codardo?
    lo sappiamo davvero?
    Anthony ha colpa?un ragazzo di 20 anni ha colpa? È una catena di concause o le responsabilità sono singole?

    Se non altro per queste domande, il libro merita di essere letto,a mio avviso.
    È un dito puntato anche verso di noi, che di pochi indizi diamo interpretazione.

    Le nostre,di interpretazioni, sono tutte diverse.

  70. gloria gaetano scrive:

    E non si tratta di intimismo retro ,ma di riflettere sul sé, da cui si parte per ogni seria narrazione.
    E come si può essere in un’epoca post-tacheriana, che va peggiorando? Proprio come i grandi autori
    cui hai accennato, un po’ ripiegati sul privato, con un tono apparentemente ironico di segnali, immagini,invenzioni, che si rivelano veicolo di ben altrimenti profonde e articolate istanze filosofiche e socio-politiche. Non è un caso che, mostrino una certa attenzione per il problema della specificità storica e culturale dell’Inghilterra . Ma non solo ,se aggiungiamo a questi Xavier Marias, cArol Oates, Atwood Vargas LLosa. . Non è certo la letteratura americana che ci dona linfa vitale per il presentte, soprattutto quella postreaganiana, ma esiste quella spagnola,,sudamericana,,irlandese, Leggiamo e riflettiamo ancora un po’.,

  71. Vincenzo scrive:

    Ma seriamente? Adesso la scelta della “voce” di un personaggio chiaramente all’oscuro della situazione dovrebbe tradursi come presa per il culo nei confronti del lettore? A me sembra invece che, per dirla con Genette, la “forma dell’espressione” si fonda molto bene con la “forma del contenuto”. E credo, inoltre, che il voler spiegare forzosamente e in modo razionale un libro (di un autore dal noto passato postmodernista, poi) sia oggi un po’ retrò (si guardino le nuove derive della Unnatural Narratology).
    Saluti.

  72. monica scrive:

    Forse i lettori hanno così tanta paura di riflettere sul senso della fine che hanno provato nella loro vita, almeno per una volta, che preferiscono fermarsi sul senso letterale delle parole e sulla trama che li fa innervosire, piuttosto che sentire il senso della fine che ha attraversato il cuore, la vita.
    Forse i lettori ignorano che il senso della fine è la rinascita, che il senso del caos, del non capire nulla è l’inizio del cambiamento. In sintesi la lettura diventa sterile se non si va oltre le parole.

  73. Alessia scrive:

    Non mi trovo affatto d’accordo con i lettori che si sono sentiti delusi o, peggio, presi in giro dalla scelta narrativa dell’autore. Il focus del romanzo non è il finale o la dimostrazione della concatenazione logica dei fatti raccontati. Il suo centro e punto di forza consiste proprio nel fatto che il lettore vive la storia dal solo punto di vista di Tony, che interpreta gli eventi secondo come lui stesso li ha vissuti ed alla luce del suo solo ricordo (che in quanto tale, come ci avvisa dal principio, è necessariamente parziale ed imperfetto). Il romanzo andrebbe piuttosto letto come una riflessione sul significato della memoria, sulle distorsioni che essa applica agli eventi e sulle diverse interpretazioni che ne derivano. Il libro è bello proprio perchè il lettore compie questo percorso insieme al protagonista, assumendone il punto di vista, e lo segue da vicino in questo processo.
    Le interpretazioni delle ultime scene ed i significati che esse conferiscono all’intera vicenda secondo me sono molte, e tutte possibili; immagino che l’Autore ne avesse in mente una, quella “vera”, ma la scelta di non svelarla chiaramente è proprio il più bel regalo che potesse farci (nonchè segno di rispetto e fiducia nelle capacità individuali del lettore): Tony ha capito? Ognuno di noi, che con lui legge e ri-legge i fatti alla luce degli eventi del finale, ha capito? Ognuno è libero di credere alla propria versione interpretativa, che poi è, nè più nè meno, quello che accade tutti i giorni nella vita reale. La trama, nel senso riduttivo del termine, è solo un pretesto per scrivere; forse sarebbe utile una seconda lettura che non si concentri sui fatti ma sul tema dei ricordi e del modo di rappresentarli. Penso che questo sarebbe, paradossalmente, molto più utile allo scioglimento dei dubbi sul “giallo” (che non è tale), conducendo un pochino più vicino alla (corretta?) interpretazione del finale.

  74. Massimo scrive:

    Ho letto questo libro in un baleno, preso dalla storia ma soprattutto dallo stille di scrittura. Al di là delle riflessioni di cii è infarcito, a volte ricche e stimolanti, a volte meno, trovo che Barnes sia abilissimo nel dotare il testo di tutta una serie di suggestioni, specie letterarie, che sono un vero e proprio piacere per la mente. È vero, come è stato detto, che la storia può confondere il lettore ma la storia mi sembra solo un pretesto per raccontarci, elegantemente, quanto assurde e imprecise siano le vite degli uomini. Comunque, mi riprometto di leggere altro di Barnes, credo ne valga la pena.

  75. Piero scrive:

    Ho letto il libro 6 anni fa – allora non mi è piaciuto – l’ho ripreso un paio di anni dopo , ma stesso risultato – mi annoio, confuso, poco chiaro , ma con pagine,situazioni,personaggi improvvisamente vivi,interessanti,con azioni luminose.
    Ne scrivo perchè ieri ho visto il film e mi è piaciuto più del libro , ma la grammatica di un film è troppo diversa da un libro .Ha altre armi .
    Il libro è solo nella tua immaginazione e nella tua comprensione .
    Il libro deve darti spunti e sostegno continuamente al fine di entrare , di partecipare , a tutto ciò che è scritto ;come scritto da da una critica precedente “chiudere il libro e pensare al libro che hai appena letto.
    Questo libro ha dei temi interessanti , profondi in linea generale , ma non appassiona.

  76. Piero scrive:

    ho letto molti anni fa questo libro , mi era piaciuto ,non in modo emotivo, ma per il tema centrale trattato: la vita , come l’abbiamo sognata , come ci siamo accomodati dentro e come la raccontiamo , ma anche come la ricordiamo , come cancelliamo e modifichiamo .
    Scrivo perchè pochi giorni fa ho visto il tratto dal libro.
    I film hanno completamente un’altra grammatica dai libri , per forza .
    Il film mi ha emozionato , il libro mi ha avvinto per il dipanarsi ingarbugliato,per intuire , ma non capire fino in fondo , per le contrapposizioni , per il montaggio.
    Il libro è nella libreria e credo tra qualche anno lo rileggerò , il DVD , volevo buttarlo,ma lo terrò .

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  1. […] Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che cos… […]

  2. […] degli elogi (per esempio questa di Goffredo Fofi), dall’altra inflessibili stroncature (come questa di Christian Raimo), talmente inflessibili da incuriosire e trasfondere per paradosso la voglia di […]

  3. […] è un difetto grave, per Christian Raimo ( come scrive qui ) a mio modesto parere è anche il pregio, leggendo ho trascinato un certo dolore con Tony, proprio […]

  4. […] senso di una fine  è un buon romanzo? La cosa è oggetto di discussione (secondo molti lo è, secondo altri no) Di sicuro dietro c’è della buona filosofia. È stato notato come nel romanzo siano […]

  5. […] tra l’altro straordinario, offerto gratuitamente? Quando su minimaetmoralia, chessò, recensisco in modo molto severo il libro di Julian Barnes Il senso della fine è pubblicità contro Einaudi o pubblicità pro Einaudi? Minimaetmoralia si è […]

  6. […] inglese. Però non tutti lo hanno apprezzato e a volte ha avuto un effetto irritante (vedi Christian Raimo). Tralasciamo che i personaggi siano antipatici, quello che soprattutto irrita è che Barnes parte […]



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