One More Jump (1)

Il parkour dei ragazzi di Gaza: One More Jump di Emanuele Gerosa

One More Jump (1)

«Guarda il mare» dice in arabo la voce di un ragazzo fuori campo. «La vedi quella linea? Quella linea è il mio sogno». «Oltre quella linea c’è l’Europa». «E pensi che ci arriverai?». «Sicuro. Ho sentito tante di quelle storie su di lei che ormai mi sembra di conoscerla già».

Sono in tre, seduti sotto un ombrellone malconcio su una spiaggia deserta, verso sera. Il più grande, ventotto, ventinove anni, si chiama Jehad. La macchina da presa indugia sul suo viso irrequieto, intento a frugare l’orizzonte per afferrare qualcosa dentro di sé. «Uhm, è difficile…» commenta.

Solo qualche fotogramma prima si è arrampicato sul ceppo di una palma per lanciarsi in un salto mortale all’indietro, e poi ne ha tentato uno in avanti sopra una fila di copertoni piantati nella sabbia. Già, perché quei tre ragazzi sono i membri anziani – “anziani” si fa per dire – del Gaza Parkour Team. Su di loro grava l’assenza del fondatore della squadra, il “capitano” Abdallah Inshasi, l’unico che quella “linea” sia riuscito a varcarla sul serio, fuggendo in Italia.

Jehad e Abdallah sono i poli opposti intorno ai quali gravita il docufilm di Emanuele Gerosa, One more jump, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, sezione Alice nella città, e poi al Festival dei Popoli. Un film che se lo guardi senza lasciarti incantare dalle sequenze più spettacolari ti arriva come un pugno nello stomaco, perché ti trasporta in un territorio di guerra, raccontandoti le storie vere di quei ragazzi, senza indulgenze né artifici.

One more jump è un film sull’amicizia, sul tradimento – sull’aut-aut che ogni scelta comporta –, e anche (certo) un film sul parkour: quest’arte metropolitana ormai evoluta in disciplina sportiva ed entrata nel nostro immaginario condiviso grazie a foto, pubblicità, cartoni animati. Una disciplina adrenalinica che implica uno spostamento in un ambiente per mezzo di salti, volteggi, capriole, sfruttando le superfici e le asperità dell’ambiente per tracciare un “percorso” (dal francese parcours è stato coniato il nome della disciplina).

Nonostante le stupefacenti acrobazie dei ragazzi, sulla sabbia, tra il cemento, accanto ai binari di una ferrovia, in mezzo alle macerie di un aeroporto bombardato, One more jump è un film che avanza quasi pensoso, soffermandosi sui dettagli, fondato sugli sguardi. Un film che conferma la porosità del confine tra fiction e documentario, e che dimostra come il documentario – oltre che un punto di vista, un’attitudine verso la materia trattata – sia ormai un “modo” o un genere del cinema narrativo che permette, pur fermandosi alla superficie, di scavare più in profondità.

Un film non politico – malgrado l’ineludibile e incombente presenza della questione palestinese –, capace però di trovare una sua forma di militanza proprio nel rigore e nella semplicità dell’approccio documentario: una troupe a dir poco essenziale, solo il regista e il direttore della fotografia, Matteo Delbò, più un fonico locale; attrezzatura ridotta all’osso (una Sony FS5 e una DJ Osmo per le riprese d’azione), talvolta rimediata sul posto, perché Gaza è come una prigione, difficile far passare il materiale alla frontiera. Niente proiettori, né stativi, né droni, né dolly («un film così bisognava farlo utilizzando meno tecnologie possibili, per evitare che divorassero la storia»). Anche la produzione è stata avventurosa: a Gaza sono entrati non come filmmaker o giornalisti, ma come collaboratori di una Ong italiana, la stessa che li aveva messi in contatto con i ragazzi del Team; sia a Gaza che in Italia si sono accampati a casa dei protagonisti, vivendo con loro. E poi, soprattutto: niente copione, ma un lavoro di scrittura e riscrittura continua della storia (grazie alla collaborazione di Valentina Toldo), e tanto lavoro con gli “attori”, che qui sono persone vere e non personaggi di carta.

«È l’essenza e la magia del documentario» mi racconta Emanuele Gerosa, incontrato dopo la proiezione all’Auditorium di Roma. «Avere delle idee, un progetto, fare uno studio e poi essere pronti a catturare quello che non avresti mai potuto prevedere che potesse accadere». Tanto più se non si parla l’arabo. Ma ciò che conta a volte prescinde dalle parole, dal linguaggio verbale. «In base alla mia esperienza personale, quando lavori con non attori, per un po’ è come se le persone si sentissero attori, e hanno un modo di fare e di parlare per la camera: cercano di essere diversi da come sono in realtà, e anche il discorso risulta artefatto. Dopo un po’, però – venti minuti, mezz’ora –, tendiamo a dimenticarci di essere davanti a una macchina da presa, e torniamo a essere noi stessi, più sinceri, più veri, con le nostre espressioni tipiche, il nostro modo di parlare».

Il progetto di Emanuele Gerosa trae ispirazione da un mini-reportage pubblicato sul sito del Guardian, dedicato a questa banda di ragazzi del Gaza Parkour Team. Un reportage ben fatto, che si apre con una citazione di Bansky, il celebre street artist a lungo attivo nei territori palestinesi – scelta  significativa, nei giorni in cui si celebra la caduta di vecchi muri e se ne paventano di nuovi. L’unico aspetto discutibile nel video del Guardian, se vogliamo, è che finiva per assimilare il parkour di Gaza a quello occidentale, raccontandolo quasi come una variante dell’hip-hop o della cultura del ghetto statunitense. È proprio da qui che prende le mosse il viaggio originale di One more jump.

In Europa e in America il parkour è più trendy, più estetico e atletico, strutturato in contest in cui sono coinvolti brand e sponsor famosi. «Per i ragazzi di Gaza,» mi racconta Gerosa «il parkour non è una competizione, né un modo per mettersi in mostra, ma una forma di sopravvivenza». “Il rispetto” è uno dei cinque valori che deve seguire chiunque pratichi il parkour, dice Jehad ai suoi allievi-adepti, seduti in circolo su un’altura brulla in una scena del film. «Gaza è piccola e ha una montagna di abitanti,» prosegue l’autore, «ci sono pochi spazi aperti dove fare sport, e non ci sono nemmeno strutture, magari ne costruiscono una e poco dopo viene bombardata e distrutta. Quindi per loro il parkour significa prima di tutto riappropriarsi di uno spazio, uno spazio spesso ridotto a un cumulo di macerie, quindi un luogo pericoloso, interdetto, in cui non va nessun altro, che diventa perciò quasi un campo da gioco privato. E poi il parkour ha anche un’altra valenza: permette a quei ragazzi, per quei pochi istanti in cui sono in volo, di sentire, di vivere quella libertà che è sempre stata loro negata».

One More Jump (2)

Il parkour dunque come metafora visiva della condizione in cui vivono i ragazzi di Gaza, la cui quotidianità è una successione di ostacoli, il cui spazio vitale è delimitato e oltraggiato da quel muro che li separa dal resto del mondo. L’eleganza plastica delle loro evoluzioni dà vita in certi momenti a una specie di coreografia, a una sequenza ritmata di figure impossibili: una drammaturgia di azioni e gesti extra-quotidiani – per dirla con l’antropologia teatrale – che riscattano il quotidiano dall’ordinario, dal banale, dal già visto, dalla recitazione fiacca e scadente, sonnolenta o enfatica, di tanti film di finzione.

Alle spalle dei protagonisti, un paesaggio mai inerte, crudo e in tensione come una natura morta: rovine architettoniche, travi crollate da cui spuntano tondini di acciaio contorti come nervi di un arto mozzato, scorci di archeologia industriale, in cui si intuisce sempre il passaggio dell’uomo, la sua creatività e (letteralmente) la sua furia demolitrice, lo splendore e la decadenza, l’abbandono e la meraviglia.

Ed è in questa giustapposizione tra coreografia e paesaggio che si annida una delle intuizioni più felici del lavoro di Gerosa, la stessa che c’è nei recenti docufilm (diretti o prodotti) di Wenders, del cui ultimo titolo, in fondo, One more jump offre una parafrasi e una traduzione.

Ma One more jump non fa ricorso alle interviste, sceglie un approccio interamente narrativo, e Gerosa e Delbò riescono a trarre il meglio dai loro protagonisti anche al di fuori delle sequenze di parkour, insistendo nel riprenderli sempre “ad altezza d’uomo”, da vicino e spesso di spalle, in quella sorta di “pedinamento” che è ormai uno stilema del cinema del reale, seguendoli tra i vicoli di Gaza o nei tunnel di una stazione di Firenze. E hanno la pazienza e la sensibilità per cogliere negli “attori” ogni volta una particolare intensità, una presenza, una forma di leggerezza malgrado le esplosioni, il filo spinato, il ronzio costante dei droni israeliani, i manifesti dei martiri di Hamas che tappezzano le strade. Ecco lo stupore di Abdallah, perso in un paese nuovo che ancora non sa decifrare (l’Italia, poi la Svezia). O l’incedere felino di Jehad, il cui corpo e il cui volto sembrano fatti di pietra e sabbia. O la cura con cui accudisce il padre infermo. O i gesti lenti della madre di Jehad che prepara il pane.

E poi, appunto, ci sono i loro sguardi, che si riflettono nell’occhio discreto della macchina da presa. Lo sguardo attento di Abdallah, determinato ma “rispettoso” come quello di un pescatore che sta per uscire in mare – Abdallah che scruta le superfici del lungarno nello stesso modo in cui guarda lontano al proprio futuro, consapevole di mettere a rischio ogni giorno la propria incolumità. E lo sguardo di Jehad, tormentato dall’impossibilità di partire. Lo sguardo di un prigioniero, che cerca una risposta nei tetti grigi e gialli di Gaza, affacciato a una finestra nuda di un edificio in costruzione incorniciato da una parete di mattoni senza intonaco.

Jehad e Abdallah sono l’uno lo specchio dell’altro, le due facce di una stessa realtà. «Il loro conflitto è assolutamente reale,» racconta ancora Gerosa «e volevo che emergesse nel film. Quando ho proposto il progetto ai ragazzi, loro pensavano che avrei dato un’immagine idealizzata del Team, mettendone semplicemente in luce i valori. Invece per me era interessante capire i veri rapporti che c’erano tra di loro, e a poco a poco mi sono accorto che la fuga di Abdallah aveva reso più difficile per gli altri la prospettiva di uscire dalla Striscia di Gaza. I suoi amici dicevano: Ha fatto bene ad andarsene, però allo stesso tempo erano tristi perché li aveva mollati lì. Ma l’unico modo in cui Abdallah poteva costruirsi un futuro era quello di tradire i suoi compagni, e non c’è una morale in questo. Jehad è rimasto, ed è forse quello più critico nei confronti della scelta di Abdallah, ma anche lui vorrebbe andarsene: anche lui, se avesse avuto un’occasione, avrebbe tradito i suoi compagni». Tradire – gli amici, la famiglia, la tua terra – sembra l’unica soluzione per non tradire se stessi, quando c’è un muro che circonda la tua città, e una frontiera che apre una decina di giorni l’anno, e non sei neanche sicuro di ottenere un visto per poterla attraversare.

 

Michele Martino è nato e vive a Roma. Dal 2010 lavora nella redazione di 66thand2nd, dopo esperienze in teatro, cinema e tv. Ha tradotto, fra gli altri, “Il Volontario” di Salvatore Scibona, “L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto” di A. Igoni Barrett, “Tutti gli uomini del re” di Robert Penn Warren.
Commenti
2 Commenti a “Il parkour dei ragazzi di Gaza: One More Jump di Emanuele Gerosa”
  1. Cristiano scrive:

    Attenzione che la foto in apertura con il ragazzino sulla ringhiera è stata fatta a Firenze lungo l’Arno…

  2. Giovanni scrive:

    Attenzione Cristiano, il film è girato a Firenze!

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