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Parlare del premio Strega leggendo i libri del premio Strega. Seconda puntata: “Mandami tanta vita”

CR Francesco, dicevamo. Questa volta il libro di Paolo Di Paolo ci ho messo poco a leggerlo. Sarà perché il libro è breve, sarà perché l’autore pare cercare di accompagnarti passo passo, di avvolgerti. E se ti davano fastidio preventivamente i camioncini Iveco nella prima pagina di Siti, qui siamo al polo opposto. Anni Venti fra Torino e Parigi. Ci sono due protagonisti, due ventenni che si sfiorano, uno si chiama Moraldo e l’altro Piero. Piero Gobetti. I due si quasi-conoscono a Torino e poi si quasi-reincontreranno a Parigi, dove sono arrivati entrambi, Moraldo per inseguire una donna, Piero per scappare alle leggi fascistissime. Di Paolo segue le loro vicende in parallelo, tracciando soprattutto il filo di due giovani idealisti, emblematici di ogni gioventù, in qualsiasi secolo e luogo. Posso dire che però – e dichiarando subito il riconoscimento di una qualità letteraria a Paolo Di Paolo – il libro non è riuscito in quella che mi sembrava l’ambizione dichiarata fin dall’inizio: emozionarmi, commuovermi, ridarmi la possibilità di sentire una comunione di qualche tipo con un personaggio come Piero Gobetti, che come possiamo non ammirare. Insomma, per quasi tutto il libro sono stato un lettore spezzato: da una parte riconoscevo lo sforzo che Di Paolo aveva fatto per documentarsi e cercare di rendere in modo efficace quell’atmosfera, quella tensione, quei caratteri, dall’altra trovavo questo sforzo invadente. Entrare nella testa di un ventiquattrenne degli anni Venti non è facile, ma ho avuto come l’impressione che la scrittura di Paolo Di Paolo funzioni quando si autotradisce, ossia quando invece di ricalcare in modo libresco, pseudotabucchiano l’immagine che ci possiamo fare di un ragazzo di cento anni fa – desideri e complessi, compresi – si lascia andare e fa venire fuori dei caratteri fuori dal tempo.

Ti faccio un paio di esempi:

pag. 41 ❝ Andare a scegliersi la giacca, un paio di camicie, racimolare un guardaroba sufficiente per la sessione d’esami, gli sembra quasi un’impresa eroica. Si sente goffo: girare per acquisti, sostare davanti alle vetrine – appena gli arriva il riflesso del suo viso, se ne ritrae. Dove si comprano l’eleganza e la disinvoltura? Mettendo piede in una sartoria, per qualche speciale occasione, tenendo stese le braccia come un crocifisso mentre il sarto prendeva le misure, Moraldo aveva sperimentato la vanità. ❞

Ecco, quello che provo a condividere è questo senso di artefazione, quasi come se questa scena fosse anniventizzata – quasi un filtro di Instagram: virata seppia. Questi due, Piero e Moraldo, si muovono e pensano come due giovani che cercano di essere adulti, un po’ timidi, adulti borghesi: la fedeltà a un’immagine della storia, anche alle autorappresentazioni che Di Paolo ha consultato, gli epistolari di Piero con Ada, non c’è il rischio che rimandino a un’immagine agiografica, in cui le ombre di un personaggio letterario come Piero o come Moraldo sono al massimo un eccesso di timidezza o una piccola vanità?

Non si rischia di leggere questo romanzo con una sorta di ricatto del contenuto. Forse lo dico da un punto di vista parziale. Di chi ha amato e ama Gobetti, la sua maturità incredibile, il suo antifascismo antiretorico e culturale. Ma pensavo che se dovessi scrivere un romanzo su di lui tradirei completamente la materia. Mi spingerei quasi verso un’ucronia, una visione postmoderna per non rimanere imprigionato da una dimensione di letteratura comunque edificante. Quando ad esempio, ecco il secondo esempio, Di Paolo sembra dimenticarsi della fedeltà al suo personaggio e alla sua epoca, il romanzo sembra per me finalmente emancipato. Non si sentono più gli echi del lavoro di documentazione storica etc.

Prendi pag. 116 o altri momenti in cui partono quelle specie di streams of consciousness che ragionano sul piccolo presente dei personaggi e sul grande presente della Storia, senza più la preoccupazione, a me sembra, dell’eleganza stilistica. Ecco lì cominciavo a dimenticarmi che era tutta una finzione.

FL Mi è girata in testa la parola “seppia” durante tutta la lettura. Il fatto che tu l’abbia appena usata mi fa pensare che qualche effetto si sia davvero attivato durante la scrittura di Paolo Di Paolo. Rispetto al camioncino Iveco di Siti è vero che qui si corre il rischio opposto, chiudersi in quello che tu chiami una “dimensione di letteratura”. Cioè un qualcosa di intrinsecamente letterario, un’atmosfera polverosa che attraversa tutto il libro, e che ti costringe però a usare termini come “qualità letteraria”, “libresco” “personaggio letterario”, che per la recensione di Siti non ti sono neanche venuti in mente.

Ammetto, a volte, Mandami tanta vita mi è parso eccessivamente zuccheroso, un po’ troppo delicato (per lo stile curatissimo e per le scene sobrie) e a volte di un romanticismo ai limiti del retorico. Premetto tutto ciò però per dire: ben venga. Non posso infatti non vedere l’intenzione di Paolo Di Paolo di far della letteratura, seppure giocando un po’ troppo in difesa. Ma almeno sa che nei romanzi devono esserci delle perturbazioni in arrivo, delle storie, delle attese, sa che le ragazze devono avere le trecce e che queste trecce a un certo punto si devono scogliere. Si ricorda che i personaggi tossiscono, diventano tristi, sono tormentati dal desiderio. Detto questo non lo giustifico quando scrive «il cuore gli batteva all’impazzata». Credo che potrebbe lasciarsi andare di più nella scrittura, buttarsi senza reti, tagliare le briglie che gli impediscono qualsiasi eccesso, che tengono a freno un talento che così non può mai manifestarsi.

Dici che avresti raccontato questa storia con una “visione postmoderna”. Ti ricordo, però, che questo “effetto antico” che abbiamo registrato leggendo, della scena che definisci “anniventizzata”, è precisamente quello che nel testo sacro del Postmoderno, Fredric Jameson chiamava «cinquantezza degli anni Cinquanta». Cioè proprio quest’idea postmoderna che per far rivivere le epoche basta evocarle con qualche simulacro. Forse qui siamo più vicini al postmoderno di quanto non crediamo. E Tabucchi che citi tu, e che compare nella nota alla fine del libro, forse è una spia da tenere d’occhio.

Leggi il resto qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
13 Commenti a “Parlare del premio Strega leggendo i libri del premio Strega. Seconda puntata: “Mandami tanta vita””
  1. Marcmey scrive:

    romanzo di un pedante, ma di un pedante… che è impossibile finirlo. L’arte è tutt’altro.

  2. Simone Nebbia scrive:

    Ciao Raimo-Longo, intrigante questo dialogo sullo Strega, devo dire che mantiene una misura nonostante il sopporto che lo genera, cosa non sempre facile. Trovo interessante il vostro discorso su questo libro e sulle ipotetiche derive, insomma le avvertenze per un autore che in fondo ha dalla sua l’età per migliorare ancora molto. Come vi augurate a fine pezzo (di là. su Linkiesta). Giusto mi pare che a volte si affondi in un tentativo di trovarci qualcosa a tutti i costi, salvo poi tornare a dire “no no ma comunque è bravo eh?”. Insomma, chissà, magari l’atteggiamento viene fuori dalla ricercatezza che ci state mettendo. E allora ben venga.
    Io – premettendo che mi lega all’autore un’amicizia e questo può screditare il mio commento – credo si tratti di un libro certo letterario, capace di mantenere quella morigeratezza di scrittore che è un po’ la sua cifra (e che può disturbare), ma proprio per questo penso sia da segnalare una qualità di composizione proprio dei romanzieri di un tempo, animati da una visione di lunga gestazione e sublimazione per immagini paesaggistiche, più che schizzi d’arte contemporanea.

    @marcmey: non discuto, si abbiano diverse opinioni, però certo farebbe piacere sapere cos’è l’arte a questo punto. Facile dire che “l’arte è tutt’altro”. Ma quindi: cos’è?

    Saluti
    Simone

  3. DaniMat scrive:

    Mandami tanta vita è un libro meraviglioso!
    Spero vinca, certo non vincerà: troppo di valore!
    DaniMat

  4. Paolo Di Paolo scrive:

    Mi ha fatto molto piacere leggere questo dialogo, è raro – soprattutto per lo Strega – che qualcuno abbia voglia di parlare dei libri, di entrare nel merito. Raimo e Longo toccano questioni molto interessanti, che vale la pena discutere. La letterarietà, per esempio. Che cos’è? È un ingrediente, una patina? Ha senso ancora servirsene?
    Questo dialogo è l’esatto contrario delle sparate a zero di cui abbondano i blog e i social. Infatti marcmey scrive solo la sua frasetta sprezzante e allusiva, senza articolare. Grazie a Christian e Francesco per questo lavoro, su cui molti ironizzano (come vi va, ecc): gli stessi che al premio Strega sarebbero interessati solo da concorrenti.

  5. fafner scrive:

    Il titolo è una carognata. Le signore in libreria penseranno di acquistare la biografia di Fabio Volo scritta da Paulo Coelho (e quindi compreranno il libro anzichenò). E non è onesto rinfacciare a Gobetti un raro momento di debolezza.

  6. Christian Raimo scrive:

    Paolo, grazie di quello che dici. È difficile e raro come dici tu che si possano fare recensioni di questo tipo, farlo in due serve ancora di più per non cadere nella trappola di fidarsi troppo delle proprie idee. Ma d’altra parte è molto semplice: è come parliamo dei libri tra di noi, perdendoci tempo, dando credito a chi ci mette mesi se non anni per arrivare a dare forma a un’idea. Cercando di creare delle relazioni proprio a partire dalle idee che si hanno sulla letteratura e non per una sprezzatura caustica con cui liquidare tutto.
    Sulla letterarietà ne discuteremo a voce, magari. Il tuo romanzo è come avesse una fede quasi novecentesca direi per la trasformazione di una materia documentale in romanzesca. Io come hai capito non riesco a convincermi che sia una via efficace, proprio perché rischia di confinare la dimensione letteraria in una riserva di pagine ben scritte.
    Ma appunto ne riparleremo.

  7. Francesco Longo scrive:

    Caro Paolo,
    anche a me fa davvero piacere che tu ci abbia scritto. Credo sia per ora la cosa più importante uscita fuori da queste chiacchiere sui libri dello Strega. Hai ragione, è assurdo che parlare dei libri dello Strega sembri una cosa eccezionale.
    Spero ci sia occasione per conoscerci di persona.
    A presto e grazie per il commento.

  8. SoloUnaTraccia scrive:

    Accidenti, questo sembra carino (affascinante la rece, come previsto), però mi tratterrò dal comprarlo causa suscettibilià autore ad anonima sferzata.
    Che non si possa piacere a tutti è naturale; stigmatizzare fuori luogo: è Internet, baby. “Sassi, per tutta Atene.”

  9. Magiumass scrive:

    Ma che vuol dire “anniventizzato”? Che l’autore ha riprodotto una situazione tipica di quegli anni? E, se è così, dov’è l’errore? E poi, perché il fatto che dietro la figura di Piero ci sia una ricerca storica, una “documentazione” dovrebbe essere qualcosa di cui vergognarsi? Perché Di Paolo non può fare quello che fanno i giallisti quando usano Dante o Aristotele per fargli scovare l’assassino? E perché il fatto che Piero sia un “doppio” narrativo del Gobetti storico dovrebbe essere un “ricatto”? Se il personaggio è artisticamente sbagliato, non sarà certo il fatto che somigli a Gobetti, a impedirci di dire che è sbagliato, no? Insomma, forse il libro di Di Paolo hai dei difetti (e quale libro, non ne ha? Magari, perfino quelli di Raimo….), ma non sono certo questi che Raimo si sforza, un tantino meschinamente, direi, di tirar fuori. Anche perché poi, sia pure a denti stretti, e al suo modo ellittico, che il libro, almeno in qualcosa, funzioni, lo ammette, quando dice che è “emancipato” appena smette di far riferimento alla maledetta “documentazione”…!
    E, quanto a Longo, e alla “letterarietà”: ma chi direbbe, di un film, che è sbagliato per la sua “filmicità”, cioè perché le immagini stanno su una pellicola? E perché mai la cosa migliorerebbe, se Di Paolo si decidesse a “buttarsi senza rete”, a “tagliare le briglie”, insomma a scrivere coi piedi…?
    Se si vuol stroncare un libro – cosa legittima, per carità, e magari anche salutare – lo si faccia, ma con argomenti un po’ più seri di questi qui, per favore!!

  10. Candide scrive:

    ciao,
    credo che tutto questo discorso del “parlare dello strega parlando dei libri dello strega” sia sbagliato. Apparentemente nobile (gli articoli sono davvero molto belli e accurati), di fatto legittima comunque un premio, del quale invece è necessario parlare in altri termini. Il premio Strega muove le vendite. Allora è inaccettabile che sia solo il palcoscenico di prove di forza dei vari editori, il che peraltro si traduce nel gruppo Mondadori/Einaudi che prende sempre tutto e a volte, come quest’anno, lascia a RCS qualche briciola, e quelli scioccamente invece di opporsi si accontentano delle briciole. E allo stesso modo e peggio ancora gli altri editori, che invece di denunciare e combattere un premio ormai spogliato di qualunque collegamento col valore dei libri, si accodano in cambio di un misero posto in cinquina, e magari per ottenerlo abbassano se stessi, mettendo sul mercato polpettoni melensi pieni di cliché come il libro della Sparaco presentato da Giunti, o peggio ancora testi ignobili nel loro fingere di essere letterari come questo di di Paolo presentato da Feltrinelli (e Giunti almeno non si dà arie di casa editrice di qualità!). Anche la vittoria di un buon libro di un buon autore, come è il caso di Siti, non va salutata con favore, dato che legittima il premio, è espressione dei suoi meccanismi più deteriori (guarda caso Resistere non serve a niente è RCS, mentre gli altri libri di Siti sono Mondadori/Einaudi… tutti felici e damo una mano di vernice di legittimità al premio) e suggerisce che anche gli altri candidati-spazzatura siano sullo stesso livello.
    Quindi bravi i recensori, ma c’è (ancora) bisogno di parlare “dello Strega”, più che dei “libri dello Strega”.

  11. jeanloupverdier scrive:

    … o peggio ancora testi ignobili nel loro fingere di essere letterari come questo di di Paolo presentato da Feltrinelli (cit.)

    per fortuna, ognuno può pensarla come gli pare.

    “Mandami tanta vita” a me è piaciuto e, al di là di ciò, trovo sgradevole etichettare un libro con aggettivi tipo “ignobile” o ammenicoli del genere.

    un po’ di rispetto, per cortesia.

  12. matho scrive:

    il problema è di ordine diverso. Il premio strega agisce (ormai neanche sempre, ma spesso lo fa) da moltiplicatore e da ai libri candidati una visibilità su canali che normalmente si occupano poco o non si occupano di narrativa. È chiaro che da un punto di vista economico è logico sfruttare questo moltiplicatore per libri che hanno possibilità di sfondare presso il pubblico generalista, e dunque come (in modi diversi) sparaco, di paolo, perissinotto, “midcult”. Ciò che le case editrici non hanno ancora capito è che in Italia sta svanendo anche il pubblico midcult, il piccolissimo pubblico dei libri è fatto di lettori forti e quindi tanto varrebbe candidare libri belli….. detto questo è evidente che il sistema di voto del premio Strega pare fatto apposta per i giochini editoriali, andrebbe rifondato del tutto, ma fare un premio “serio” è sempre difficile, i libri non sono film, ci vogliono ore a leggerli……

  13. xela scrive:

    ho letto il libro di Paolo di Paolo l’ho trovato molto brutto. quindi??

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