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Parigi, capitale dell’inesperienza

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Cara Barer.)

Nella letteratura francese degli ultimi tempi, sempre più visibile è la presenza di opere che hanno per oggetto la vita di personaggi reali. Solo per fare alcuni esempi illustri: le vicende picaresche del Limonov di Emmanuel Carrère; i destini sofisticatamente narrati da Jean Echenoz (quello di Ravel nel volumetto omonimo, del fondista Emil Zátopek in Courir e dell’inventore Nikola Tesla in Des éclairs); la vocazione da medico-esploratore di Alexandre Yersin in Peste et Choléra, ultimo romanzo di Patrick Deville. Dopo l’orgia di insipide autofictions intimiste che, nello snodo fra i due millenni, ha depravato il mondo letterario francese, la salutare lezione del successo di Houellebecq sembra infine essere stata accolta: uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto. L’altro può assumere le forme più diverse: la Storia, la società, l’arte, le grandi vite di personaggi celebri o quelle, minime, di anonimi individui. E può assumerle anche nelle varianti di scrittura più egotistiche. Ma non laddove l’egotismo rifiuti di confrontarsi coi presupposti della sua legittimità: una madeleine che non racchiuda in sé l’intera architettura del tempo è, letterariamente, senza sapore.

A un primo sguardo, la narrativa francese sembrerebbe quindi essersi districata dall’impasse autoreferenziale cui l’avevano condannata gli esperimenti del Nouveau roman e dell’Oulipo. Un esame meno sbrigativo spinge invece a chiedersi se la via d’uscita tracciata dalla tendenza alla biofiction non conduca a vicoli ancora più ciechi.

Tale tendenza, in effetti, può essere interpretata come il sintomo di una sindrome da sdoppiamento: vista la propria difficoltà a coniugare invenzione narrativa ed esperienza personale, ci si volge al racconto di vite altrui nella speranza che, ribaltando la persona dei pronomi e il significato delle identità, la narrazione possa trovare nuovo nutrimento creativo. Speranza in gran parte illusoria, poiché, nel confronto con individui la cui interiorità, contrariamente a quella dei personaggi di finzione, rimarrà comunque inaccessibile, il punto di vista narrativo sulle loro vite rischia di restare prigioniero di una prospettiva autobiografica, o di limitarsi a un’aneddotica didascalica.

C’è da domandarsi se questa inclinazione allo sfruttamento diegetico delle vite altrui, vite consumatesi in altre epoche o in altri paesi, non sia il riflesso di una incapacità a vivere il proprio mondo, la Francia, e in particolare Parigi, come un luogo di autentica esperienza. Parigi, che per oltre un secolo fu la capitale universale dei mondi d’invenzione, sembra oggi una città incapace di ispirare un qualunque destino narrativo. Sempre più ricca, acculturata ed ecologica, sempre più distaccata dalla banlieue e dalla provincia, sempre più pacificata nella propria identità bobo, Parigi espelle dal proprio perimetro le tensioni che di ogni vera esperienza sono al tempo stesso forma e sostanza. Non per nulla, in Limonov, Carrère interpreta lucidamente la sua fascinazione per l’avventuriero russo come il paradosso di un’educazione e di un’esistenza da classico letterato parigino: educazione ed esistenza incentrate su frequentazioni intellettuali di alto censo.

E gli altri scrittori di lingua francese, in particolare coloro che scrivono veri e propri romanzi, come si collocano in questo contesto al tempo stesso sociale e letterario? La produzione romanzesca d’Oltralpe è sterminata, generalizzare non avrebbe molto senso. Passando in rassegna alcuni fra i casi più significativi degli ultimi anni, si ha però conferma di questa estromissione di Parigi dal suo ruolo di capitale letteraria. Nei suoi romanzi, Houellebecq non si è mai interessato molto alla Ville lumière, preferendole la provincia, i paradisi erotici della Thailandia o gli scenari naturali dell’Irlanda e della Spagna, i due paesi in cui ha vissuto da quattordici anni a questa parte. Nel suo ultimo libro, La carta e il territorio, si è divertito a fantasticare una Francia del futuro ormai ridimensionata a parco di attrazioni turistiche. Jonhatan Littell, che a Parigi non ha quasi mai abitato, aveva trovato l’ispirazione delle Benevole nelle sue esperienze umanitarie in Bosnia. Smessi i panni del gerarca nazista, si è isolato con la moglie e i figli a Barcellona, e per tornare alla scrittura si è recentemente recato in Siria come reporter. Uno dei romanzi di cui più si è parlato questo autunno, La vérité sur l’affaire Harry Quebert di Joël Dicker, è stato pubblicato da un autore svizzero ed è ambientato negli Stati Uniti.

Insomma, la letteratura francese degli ultimi tempi sembra orientarsi sempre di più in una direzione extraterritoriale, disertando il luogo che, per centralità storica, culturale ed economica, ha tradizionalmente racchiuso il più alto capitale simbolico di esperienze. Parigi si è così ritrovata esclusa dai libri che espone nelle vetrine delle sue stesse librerie, le più belle e più numerose di qualsiasi altra città al mondo.

In Italia, la maggior parte delle librerie sono invece di uno squallore inenarrabile. E fra i paesi economicamente più sviluppati, siamo, com’è noto, quello con meno lettori. Un paese privo non solo di una capitale letteraria, ma di ogni solido tessuto culturale. Eppure, nonostante le diagnosi talvolta frettolose dei critici, l’Italia riesce a mantenere in salute una tradizione romanzesca ben radicata, una tradizione che oggi, nei suoi esempi migliori, si rinnova riuscendo a rappresentare senza provincialismi la sempre più tragica disgregazione di società e individuo, rovescio speculare del processo di omologazione planetaria in corso. Resta da chiedersi se questa capacità di rappresentazione non sia altro che lo sventurato privilegio di un paese ormai difficilmente vivibile, o se la letteratura non possa anche essere l’espressione narrativa di un mondo, tutto sommato, abitabile. Un mondo in cui sia possibile fare esperienza senza pagare il prezzo della disperazione.

Filippo D’Angelo è nato a Genova nel 1973. Ha pubblicato per minimum fax il romanzo La fine dell’altro mondo (2012) e l’antologia Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese (2014).
Commenti
18 Commenti a “Parigi, capitale dell’inesperienza”
  1. Angelo Di Liberto scrive:

    Articolo interessante anche se questo miscuglio di aspetti, elementi, ipotesi, argomenti, poco si addice a un’analisi coerente e credibile.
    Da un lato si dice che la letteratura francese di oggi produca biofiction rischiando di restare prigioniera di una prospettiva autobiografica; poi che l’invenzione letteraria si sia impoverita; che si sente un’incapacità di vivere il proprio mondo, Parigi, e di dettare un nuovo destino letterario; che gli scrittori francesi ambientino le loro storie in luoghi lontani dalla Francia.
    Personalmente credo che tutti gli aspetti descritti siano sintomo generale e ascrivibile in buona sostanza alla quasi totalità dei paesi europei e a ragion veduta. L’Europa è un continente vecchio, che ha esplorato ogni possibilità di ricerca e creazione, ciò non toglie che ci sia ancora molto da fare.
    Questo pessimismo a buon mercato, questa ridicola pretesa di incasellare e definire è tipica della mentalità provinciale tutta italiana.
    Come si fa a dire che oggi la Francia non riesca a vivere il proprio mondo come luogo di autentica esperienza? Che Parigi sia una città incapace di ispirare un qualunque destino narrativo?
    Sono parole tanto forti quanto banali, qualunquiste. Asserire che i romanzieri francesi siano nelle medesime condizioni ideologico-letterarie è pura follia.
    Si cita Houellebecq e una sua frase: “uno scrittore incapace di confrontarsi con ciò che è altro da sé non merita di essere letto”. Povero Borges e poveri simbolisti.
    E se da un lato si citano i titoli di alcuni testi della produzione francese dall’altro non si può dire che nell’opera di mezza assoluzione dell’Italia si sia fatto altrettanto.

  2. Gloria Gaetano scrive:

    E le donne-scrittrici francesi? Le esperienze più interessanti ce le ha date proprio la letteratura francese, con il cinema, la scrittura, l’arte, il cinema. Non di egotismo si tratta, ma di coscienza e critica dell’egotismo, che si allarga ,comprende scenari storici, esperienze del Noi. La presentazione del personaggio è proprio critica del narcisismo.
    Comincia con Stendhal, Flaubert, Zola, continua con Sartre la De Beauvoir, le journal roman, e poi la Duras, Cardinal, Nothomb, etc.. Houellebecq è un buon narratore, ma non esageriamo! Molto ambiguo e superficiale. Come diceva Eco, noi italiani, poi, abbiamo poesia e novellistica splendida, ma pochi romanzi-capolavoro. Tomasi di lampedusa, Tabucchi , che erano di cultura cosmopolita. Poi tutto tace. Non avremo una tradizione di grandi romanzieri. L’Oulipo è sempre meglio dei nostri narratori. Lo stesso Calvino è più vicino a questi romanzieri, e ha scritto libri molto belli, ma di breve respiro. . I tedeschi hanno grandi scrittori anche nel 900. E’ inutile fare l’esame critico del nostro panorama letterario. Se ci sono, vengono giudicati poco adatti a vendere dall’editoria, che solo alcuni promuovono.. Se il mercato è tutto, non li conosceremo mai. Mi fa meraviglia che si citi solo la letteratura maschile, solo perchè da appena 150 anni noi donne possiamo studiare scrivere, fare arte cinema. E siamo innovative. Abbiamo ritrovato la parola. Allora parliamone. Incoraggiamo i talenti.

  3. Gloria Gaetano scrive:

    E mi vengono in mente la Rozen, Annie Frncois… e molte altre, sono tutte Adelphi o Feltrinelli. Tra le italiane: Ortese, Morante, Ferrante, Ramondino, Cilento, Marosiua Castaldo. beh, qui l’elenco è più lungo , ma autrici straordinarie…..
    Ci guadagnamo tutti , in cultura innovazione, cifra stilistica, nel fare recensioni anche le donne.

  4. Gloria Gaetano scrive:

    Mi scusate, recensioni dei libri di donne. Poi non posso mettere la cedille, sotto la c… Chiedo venia

  5. Damiano Latella scrive:

    L’intervento di D’Angelo mi lascia molto perplesso per più di una ragione. Intanto perché la carriera di Echenoz e soprattutto di Carrère non si lascia certo ridurre agli ultimi libri, visto che non sono due ragazzini. E anche Oulipo e Nouveau roman, per quanto influenti, risalgono a qualche annetto fa…
    C’è più verità nella momentanea assenza della città di Parigi dai romanzi. L’Italia è bipolare, sempre così divisa tra Roma e Milano, mentre la Francia è monopolare da sempre, Paris et le désert français. Comunque, per citare Vila-Matas, Parigi non finisce mai. Prima o poi tornerà. Si può dire altrettanto di Milano o di Roma? Io qualche dubbio ce l’ho…

  6. filippo d'angelo scrive:

    Ovviamente, non era mia intenzione tracciare un panorama della letteratura francese contemporanea. Ho voluto parlare di una tendenza a mio modo di vedere rappresentativa, la biofiction, e proporne una lettura (non ho mai detto che “la Francia (addirittura!) non riesce a vivere il proprio mondo come luogo di autentica esperienza»). Mi sembrava fosse sufficientemente chiaro da frasi come “La produzione romanzesca d’Oltralpe è sterminata, generalizzare non avrebbe molto senso”. Chi avesse voglia di leggersi un saggio esauriente sulla letteratura francese contemporanea, non ha che da procurarsi il bellissimo e poderoso “Dopo il primato” (titolo eloquente) di Paolo Zanotti, critico e scrittore da poco scomparso, purtroppo. Ho citato qualche esempio a supporto della mia tesi. Mancano le donne. Mi colpisce che a rimproverarmelo sia una lettrice che, nella sua liquidatoria rappresentazione della tradizione del romanzo italiano (dove figurano i cosmopoliti Calvino, Tabucchi e Lampedusa, ma mancano i provinciali Verga, Svevo e Gadda), dimentica persino Elsa Morante, che anche un tetro misogino come me considera fra i massimi romanzieri del Novecento. Mi chiedo se la forma più profonda, e meno rimediabile, di provincialismo non sia accusare i propri connazionali di essere provinciali.

  7. filippo d'angelo scrive:

    Vedo adesso l’aggiunta di Gloria Gaetano, e me ne rallegro.

  8. Francesca Marra scrive:

    ho paura che l’Italia abbia più buoni scrittori che buoni lettori, motivo per il quale il pezzo di D’Angelo mi è sembrato molto ben fatto.

    Gli italiani (da tanto tempo) si sentono defraudati di qualcosa se si parla bene di un loro connazionale. Forse perché l’Italia è un paese che frustra chi ci vive e quindi la gente si sente male se poi invece qualche figlio della stessa terra ce la fa o è lodato.

    Basterebbe fare la solita gita a Chiasso.

    Basterebbe ad esempio aver letto Kurt Vonnegut che si dichiara impressionato dalla forza espressiva di Curzio Malaparte.

    Basterebbe (al di là dei gusti, io non lo amo) vedere come Umberto Eco (lo scrittore, non il semiologo) è venerato in Germania.

    Sarebbe sufficiente leggere le vecchie recensioni al Busi del “Seiminario”, di cui all’uscità si parlò con più proprietà in Francia e Germania che in Italia (liquidato come il diario di un omosessuale).

    Basterebbe vedere com’è stato accolto Giorgio Vasta in Francia.

    O sapere cosa rappresenta (ma lo si diceva) la Morante, o lo stesso Moravia (chiedete per favore a Vargas Llosa) o aver letto Harold Bloom che dice che Pirandello con i suoi romanzi fu molto più determinante di Beckett con la trilogia.

    Basterebbe, insomma, non essere schiacciati dai veleni dell’Italia per sapere che la letteratura italiana (romanzi, poesia, novelle, ibridi ecc.) è all’estero presa con molta più considerazione che in Italia. Uscite da questi vortici autodistruttivi – altrimenti ci morirete.

    Grazie Filippo D’angelo

  9. Francesca Marra scrive:

    …o sentir Roth parlare di Primo Levi…
    ma i casi sono talmente tanti e diffusi che mi viene un dispiacere gigantesco a pensare a come l’Italia rema sempre contro se stessa.
    C’è Berlusconi, e dall’altra parte ci sono quelli così traditi da questi anni che bramano proprio la cupio dissolvi. Non sono così migliori del primo che almeno ha fatto i suoi sporchi interessi.

  10. Angelo Di Liberto scrive:

    Da Filippo D’Angelo: (non ho mai detto che “la Francia (addirittura!) non riesce a vivere il proprio mondo come luogo di autentica esperienza»). Come non l’ha mai detto? E la frase che riporto di seguito?
    “C’è da domandarsi se questa inclinazione allo sfruttamento diegetico delle vite altrui, vite consumatesi in altre epoche o in altri paesi, non sia il riflesso di una incapacità a vivere il proprio mondo, la Francia, e in particolare Parigi, come un luogo di autentica esperienza”.
    Mi pare chiaro!

    Per Francesca Marra: ma quali vortici auto-distruttivi? Non si è fatto altro in questi interventi che asserire che in Italia il mercato sia tutto. I vortici auto-distruttivi li hanno creati gli editori che continuano a mortificare il panorama letterario italiano. Se l’offerta fosse più dignitosa ci guadagneremmo tutti. Se i nostri autori in Francia sono presi in considerazione molto di più che in Italia è proprio perché la Francia ha una cura per la Letteratura che noi ci sogniamo.

  11. Francesca Marra scrive:

    @Di Liberto: sì, la Francia ha per esempio incoronato quest’anno Roberto Calasso con il Chateaubriand – credo che sia il primo non francese che tra l’altro riesce a vincerlo.

    Un po’ come era accaduto tanti decenni fa con i romanzi di Ignazio Silone. All’estero Albert Camus e Thomas Mann non ebbero per Silone parole di tiepido apprezzamento. Camus e Mann impazzirono per Silone, ne lodarono forza e profondità, mentre in Italia era considerato con pratica e tollerante sufficienza o poco più. Eppure allora non c’era il Mercato.

    Voglio dire che il problema non sono solo le case editrici che pure ciurlano nel manico. Sono i critici letterari (la cui ignoranza e morte in vita è talmente conclamata che nessuno può prenderli sul serio) nonché molti cosiddetti lettori militanti.

    Ho detto Ignazio Silone. Ma a Carmelo Bene, fino ai primi Novanta, in Italia non facevano che rompergli i coglioni (ed erano gli stessi critici, tetrali e letterari, gli stessi aspiranti attori e registi, i gazzettieri, il mare di frustrazione che continua ad abbattersi sui nostri frangiflutti pure telematici – con l’eccezione di qualche isolato Arbasino o Flaiano, guarda un po’, sempre scrittori) mentre oltreconfine Deleuze e Klossowski e Manganaro parlavano di genio e dintorni.

    Tutti in Italia si sentono parte lesa, e i pochi che hanno le palle per essere parte in causa on vivono si conseguenza vita facile. Dunque si rafforzano. Viva.

  12. filippo d'angelo scrive:

    @ Di Liberto

    La frase che lei riporta parla degli autori francesi di biofiction, non di un intero paese. Pare chiaro pure a me.

  13. Angelo Di Liberto scrive:

    Per D’Angelo: guardi che è lei che ha generalizzato.

  14. Sollecitato dall’insito interesse che una discussione del genere mi provoca, vorrei sommessamente intervenire in questo dibattito, se non altro per il fatto che da ormai più di cinque anni, prima dirigendo Barbès Editore e adesso dirigendo Edizioni Clichy, mi occupo (e mi preoccupo) di introdurre in Italia la letteratura francese contemporanea.
    E devo fare una premessa che è poi alla fine il “problema dei problemi” di sempre quando gli italiani parlano dei francesi: una sorta di complesso di inferiorità, a ben vedere fondatamente motivato, che ci spinge a considerare i francesi inguaribili e insopportabili snob, sciovinisti o, come nel caso di questo articolo, ripiegati su se stessi e incapaci di vedere il mondo.
    La realtà è ovviamente ben diversa, anche se pare strano doverlo ancora dimostrare. La letteratura francese contemporanea è ricca, interessante, variegata, aperta a lanciare e proporre autori e scritture anomale, autori capaci di reinventare il linguaggio, i sentimenti, la riflessione sull’individuo e sul mondo. E in Francia non solo si scrive tanto e bene, ma si legge tanto e bene. Un solo dato: siamo sessanta milioni come loro, ma il nostro mercato librario è pari a meno di un quarto di loro. Un altro banalissimo esempio: i finalisti dell’ultimo Goncourt, quattro ottimi libri (scritti da Jerome Ferrari, Joel Dicker, Patrick Deville e Linda Le), sono tra i primi dieci della classifica dei libri più venduti da mesi. In Italia, a parte l’ottimo Camilleri, in prima fila tra i libri più venduti ci sono o le sfumature di grigio, la cucina della Parodi, i libri di Fabio Volo e Luciana Littizzetto e i “romanzi” (possiamo usare questa parola?) della Newton Compton.
    Consiglierei insomma al severo Filippo D’Angelo di ripensare i suoi giudizi perlomeno affrettati, provando per esempio a leggere i libri sia precedenti sia più recenti di autori come Gwenaelle Aubry, Antoine Volodine, Lydia Flem, Olivier Adam, Claude Pujade-Renaud, Xavier Mauméjean, Franz Bartelt, Célia Houdart, Antoine Senanque, Shumona Sinha, Alexandre Bergamini, Jean-Philippe Toussaint, Christian Oster, Eric Faye, Serge Raffy, Mathieu Lindon, Claro, Mathias Enard e perfino del grande Jean d’Ormesson, solo per citare i primi che mi vengono in mente, nella quasi totalità tradotti e pubblicati da noi di Barbès Editore (e ora Edizioni Clichy).
    Fare paragoni è operazione quasi sempre misera e fine a se stessa, ma arrivare a sostenere una superiorità degli scrittori italiani rispetto a quelli francesi rischia di apparire francamente ridicolo. Invito tutti (e non per interesse personale, credetemi) a togliersi di dosso queste lenti deformanti una volta per tutte, e esplorare una letteratura che ha molto da dire, molto da suggerire, molto da insegnare, e soprattutto moltissimo da raccontare, al di là di queste sinceramente inutili etichette di auto-fiction o bio-fiction o quel che volete-fiction.

  15. filippo d'angelo scrive:

    @ Tommaso Gurrieri
    Non mi sembra che il presupposto del mio articolo sia che gli scrittori francesi in questione siano ripiegati su stessi, piuttosto il contrario, trattandosi di autori di testi che parlano di vite altrui e che, spesso, sono ambientati, in paesi diversi dalla Francia. Così come non mi sembra di non aver precisato l’indiscutibile primato francese per quanto riguarda la ricettività dei lettori, altrimenti non avrei parlato delle “librerie più belle e più numerose al mondo”. Né mi sembra di aver detto che gli scrittori italiani sono più bravi di quelli francesi (troverei altrettanto ridicolo sostenere la tesi opposta). Personalmente, credo sia un po’ azzardato definire Jean d’Ormesson un grande scrittore; per il resto non posso che condividere il suo invito a togliersi le eventuali lenti deformanti e a esplorare la diversità letteraria, quella francese come di ogni altro paese, Italia compresa (al di là dell'”ottimo Camilleri”).

  16. Diego scrive:

    Jean d’Ormesson è un grandissimo. E sapete perché? Perché lo pubblica Guerrieri il quale, ovviamente, non parla per interesse personale. A proposito: Le Clezio sta influendo sull’immaginario contemporaneo quanto Victor Hugo su quello dell’Ottocento.

  17. Jean d’Ormesson ha per molti una colpa che è difficile togliersi di dosso: è stato per anni direttore del Figaro e alle ultime elezioni francesi ha sostenuto Sarkozy. E’, dunque, evidentemente, un uomo di destra. Destra francese però. Quella di Geoarges Pompidou, di Giscard d’Estaing, di Jacques Chirac, e poi e solo di recente, di Nicolas Sarkozy. Non quella di Jean-Marie Le Pen. Né quella di casa nostra, dove da almeno vent’anni (ma direi da sempre) manca una destra di questo tipo. E dove da almeno vent’anni abbiamo al potere mafiosi e gangster al seguito di un uomo che soltanto speriamo possa ritirarsi definitivamente in una delle sue innumerevoli ville.
    Per alcuni, anche in Italia, questo “marchio” è imperdonabile. Magari anche per le stesse persone che poi amano Louis-Ferdinand Céline e André Malraux, o che vanno a vedere con entusiasmo i film di Clint Eastwood considerandolo uno dei geni del secolo. Ma a Jean d’Ormesson questo non si può perdonare. Non credo sia il caso di dimostrare che parlo di lui per fare pubblicità al mio lavoro. Primo: i grandi successi di d’Ormesson sono stati pubblicati in Italia da Rizzoli, negli anni Settanta. La piccola Barbès è arrivata molto dopo. Ci sono generazioni intere, anche di ex sessantottini o ex settantasettini, che lo hanno amato e letto e consigliato, e tengono quei libri ormai introvabili nelle loro librerie. In Italia si tende a dimenticare, e a condannare superficialmente all’oblio. In Francia il suo ultimo libro, “C’est une chose étrange à la fin que le monde”, è stato adorato da centinaia di migliaia di ragazzi, perché quel piccolo uomo, con dolcezza e semplicità, ha saputo raccontare loro i filosofi, i teologi, gli scienziati e la storia del mondo. Non da destra. Da scrittore. E è andato per un anno e mezzo, almeno tre giorni la settimana, in tutte le scuole del paese, dalla Bretagna all’Alsazia, dal Roussillon alla Borgogna. Città paesi, villaggi. Chiunque lo invitasse. Non per soldi: non ne aveva bisogno. Per passione. Anche un uomo di destra (francese) può credere in quello che fa.
    Quanto alla provocazione relativa al mio intervento, per il quale comunque ringrazio Filippo d’Angelo (anche per la sua gentile replica) rispondo semplicemente questo: dirigere una casa editrice piccola, indipendente, libera, che è quello che faccio da qualche anno, non mi ha reso né mi renderà mai ricco né men che mai famoso, ma mi ha permesso e mi permette di condividere anche con chi non conosco le cose che mi piacciono, mi appassionano, quelle che reputo importanti e interessanti. Tra queste non ci sono i libri di Le Clézio, né tutto quello che viene pubblicato in Francia. Ci sono però molti autori che con fatica e passione ho proposto ai lettori italiani. E per me è stato come invitare qualcuno a una festa, che è la festa del leggere e che è la festa che travolge e riempie la testa di chi scrive. A questa festa, tra gli ospiti, seduto su un divanetto, con un cognac in mano, c’è anche il vecchio e simpatico e dolce Jean d’Ormesson. Chi ne ha voglia può sedersi accanto a lui, e farci due chiacchiere. Potrebbe divertirsi molto, e anche imparare qualcosa.

  18. filippo d'angelo scrive:

    @Tommaso Gurrieri

    Replico senza intenti polemici, solo per sottrarmi a un equivoco che sarebbe per me sgradevole. Non considero affatto imperdonabile, per Jean d’Ormesson, l’essere stato direttore del Figaro, e, più in generale, ai fini di un giudizio letterario sul valore di uno scrittore, la sua collocazione politica non mi sembra rilevante. Questo, dal mio punto di vista, vale per Céline come per chiunque altro. Più banalmente, mi sembra che l’autentica dimensione culturale di d’Ormesson (che anch’io, peraltro, trovo simpatico, e col quale berrei volentieri un paio di cognac), sia quella dell’intrattenitore e del divulgatore (lo dico in modo neutro, senza sarcasmi). In questo senso penso non sia un grande scrittore. Diverso mi sembra il caso di autori che, attraverso le loro opere, hanno costruito una vera e propria poetica narrativa, nonché una visione originale del mondo. Comunque sia, in questi momenti difficili per l’editoria, tanto più in un Paese dove quella indipendente è pesantemente penalizzata, le faccio i miei auguri migliori per la sua appassionata attività di passeur.

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