nicolini

Ragionare appena appena di politiche culturali il giorno in cui si vota

Ricominciamo con un nome: Renato Nicolini. Sarebbe bello se tra le molte persone che ci verranno in mente mentre siamo la cabina elettorale, ci lasciassimo ricordare Renato Nicolini. Ma non per il dovuto omaggio a un interprete di una politica non ridotta a passione triste, quanto piuttosto per il dovere di ricordare sempre che nella dialettica del voto la democrazia non debba premiare soltanto quelli che amministrano bene la cosa pubblica, senza ruberie, facendo valere le competenze, ma anche quelli che ci convincono che la politica è visione, creazione collettiva dell’immagine di un Paese. Ho dato a Nicolini il mio primo voto, a diciott’anni, nel primo turno di quelle famose elezioni per il sindaco di Roma che si risolsero con Rutelli versus Fini e che seminarono il veleno del ventennio berlusconiano. Posso dire, con lo sguardo di oggi, che è l’unico voto in vita mia che ho dato senza storcere almeno un po’ il naso per colpa di una coalizione discutibile o di una legge elettorale disgustosa.
In questi ultimi due, tre anni, dalla battaglia referendaria più o meno, molte cose sembrano ancora, nonostante tutto, cambiate e – nonostante le derive populistiche – in bene nella politica italiana: c’è stata un recupero positivo della dimensione dell’impegno personale. Si è partiti con l’accorgersi di un deficit di rappresentanza e ci si è rimessi in gioco. Questo è stato molto evidente per chi si occupa di cultura. Ne avevamo avuti a sufficienza di scrittori impegnati, registi impegnati, attori impegnati eccetera che al massimo mettevano una firma il calce a una petizione o si indignavano con una foto mandata a Repubblica. Si è capito che era necessaria una riformulazione semplice ma etica, da engagé a semplici cittadini. L’esperienza del Teatro Valle a Roma, o quella di TQ in tutta Italia, per fare due esempi tra gli ormai cento che conosco, assolvevano all’inizio alla necessità di un ruolo di supplenza. Se nessuno se ne occupa del taglio dei fondi al Fus, della situazione lavorativa dei redattori, del problema degli spazi pubblici… dobbiamo pensare di rioccuparcene noi. La condizione deprimente per l’arte e la cultura italiana era arrivata a un punto tale di immobilismo che anche chi non aveva mai avuto una confidenza con la militanza politica, aveva capito che la terra gli stava franando sotto i piedi e che quei piedi erano suoi.
Dal ruolo di supplenza si è passati a una diversa concezione di cosa vuol dire fare una politica culturale. Come? Appellandosi a tre principi generali: quello della trasparenza, quello della certificazione delle competenze dal basso, quello della cogestione; dove invece la cultura anche a sinistra è stata gestita in nome del principio di sussidiarietà, con la proliferazione dei manager e delle società modello Civita o Zetema, per fare due esempi laziali, che hanno di fatto precipitare il livello di partecipazione alla cosa pubblica: deficit di partecipazione che si è dimostrato de facto un deficit di visione, di progetto, di capacità di trasformazione sociale.
Ora, per queste elezioni, in tempi di magrissima, quali sono le priorità di una politica culturale di largo respiro? In generale pare ormai necessario pensare le politiche culturali come politiche meta-governative. Si possono immaginare i lavori pubblici senza una visione culturale? Si possono immaginare le politiche delle salute senza capire quanto per esempio incidono sulle malattie psichiche e un investimento diverso sulla cultura? Si può immaginare di riscrivere una legge Fornero senza considerare cosa vuol dire tutelare veramente tutti i free-lance del settore culturale? C’è chi, c’è da dirlo, è entrato già in questo tipo di ottica. Un paio di buoni esempi modello sono quelli di Strade e quelli di Liberos. Il primo è un sindacato traduttori: nato come un forum su internet di consigli e trasformatosi – attraverso il recupero dell’esperienza del mutualismo ottocentesco – in un riferimento imprescindibile per chi traduce; la forza di Strade sta proprio nel difendere al tempo stesso la qualità del lavoro e la qualità delle condizioni di lavoro. Liberos è invece una rete che sta riuscendo in Sardegna a unire le varie che operano nel mondo del libro – case editrici, biblioteche, librerie, associazioni culturali, agenzie letterarie… – per rispondere nell’unico modo di sinistra che conosciamo per uscire dalla crisi: non scaricandone i costi sui lavoratori, ma immaginando la politica culturale come un lungo progetto di educazione alla cittadinanza.

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 24 febbraio]

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
Un commento a “Ragionare appena appena di politiche culturali il giorno in cui si vota”
  1. LM scrive:

    La politica culturale andrebbe annientata, altro che immaginarne una… Infatti è esattamente quella che ha affossato la cultura. E d’altra parte è proprio il concetto, proveniente dai regimi totalitari, a essere pernicioso. Nicolini lo sapeva, ma non riuscì a sottrarsi alla macchina del consenso elettorale, alla quale i fanno sottostare qualunque investimento, compreso quello in cultura (da qui clientelismi, operazioni eclatanti e sovvenzioni a pioggia).

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