simonasparaco

Parlare del Premio Strega leggendo i libri del Premio Strega, terza puntata: “Nessuno sa di noi” di Simona Sparaco

simonasparaco

di Francesco Longo e Christian Raimo

FL Christian, ti scrivo da pagina 100 del terzo libro della Cinquina che abbiamo deciso di leggere, Nessuno sa di noi di Simona Sparaco (Giunti). So di interromperti durante la lettura. Ma avevo subito una domanda da farti. Premetto che è un libro che sto divorando anche se non c’è traccia di letteratura. Ne parleremo con calma. Ma intanto ho questa domanda urgente da porti. Secondo te, per la letteratura italiana ha fatto più danni il Gruppo 63 o la Scuola Holden?

Da un lato mi pare che ci siano infatti scrittori impegnati, sociali, di denuncia, non veramente interessati alla letteratura come “fine” ma sempre e solo alla letteratura come “mezzo” per qualcos’altro e mi pare che i danni vengono, per semplificare, dal Gruppo 63 e arrivano fino a Walter Siti che nei romanzi ha sempre dei temi da dimostrare, delle tesi da porre. Dall’altra ci sono dei tecnici bravissimi, è il caso di Simona Sparaco (nella bandella si dice che proviene proprio dalla Holden). Sono autori che hanno sviluppato un’abilità eccezionale, raffinata quanto astuta, nel costruire una narrazione, ma che hanno dimenticato che la letteratura è un luogo di metafore, di simboli, di esperienze di vita sepolte dentro allegorie, di mondi che non smettono mai di rivelare sensi segreti. Non pensi che sia così? Non so. Mi sa che non lo pensi. Ci sei?

CR Francesco, questa discussione su Sparaco secondo me può essere anche più breve delle altre. Questo Nessuno sa di noi è un libro decisamente inferiore agli altri due che abbiamo letto finora, o meglio, è un libro che appartiene a un insieme diverso da quello di Siti e Di Paolo. Non c’è traccia di letteratura come dici tu giustamente. Non si capisce cosa c’entri con un Premio che la letteratura dovrebbe premiare. E lo dico con cognizione di causa. Tempo fa mi capitò di assistere alla presentazione di un suo libro precedente, e mi ricordo che chi la presentava parlava di “quasi-letteratura”. Ecco, sarebbe bello che questo non fosse preso come un giudizio di valore, ma come un giudizio tecnico, che paradossalmente viene richiesto dal libro stesso a partire dai suoi paratesti: la copertina da chick lit, la quarta con un giudizio finale che recita “un romanzo che scuote l’anima”, una fascetta di Pietro Cheli, vicedirettore di Amica, che dice: “Una scrittrice che punta dritta al cuore. E ci riesce”. Tutte le recensioni evitano la questione della qualità letteraria del libro e si concentrano sul tema: quello di un aborto terapeutico praticato oltre i limiti consentiti dalla legge italiana. Ed effettivamente questa storia è straziante. Un feto malformato e la decisione dei genitori che hanno voluto così tanto questo bambino (come viene raccontato anche) che si devono scontrare con una malattia così terribile.

Ma Nessuno sa di noi non riesce a fare quello che dovrebbe un libro del genere: andare oltre il ricatto del contenuto, trasformare la testimonianza in altro. Facciamo degli esempi per provare a corroborare queste due tesi: 1) non si tratta di letteratura, 2) non riesce a parlarci della malattia in un modo simbolicamente efficace. Uno, semplice semplice, a pag. 20:

“Aveva le labbra contratte in una smorfia e i capelli castano chiari che gli ricadevano sulla fronte. L’ho guardato con un misto di emozioni: una polpa di tenerezza e complicità racchiusa in un gheriglio inscalfibile di testardaggine e disciplina. ”

Okay, qui c’è una sorta di concentrato di tutto il non-stile di Sparaco: una serie di luoghi comuni-espressioni colloquiali: labbra contratte in una smorfia, capelli che ricadono sulla fronte, misto di emozioni, e poi – infilata a fine frase – una metafora di raro kitsch. La scrittura procede esattamente così: da un lato pagine e pagine di racconto che non hanno nessuna differenza rispetto a una qualunque mail in cui qualcuno racconta cosa è successo durante l’ultima settimana, dall’altro immagini che simulano una dimensione letteraria, ma nel modo che si potrebbe trovare su una timeline di facebook o su qualche messaggio scambiato su WhatsApp:

“Mi sento fluida, sul punto di tracimare, un fiume inquieto che si disperde in mille rivoli.” “Pietro è lo stampo dentro il quale ho trovato una forma.” (pag. 21-22).

Non sono solo queste le imperfezioni della scrittura di Sparaco: c’è una punteggiatura anche questa da mail o da lettera da adolescenti, un uso dei dialoghi da imitazione delle cose televisive.

Leggi il resto qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
45 Commenti a “Parlare del Premio Strega leggendo i libri del Premio Strega, terza puntata: “Nessuno sa di noi” di Simona Sparaco”
  1. davide calzolari scrive:

    dopo aver letto questo-noiosiismo,secondo me- articolo,spero davvero che simona sparaco vinca

  2. blue scrive:

    La non letteratura va di moda.
    E temo che a scrivere così siano capaci tutti.

    Quando leggo, voglio percepire che… mai sarei riuscita a scrivere quelle parole.
    Voglio sentire l’unicità di quei pensieri.
    Invece mi pare che ci sia un po’ di omologazione dovuta all’era digitale… che massifica il linguaggio e purtroppo anche le emozioni.

    Oramai lo Strega è un teatrino…

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Ragazzi, voi siete una manna.
    Fossero tutti così i recensori mi sarei risparmiato diverse porcate e gustato varie meraviglie in più.
    Stavolta non finisco nemmeno di leggere il pezzo su Linkiesta: mi è bastata la citazione.

    Ripetutamente grazie.

  4. DaniMat61 scrive:

    Grazie, ragazzi.

  5. Andrea scrive:

    Non ho letto nè leggerò il libro in questione ma saluto con un sentimento di piena gratitudine la comparsa di una seria valutazione critica in luogo delle soliti recensioni vacue o compiacenti o, peggio, prezzolate.

  6. albertoc scrive:

    ma non avete notato che dice gheriglio intendendo il guscio? cioè si innamora della parola insolita (gheriglio) e si dimentica del suo significato, rendendo la metafora del tutto priva di senso!

  7. Simone Nebbia scrive:

    Ammetto che è parte agghiacciante e parte divertente leggervi… onestamente fa venire voglia – a chi ne avesse ancora – di smetterla e contenersi alla pubblicazione. Insomma è un’opera di ecologia molto interessante la vostra. Non vorrei essere nei panni di un autore a questo punto… :)

    Guardate, vi perdono anche frasi del tipo: “Ma Nessuno sa di noi non riesce a fare quello che dovrebbe un libro del genere”; solitamente mi crea iperproduzione di succhi gastrici perché alimenta l’immagine del critico con la bacchettina del “così non si fa”, ma stavolta di fronte alla “quasi letteratura” non ce la faccio, cedo pure io…

    Vostro divertito “quasi lettore”

  8. Chamomile scrive:

    A Christian e Francesco.
    Quello che non capisco è perché alla minimum fax non sia stato riservato lo stesso onesto trattamento a Paolo Cognetti e al suo Sofia si veste sempre di nero, che vedo continuamente incensato.
    Per me si tratta di un caso simile: uno dei personaggi più banali che abbia mai letto (a partire dal nome, penso basti dare un’occhiata agli atti di nascita dell’ultimo paio d’anni), una collezione di luoghi comuni (vado a memoria: la camera della studentessa ribelle, viola e arancione con gli incensi, e l’artista che la porta alla periferia di Milano), la sensazione -anzi la certezza- di sapere pagina per pagina esattamente quello che si leggerà nella pagina successiva. Nessuna indagine dell’anima che non sia a livello di Facebook.
    Io non l’ho nemmeno finito, ma soprattutto mi arrabbio: diavolo, voi avete pubblicato David Foster Wallace!

  9. Marco Bertoli scrive:

    e poi – infilata a fine frase – una metafora di raro kitsch.

    Per giunta lessicalmente molto sciatta: il gheriglio della noce è proprio la sua polpa, non il guscio, come l’A. sembra credere.

  10. Francesco Longo scrive:

    @Chamomile, stiamo recensendo i 5 libri candidati allo Strega è per questo che Cognetti non ha lo stesso trattamento. Perché non è entrato in cinquina.

    Poi. La mia recensione a Sofia è stata forse la più tiepida che sia uscita in Italia e la trovi nella rassegna stampa sul loro sito.

    Quanto a me (“voi avete pubblicato David Foster Wallece!”) non ho mai avuto rapporti di lavoro con minimumfax.

  11. Chamomile scrive:

    Ok ok, chiaro che Cognetti non è nella cinquina. Ma era in una precedente rosa e il trattamento presso minimum fax mi aveva sconvolto.
    Scusa per l’estensione del “voi”, era una protesta generica, ora mi leggo la tua recensione.

  12. Andrea scrive:

    Chamomile, scusa se mi intrometto, e senza neanche entrare nel merito, ma: cosa dovrebbe fare una casa editrice col proprio autore, quando quell’autore è candidato alla finale di un premio letterario, se non sostenerlo?

  13. Chamomile scrive:

    Sì certo, dovrebbe sostenerlo, ma credo che una casa editrice debba e possa anche scegliere i propri autori. E questo a mio parere vale in particolare per una casa editrice come minimum fax, che non è la Mondadori e che, mi sembra, abbia tra i suoi principi guida quello di pubblicare libri di qualità.

  14. L’anno scorso ho avuto un piccolo battibecco con la redazione di questo blog, a proposito dei criteri di scelta degli autori pubblicati da minimum fax. Loro si vantavano di fare scouting e di aver scoperto numerosi talenti sconosciuti, io notavo che il sito della casa editrice invita gli autori di inediti a non inviare le loro opere, perché tanto non le prenderanno in considerazione. C’è stato un piccolo scambio di battute: da quel momento credo di essere diventata una specie di troll… prova ne sia l’asprezza con cui mi è stato fatto notare, tra le righe, che non avevo titolo per commentare un raccontino di Francesco Pacifico.
    Riguardo a Sofia, non l’ho letto, ma l’ho trovato in biblioteca e mi riprometto di leggerlo al più presto.

  15. Stavrogin scrive:

    “Credo semplicemente due cose. Primo. La letteratura è l’arte di far intendere senza dire. La reticenza è la figura chiave del letterario”.

    Ecco una banalità che potrebbe aver scritto la Sparaco. Invece l’ha scritta Longo (orecchiando la formula “show don’t tell” o simili altre). Delle sole due cose che crede di sapere, una è sbagliata.

    Continuate pure. Dei libri dello Strega non ne sappiamo molto più di prima, in compenso ci stiamo facendo un’idea precisa su Francesco Longo.

  16. Stavrogin scrive:

    “Questo Nessuno sa di noi è un libro decisamente inferiore agli altri due che abbiamo letto finora, o meglio, è un libro che appartiene a un insieme diverso da quello di Siti e Di Paolo”

    Come se i libri di Siti e Di Paolo potessero appartenere allo stesso insieme.

    Anche Raimo non scherza, eh.

  17. Chamomile scrive:

    Stavrogin tu li hai letti? Come ti sembrano?

  18. Damiano Latella scrive:

    A beneficio di tutti, riporto la definizione Treccani. Noce: Il frutto dell’albero del noce, di solito messo in commercio privo del mallo, largamente utilizzato per il suo seme commestibile, che si mangia per lo più secco: il mallo, il guscio della n.; il gheriglio della n. (cioè la polpa, la parte mangereccia).

    Ancora prima del kitsch, una metafora in buon italiano è chiedere troppo a una finalista dello Strega?

  19. Stavrogin scrive:

    @Chamomile

    Le opinoni, finché restano opinioni, non servono a nulla ( se non a contemplare le proprie velleità). Quindi ti risparmio le mie. Mi limito a dirti l’unica cosa che su questo argomento ha senso scrivere, e cioè:

    a) il romanzo di Siti puo’ piacere o no, ma è vera letteratura;
    b) il libro di Di Paolo – tentativo ruffiano di intrattenere il lettore facendolo sentire più colto, più giovane, più antifascista – è anti-letteratura (camuffata da iperletteratura);
    c) il libro della Sparaco è un oggetto di carta ricoperto di inchiostro.

  20. bidé scrive:

    Mi chiedo perché sentenziare cosa è e cosa non è letteratura, senza argomentazione alcuna, non rientri in quelle opinioni che servono a contemplare le proprie velleità.

  21. Stavrogin scrive:

    @bidé

    Perché in questo caso le argomentazioni non servono, anzi fanno perdere tempo. E’ tutto semplice e chiaro.

  22. bidé scrive:

    Ok.

  23. Christian Raimo scrive:

    @Stavrogin
    Scusami Stavrogin, ma il senso di queste chiacchierate articolate su libri che non abbiamo scelto noi ma che usiamo anche come pretesti per parlare di altro è proprio quello di cercare un modello di discussione alternativa a una critica che sia sintetica, liquidatoria in senso promozionale o sprezzante. Per questo la facciamo in due, per questo mettiamo le citazioni, per questo sono lunghe 10000 battute. Perché vorremmo ci fosse un controbattere nel merito. Se tu ti opponi rivendicando come giudizio la sentenza o l’autoverificazione secondo me fai un passo indietro.
    “XY è il dentrificio migliore. Ve lo dico io”.

  24. Stavrogin scrive:

    @Raimo

    Ma magari “parlaste d’altro”. In effetti di libri come quelli di Sparaco o Di Paolo (o Petri, o Perissinotto) avrebbe senso discutere solo sociologicamente, come spia di una condizione di indigenza culturale (e subordinazione psicologica) di una parte significativa dei letterati italiani.
    Ma purtroppo no, tu e Longo parlate proprio di letteratura, cioè di qualità letteraria, con la supponenza di chi la sa lunga ma con gli scarsi mezzi di chi ne sa poco (tu) o nulla (Longo). E qui si vede la vostra personale indigenza, per niente attenuata ma anzi aggravata dal fatto di essere in due, di mettere le citazioni, di sbrodolare diecimila battute. Mentre da questo punto di vista il discorso è semplice e di battute ne bastano cento. Quello di Siti è un romanzo di spessore, che è lecito analizzare con gli strumenti della critica letteraria (il che esclude Longo dalla discussione); i libri di Di Paolo e Sparaco sono dentifrici letterari (rispettivamente, diciamo, un dentifricio da farmacia con pretese antiplacca e uno da hard discount pieno di coloranti) di cui non mette conto parlare in quanto letteratura.

    Non aver chiara questa differenza preliminare e sostanziale, in una sede in cui si giudicano letterariamente i libri in cinquina, significa intorbidare le acque. Altro che “discussione alternativa”.

    ps
    Non mi chiedere di argomentare la differenza in questione. Se la capisci da solo, bene; se non la capisci vuol dire che è inutile startela a spiegare.

  25. davide calzolari scrive:

    semi ot:sto leggendo”sofia si veste sempre di nero” di Cognetti e NON mi sta entusiasmando,ma contrariamente al decalogo di Pennac,credo lo finirò comunque

  26. Andrea scrive:

    @Stavrogin. «Non mi chiedere di argomentare la differenza in questione. Se la capisci da solo, bene; se non la capisci vuol dire che è inutile startela a spiegare.»

    Non spiegarla a Raimo, spiegala a me e agli altri lettori – se la consapevolezza di quel che dici almeno pareggia la supponenza.

  27. simona scrive:

    finita così?

  28. Chamomile scrive:

    Ma è possibile che ci sia davvero una “indigenza culturale”? L’uomo è sempre lo stesso, non penso che ci troviamo in un periodo in cui nascono meno grandi menti letterarie. Che cosa spinge le case editrici a selezionare scrittori sempre più scarsi e banali?
    Non parlo dei libri da treno dei vari Baricco e Volo, che penso rappresentino una letteratura bassa sempre esistita, ma dei libri presunti di livello, tra i quali i finalisti dello Strega. Leggere i nomi dei vincitori del premio degli ultimi 65 anni è molto istruttivo. La parabola negativa è evidente

    http://www.strega.it/premio_strega/22_i_vincitori_del_premio_strega.html

  29. Stavrogin scrive:

    @Chamomile (e Andrea)

    Proprio perché l’uomo è sempre lo stesso, libri di valore ce ne sono sempre, e occasionalmente alcuni di questi finiscono anche allo Strega (di cui comunque, sia chiaro, non deve fregare nulla a nessuno, dal punto di vista letterario). Per dire, quest’anno c’è un buon libro in cinquina, e l’anno scorso pure (è arrivato secondo): basta e avanza. Osservando l’elenco dei vincitori degli ultimi venti anni quello che secondo me salta agli occhi non è tanto un abbassamento qualitativo – che un bel libro vincesse lo Strega è sempre stata l’eccezione e non la regola – quanto un profondo cambiamento culturale: dall’inizio degli anni Zero a vincere con buona regolarità non è più il vecchio (e orribile) romanzo ‘ben fatto’ in stile Novecento (ad esempio Montefoschi, Siciliano, Maraini) ma, altrettanto orribile, il nuovo Midcult anni Zero: Mazzantini, Mazzucco, Veronesi, Giordano, Nesi.
    Questo ci porta a Di Paolo, cosa che mi permette di rispondere (sinteticamente) ad Andrea (lasciamo perdere “Nessuno da di noi”: sparare sulla croce rossa è un esercizio che lascio volentieri a Raimo, visto che ci tiene tanto). “Mandami tanta vita” è in perfetta continuità con questo filone di nuovo Midcult che sempre più si impone come asse portante della letteratura italiana che si vende – con in più l’ambizione (colta, questa, da Raimo) di ‘antichizzare’ la fuffa, di impreziosirla moltiplicando gli ammicchi alla tradizione novecentesca (la più estenuata, muffita e inconcludente: Tabucchi). Il peggio del nuovo intrattenimento incontra il peggio della letteratura di una volta: risultato, un’operazione edificante, dolciastra, immonda – senza spessori, senza scoperte, senza ferite. La vera letteratura è da sempre il contrario di questo lecca lecca per semicolti.
    Inutile aggiungere che – per tutte le ragioni addotte – è a mio parere altamente probabile che Di Paolo finisca col vincere lo Strega. Saranno contenti Raimo e Longo, paladini di una letteratura “educativa” e “timida” che ovviamente non è altro che una piaga biblica.

  30. giovanna scrive:

    Il libro di Cognetti è inconsistente e farraginoso, poi perchè tanta acrimonia con la scuola Holden?
    Invidia per Baricco?

  31. davide calzolari scrive:

    stavrogin mi scusi ma ho dei dubbi che sia come dice lei nella frase

    “”” il nuovo Midcult anni Zero: Mazzantini, Mazzucco, Veronesi, Giordano, Nesi.”

    decisamente,alcuni qui sopra non erano ne mid ne cult

    peraltro alcuni dei libri degli autori sopra,eran piu che validi,se fosse facile fare un libro come il primo di paolo giordano,lo farebbero tutti

    certo la mazzantini è altra cosa(non mi entusiasma davvero)qualche vecchio libro di Nesi era piu che valido (non quello che vinse,secondo me )e veronesi ha fatto piu di un libro valido,etc etc

    insomma che noia criticar sempre quelli che han “successo”,e che noia certe classificazioni critiche inflazionate

  32. serena scrive:

    racchiusa in un gheriglio nel senso di “identificarsi con…”
    penso abbia scelto quest’immagine, proprio per la forma contorta e racchiusa su se stessa che ha questo frutto.

  33. Simone Nebbia scrive:

    No però scusate… m’ero ripromesso di non intervenire più visto dove si era arrivati con i commenti… ma oggi incuriosito da Pagina 3 vado sul Messaggero dove i finalisti raccontano il “loro” Strega e così sfoglio… beh, ho deciso di andare avanti anche quando l’acuto redattore del quotidiano non ha resistito all’idea di scrivere “Resistere non serve a nulla” per il libro di Siti, edulcorando una forma come “niente” che forse è considerata meno colta. Fortuna che c’è lui, dedito alla cultura al posto della più opportuna coltura… Continuo ormai certo che sul Messaggero si va in pagina così, con leggerezza di pensiero e soprattutto d’azione…ma non avevo ancora visto niente (o nulla?) finché non mi sono trovato di fronte al raccontino della giovane Sparaco, con la quale mi scuso in anteprima e che non vorrei offendere: ella dichiara che nel 1991, all’età deduco di 12 anni, la sua “Damasco” avvenne nel disegnare farfalle invece di cascate su un foglio di carta. E vabbè, ognuno se la racconta come vuole. Ci mancherebbe. Ma poi si lancia nel ricordare che quell’anno lo Strega lo vinse Vincenzo Volponi con La strada per Roma, la sua città, scrittore che ignorava. Dico certo, avevi 12 anni… ma poi nel tempo se ne sarà accorta che si chiama Paolo? Almeno la copertina di quel libro, dove l’anagrafica non manca, l’ha guardata? Oppure cambiare i nomi è un esempio puntuto e raffinato di “quasi letteratura”? Medito e attendo l’ultima bi-recensione…

  34. Stavrogin scrive:

    @Calzolari

    E’ tipico del lettore Midcult non saper riconoscere un libro Midcult. E trovarlo magari “valido”.

    Tutto regolare quindi.

  35. davide calzolari scrive:

    eh no,semmai troppo tipico di chi vuol incasellare tutto non aver altre idee,tipo non vedere sfumature..:)

    ah,le classificazioni critiche,che dire,createne di nuove invece di usare quelle,noiosissime, di quasi 50 anni fa,il dibattito ne gioverebbe, aloha,

  36. LM scrive:

    Stavrogin tutta la vita (nel senso dell’esattezza e profondità dei suoi enunciati letterativi).

    Nebbia, chi è Vincenzo Volponi?

  37. Veronica S. scrive:

    Stavrogin tutta la vita

  38. bidé scrive:

    Certo certo, Stavrogin tutta la vita. Sentenze sputate per 5 post, giusto per non far mancare il suo insulto personale un po’ a chiunque, senza mai portare uno straccio di argomentazione, perché a quanto dice lui, le sue verità sono talmente evidenti che non hanno bisogno di argomentazione. Il Verbo, quello divino.
    Anzi, volendo essere pignoli, una volta Stavrogin ha argomentato, proprio in un commento a questo post. È quando ha concluso dicendo che allo Strega ormai vincono solo prodotti pseudoletterari, e per questo avrebbe probabilmente vinto Di Paolo.
    Di fatti, ha vinto Siti. E non si tratta solo di un errore nel pronostico, ma mi pare di capire che l’errore grossolano sia nella sua valutazione, o del premio Strega o del libro di Siti. I casi sono due: o la giuria premia anche vera letteratura, o il libro di Siti è pseudoletteratura. Non voglio entrare nel merito di quale delle due sia l’ipotesi giusta, dico solo che sì, insomma, Stavrogin tutta la vita stocazzo.

  39. Stavrogin scrive:

    @bidé

    Ti rispondero’ argomentando – forse – quando avrai imparato a leggere, competenza di cui non è male disporre quando si parla di letteratura. Per adesso ti basti sapere che non ho mai detto che allo Strega “ormai vincono solo prodotti pseudoletterari”; ho detto invece, ed è verità molto banale, che allo Strega da sempre vincono prevalentemente “prodotti pseudoletterari” (con qualche fortunata eccezione, ultima della serie quella di ieri). E che in base a questa nefasta tradizione sarebbe stato logica e a suo modo coerente una vittoria di Di Paolo (o di Perissinotto). Stavolta i Luciano Moggi dell’editoria italiana hanno dovuto o voluto arrendersi al valore di uno dei tre o quattro scrittori italiani di livello indiscutibile. Talmente indiscutibile che si puo’ anche evitare di argomentarlo.

    Ma il punto – per concludere – non è e non è mai stato lo Strega. Il punto, e qui mi rivolgo a Raimo e a Longo, è che due tizi di media cultura come voi, credendo di parlare seriamente di romanzo, paragonino senza rossori Perissinotto o Di Paolo a Siti (e simmetricamente che quasi duecento dementi tra gli “amici della domenica” pensino seriamente di votare per Di Paolo o Perissinotto). Questo ci dà la misura di quale atavica maledizione incomba sul cadavere putrefatto della “società letteraria”. Non solo quella mondana, ignorante e corrotta che normalmente anima lo Strega, ma anche quella sedicente “sincera” e “alternativa”che si esprime in questo blog, e che pretende di riformare la prima.

    Cari Longo e Raimo, mi congedo con una modesta proposta: l’unica chance che vi rimane è ricominciare da zero. Smettere di dire vaccate sullo “sguardo sociologico” o sugli effetti di realtà (traduco per Longo: il camioncino Iveco), perché insieme a Siti state condannando Balzac, Stendhal, Flaubert, Tolstoj, Musil, Proust e un’altra dozzina di classici del romanzo che pure occasionalmente citate (senza averli letti, o, peggio, senza averli capiti). Leggete. Leggete libri veri, non quelli che scrivete voi.

  40. eufraste scrive:

    La concessione di spazio genera mostri

  41. LM scrive:

    @eufraste

    ora, Raimo e Longo anche secondo me in questo caso sono stati meno efficaci del solito, sono per tanti versi immaturi e velleitari, ma definirli mostri mi sembra troppo.

  42. eufraste scrive:

    nulla da dire su longo e raimo che, anzi, ammiro per il loro lavoro. e di cui condivido i pareri, da lettore. ci mancherebbe…
    mi riferivo invece alla moltiplicazione di post ricolmi di pregiudizi e invettive a iosa letti sopra (e in tutta la serie di commenti sugli articoli relativi ai finalisti dello strega), non rispettosi delle letture e delle interpretazioni di chi concede loro spazio e modo di commentare. in questo senso mi chiedo se sia sempre prolifica, la discussione. l’impressione è che un certo demone meschino, a prescindere dagli articoli scritti dai due, e a priori, ce l’avesse con i suddetti. una volta che qualcuno si mette a condividere delle letture, dando pareri e giudizi, gli si da’ pure dell’incompetente…chi siamo noi per dirlo, chi siamo noi che ci nascondiamo dietro pseudonimi? e comunque lo strega, per me, resta un liquore, e nient’altro. sono astemio. e ahimè, finito senza volerlo nella combriccola

  43. eufraste scrive:

    preciso; i mostri siamo noi che questo spazio lo usiamo per dire:
    tu R, tu che scrivi quelle cose lì, non capisci niente, sei stupido, ascolta me, che ho capito
    tu L non capisci niente, sei ignorante, ascolta me, che ho capito, che le cose le so
    e quindi anch’io E sono un mostro, se ho ben capito

  44. LM scrive:

    @ eufraste

    qui c’è uno, Stavrogin, che dice delle cose precise. Non vi garbano i toni in cui lo dice? Questione di gusti. Ma quello che dice è vero o non è vero? Serve che si dica quello che dice o non serve? Serve o non serve denunciare il sostanziale collasso del sistema letterario culturale italiano? Stavrogin dice in poche righe e maniera chiara che Siti è uno scrittore, gli altri sono scribacchini: non è quello che disse Vincenzo Ostuni lo scorso anno a favore di Emanuele Trevi, Trevi che del resto considera Siti il maggior scrittore italiano vivente? Com’è, l’anno scorso si poteva e ora no? Oppure non è vero che Siti è un gigante e gli altri sono nani? Ci dica lei…

  45. gianni scrive:

    ai pastori l’ardua mattanza (suggerito da @ eufraste)

Aggiungi un commento