Libri Come, Festa del Libro e della Letteratura 2011

Parlare dello Strega parlando dei libri dello Strega – prima puntata: “Resistere non serve a niente”

di Christian Raimo e Francesco Longo

CR Eccomi, Francesco. Allora ho finito di leggere ieri il libro di Walter Siti, Resistere non serve a niente; l’ho letto in un tempo dilatato, fratto, ma non soltanto perché così è capitato, ma anche perché è stato il romanzo stesso – ho capito a un certo punto – che induceva a questa dilatazione. Per il suo andamento digressivo, associativo, accumulativo, mimetico a una materia sfarinata. In fondo di cosa parla R.n.s.a.n.? Parla della vita di Tommaso Aricò, un autodefinitosi bankster (un operatore finanziario feroce), trentacinquenne, ex genio matematico, ex obeso, figlio di una famiglia povera vicina alla mafia (con un padre in galera). Lui si arricchisce, passa da una relazione a un’altra con donne che ha difficoltà a amare, si entusiasma per la crescita del suo fondo d’investimento, si deprime, spiega come funziona il mondo del denaro (quello della finanza legale e quello dei soldi sporchi, che poi si dice che alla fin fine è un unico mondo). Ma seguire la vita di una persona radiografandola, non vuol dire farne una drammatizzazione. Per questo parla soprattutto di come l’autore (Walter Siti in una delle sue performance mimetiche, appunto) si immerge in questo mondo, come lo ridescrive a tal punto da farlo diventare paradigma, della società, della condizione umana, etc…

Ho sempre trovato Siti esemplare, la sua fluidità sulla pagina invidiabile nella sua naturalezza: ma qui in R.n.s.a.n. questa sua bravura (non lo chiamerei talento) mostra anche quali sono i suoi limiti. Ancora oggi stavo leggendo recensioni tutte superelogiative: l’ultima quella di Alessandro Beretta su Book Detector; una lunghissima di qualche mese fa – un saggio vero e proprio – di Andrea Cortellessa su Doppiozero. Non potevo che essere d’accordo con entrambe le recensioni sulle lodi allo stile etc…, ma mi discostavo su un punto fondamentale. Questo R.n.s.a.n. è un libro non riuscito perché ha delle premesse narrative che si rivelano deboli. Il primo limite è quello di fare della saggistica invece di fare della narrazione. Siti vuole catalogare il mondo, come un Flaubert, come un Balzac, come uno scrittore “realista” (dove realista, capiamo bene nel suo pamphlet Il realismo è l’impossibile, sta proprio per il suo opposto, direi che sta per onnicomprensivo, famelico, bulimico, che si accaparra e distorce il mondo); ma l’ossessione che fa di questo catalogo un’autopsia e non un rito è quella per il controllo. Siti non si limita a voler padroneggiare i suoi personaggi, ma vuole controllare le reazioni del lettore. Ed è per questo che depotenzia se stesso.

Ti faccio un esempio. A pag. 287 (siamo alle pagine finali: il personaggio di Tommaso sta subendo uno sorta di crollo: da uomo con la fortuna in pugno, ora c’è qualcosa che gli sfugge, la sua imbattibilità comincia a incrinarsi) Tommaso incontra due ragazzine che si divertono a fare le pazze: pisciano davanti a un ristorante di lusso. Vengono umiliate, e Tommaso si avvicina a loro, volendogli invece mostrare la sua complicità. Ma loro rispondono al contrario.

“Lo sputo arriva di sbieco, più denso e vischioso di quanto ci si potrebbe attendere da una ragazzina di quell’età; la traiettoria è dal basso verso l’alto e non raggiunge il viso di Tommaso, gli sfiora il mento ricadendo sulla spalla della giacca. Come se fosse la clausola finalmente trovata, la licenza di una fine di un componimento, le due amiche si confondono tra i turisti – quell’istante di desiderio e sì, di soggezione, che il ricco maiale ha avuto negli occhi ha trasmesso loro la superiorità necessaria per abbandonare il luogo della rivoluzione e dello scorno. Quanto a Tommaso più delle auto in fiamme e dei cartelli stradali usati come arieti, quell’umidore carnale è il marchio a fuoco della giovinezza finita e di una progressiva, inquietante, perdita di lucidità. 

Una scena così potente, uno sputo che ti arriva di sbieco da due ragazzine, non ti sembra depotenziata da questo gusto manierista di trovare una definizione emotiva e simbolica, di dare a chi legge non solo quello che desidera ardentemente (i simboli) ma anche le chiavi dei simboli, che non vorrebbe avere, almeno non così in fretta, che vorrebbe costruirsi da sé, o godere di questa mancanza?
Il secondo limite te lo dico dopo.

 

FL Hai letto il libro in un “tempo dilatato” perché il romanzo è «digressivo”. Lo scoglio più grande invece io l’ho trovato nella prima pagina, dov’è parcheggiato un “camioncino Iveco”. Lasciato lì di traverso mi ha respinto, mi impediva di procedere oltre. Per me il camioncino Iveco è un perfetto correlativo oggettivo del realismo di Walter Siti. Quando vedo un camioncino Iveco sulla soglia di un libro, lascio ogni speranza, prima di entrare.

Promette subito di portare il lettore nell’ennesimo reportage dallo squallore della realtà, quell’attrazione verso la miseria umana e urbanistica che fa dirigere tutti i narratori di Siti inevitabilmente verso varie forme di periferie, culturali, morali, estetiche («tenta di vomitare piantandosi in gola uno scopettino del cesso»), tra i borgatari che grugniscono in dialetto. Nella nota alla fine del libro Siti scrive: «La mia fascinazione per il male è oscura anche a me stesso». Lo so che per Siti il male non è la periferia, i camioncini Iveco o il dialetto, ma se lui non sa da dove gli viene quella  fascinazione, un’idea io comincio a farmela.

Confesso che non ho mai capito che cosa intenda Siti per realismo. Ma so che superato il camioncino Iveco ho poi incontrato Sgarbi, la Balivo, Antonio Franchini di Mondadori, Carlo Rossella, la D’Urso, termini come “sellerone”, “precari”, “toyboy”, “pulciari”… Resistere non serve a niente sprigiona un’ansia micidiale nel voler descrivere il nostro presente, in modo definitivo, e sono serio quando penso che nella copertina dei libri avvelenati da questo intento andrebbe aggiunta la fascetta con scritto: «Da leggersi preferibilmente entro il 2013». Non restano.

Per questo non tirerei fuori Flaubert o Balzac, che avevano a cuore per prima cosa l’animo umano e che da lì, per cerchi concentrici, raccontavano il mondo. Se pensi a Le rane di Mo Yan, per dire un libro appena uscito, sul controllo delle nascite in Cina – quindi sulle tragedie della coscienza, i rimorsi, la sacralità della vita, il destino, la colpa -– ti accorgi che ci sono temi che resistono al tempo e che tutto il resto è destinato all’oblio.

Prima di andare avanti ho subito delle domande. Hai trovato almeno una frase bella in tutto il libro? Te lo chiedo perché io non ne ho trovata neanche una. E mi domando come fai a dire, rispetto alle recensioni positive che hai letto: «Non potevo che essere d’accordo con entrambe sulle lodi allo stile». Lodi sullo stile? Non mi sembra un caso che poi non citi neanche una frase per mostrare questo lodevole “stile”.

Altra domanda. Perché tutti quelli che parlano bene di R.n.s.a.n. parlano soprattutto degli altri libri di Siti? Mi chiedo: se questo libro lo avesse scritto un altro scrittore credi che saremmo qui a discuterne? Siamo qui a discuterne perché molto probabilmente vincerà il Premio Strega. Da quando lo Strega è diventato un premio alla carriera?

Abbiamo già scritto migliaia di caratteri su Siti e ancora non è uscito fuori il nome di Pasolini; è un record.

Leggi il resto qui.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
15 Commenti a “Parlare dello Strega parlando dei libri dello Strega – prima puntata: “Resistere non serve a niente””
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    “Lo scoglio più grande invece io l’ho trovato nella prima pagina, dov’è parcheggiato un “camioncino Iveco”. Lasciato lì di traverso mi ha respinto, mi impediva di procedere oltre. Per me il camioncino Iveco è un perfetto correlativo oggettivo del realismo di Walter Siti. Quando vedo un camioncino Iveco sulla soglia di un libro, lascio ogni speranza, prima di entrare.”

    Longo, enorme. Riceva tutti i sensi della mia stima. La sintesi è arte e lei in 3 righe (messo in numero fa più sensazione) è stato artista, con la recensione perfetta. Grazie.

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    Appena terminato di leggere “il resto” di là, dove per problemi del sito non permettono di mollare commenti, quindi torno.

    “Quanta poca fede nelle armi della letteratura”…

    Cazzo, Longo, per essere un libro di merda m’inchino all’onore immeritato della sua recensione, che invece è splendida (sono terribilmente serio): è stato un piacere leggerla e ne terrò conto per il futuro (leggere altre sue, intendo). Nelle 3 righe sull’Iveco l’ha stroncato per poi ucciderlo cortesemente con le altre spiegazioni/osservazioni/critiche, leggiadre&letali. Ammirevoli, soprattutto.
    Grazie di nuovo.

  3. Francesco Longo scrive:

    Caro SoloUnaTraccia,
    ci restano altri 4 libri entro il 4 luglio. Quindi se vuole, noi siam qui. Grazie (se davvero è serio) e a presto.

  4. rosa scrive:

    scusate, da quando in qua un quattro romanzi formano una carriera letteraria? è la solita storia dello scrittore maschio, dei dibattiti che si fanno su libercolini come quello suo sul realismo, l’avesse scritto una scrittrice non l’avrebbe notato nessuno. Per me, di questo inutile e forzato romanzo di siti si è parlato fin troppo. vincerà pure lo Strega, ma non ingannerà nessuno. La gente lo comprerà ma poi non continuerà a comprarlo. Bene, almeno lo Strega diventerà nel tempo un premio che non venderà più una copia. Per me questo siti ” non serve a niente”

  5. Stavrogin scrive:

    Nel 2005 Christian Raimo e Francesco Longo terminavano 2005 dopo Cristo, uno dei più clamorosi infortuni letterari degli anni Zero.
    Nello stesso 2005 Walter Siti terminava Troppi Paradisi – incontestabilmente il miglior romanzo italiano degli ultimi anni (insieme a Scuola di Nudo, Il contagio e Autopsia dell’ossessione).
    Essere degli scrittori mancati, cari Raimo e Longo, non è grave; grave è la frivolezza, la goliardia e la mancanza di vera cultura (letteraria e critica) con cui vi accostate a uno scrittore autentico come Siti.
    Chiunque capisca anche solo un poco di letteratura sa benissimo che Siti è di gran lunga il miglior romanziere italiano in attività. E se anche Resistere non serve a niente non è certo il suo capolavoro, esso resta comunque – e di gran lunga – il miglior romanzo italiano dell’anno. Vi bastino queste dichiarazioni apodittiche; le analisi lasciatele fare a chi le sa fare.

  6. raolkabarbak scrive:

    Stavrogin, indipendentemente dal giudizio di merito su Siti, che si può condividere o rifiutare, attaccare una critica a un romanzo invocando la mancata riuscita del romanzo del critico è procedura scorretta e insensata. Quand’anche, e non è questo il caso, Longo e Raimo avessero scritto il peggior romanzo di sempre, potrebbero essere dei grandissimi critici letterari. Probabilmente lo sono e il loro scambio è indubbiamente interessante e argomentato, per quanto probabilmente ingeneroso (ma a me, come a lei, Siti piace).

  7. SoloUnaTraccia scrive:

    Caro Longo, ho inoltrato la sua rece ad amici buongustai ricevendone gli adeguati apprezzamenti. Non mancherò. Ricordatevi di postare sempre quissopra ché linkiesta dà problemi, di quando in quando.
    Alla prossima.

  8. davide calzolari scrive:

    dopo questa recensione,Longo e Raimo mi stan simpatici!davvero

  9. Stavrogin scrive:

    @raolkabarbak

    In teoria, ha ragione lei; in pratica, fa sempre un certo effetto sentire l’allenatore del Poggibonsi che fa le pulci a Guardiola. In più, c’è un nesso ben preciso, in questo caso, tra la mediocrità degli scrittori e quella dei critici.

    Cominciamo da questa seconda, e facciamo subito le opportune distinzioni: in confronto a Longo, le cui osservazioni tecniche sono davvero miserabili (“Quando vedo un camioncino Iveco sulla soglia di un libro, lascio ogni speranza, prima di entrare”; “Hai trovato almeno una frase bella in tutto il libro?”), e la cui naïveté sconcerta (“Flaubert o Balzac avevano a cuore per prima cosa l’animo umano”), in confronto a Longo, dicevo, perfino Raimo sembra Auerbach. Ma poche e povere considerazioni liceali su stile e sintassi possono andar bene se ci si misura, come lui ama fare, nello sterile, narcisistico, tautologico esercizio di spiegarci matita blu alla mano che Veltroni e Saviano scrivono male (senza rendersi conto che lo sanno già tutti e che comunque l’interesse sociologico dei loro libri, e quel che ne giustificherebbe l’analisi, risiede ovviamente altrove). Quando invece ci si occupa di un vero romanzo, cioè di un vero talento letterario, servirebbe un vero talento critico, uno sforzo organico, mai disgiunto da un minimo di umiltà; tutti chattiamo e le spariamo grosse, ma nessuno sano di mente vorrebbe spacciare chiacchiere idiosincratiche in libertà per riflessione autentica; se si parla di uno dei pochi libri fatti bene che ci sono in giro con questo tono e questa superficialità, molto meglio parlare di complotti e di editori.
    O molto meglio non parlare affatto, se è per questo. La povertà critica, il velleitarismo di Longo e Raimo risaltano meglio se pensati alla luce della loro mediocrità letteraria, perché la radice è la stessa: una volontà di espressione egotica non supportata dai mezzi. Quando Raimo scrive che il romanzo di Siti “ha premesse narrative che si rivelano deboli”, quando Longo straparla di realismo, chi ha un’idea anche vaga di quanto deboli siano le premesse narrative dei racconti di Raimo, e quanto antirealistica e inerme la scrittura di Longo, ebbene, chi sa queste cose prova forte l’impressione di sognare. Non vi si chiede mica di essere grandi scrittori, cari Raimo e Longo; e nemmeno di essere grandi critici. Vi si chiede solo un po’ di dignità.

  10. Francesco Longo scrive:

    Caro SoloUnaTraccia, grazie, saluti agli amici buongustai, a presto.

  11. LM scrive:

    Secondo me cercate la rissa, vorreste che Siti analizzasse in questa maniera i vostri romanzi (come ne uscireste?), e voi ribattereste evvia evvia. Ma Walter Siti, il più importante scrittore vivente (e che si sta dimostrando sempre più un gran bel essere umano), non ci casca (neanche con Busi…) alla vostra provocazione da Guerrilla Marketing. Ha ragione Stavrogin, sembrate l’allenatore del Poggibonsi…

  12. walter scrive:

    Finita così?

  13. zauberei scrive:

    Hum praticamente non sono d’accordo con nessuno dei due. Magari non nei termini sgradevoli e incongrui di qualcuno sopra, però ecco, Christian fa un discorso che trovo non condivisibile ma che rimane sul piano critico, Francesco Longo lo vedo uscire fuori, arrivare a cose che mi paiono o insostenibili o inutili. Io ho letto per esempio solo questo romanzo di Siti e lo trovo molto bello, gran merito è in una prosa esteticamente davvero interessante. La domanda sulle frasi belle – che confesso non trovo poi così adatta almeno per come è formulata a questo contesto – mi fa cadere le braccia. Ci sono belle frasi, ci sono scene belle e magiche e potenti.
    Ma trovo debole anche la critica di Christian, che dice che le premesse narrative sono deboli, e che si vuole controllare la reazione del lettore. Io non avverto necessariamente questa cosa, io avverto l’assunzione di responsabilità che implica una visione del mondo e il portarne avanti le conseguenze. Che prescinde totalmente dal fatto che a me quella visione del mondo interessi – anzi nella fattispecie non mi piace affatto e la trovo quasi naif, trovo il pessimismo sempre altrettanto ingenuo e comodo dell’ottimismo – ma apprezzo la presa in carico, la scelta non minimale. Sono le sue di reazioni a essere palesate fino in fondo.
    A me “Resistere non serve a niente” pare un ottimo libro invece. Che regge ottimamente le premesse. Mi accorgo di leggerlo in modo diverso – forse legato alla mia prospettiva di genere o alla mia prospettiva professionale, per cui mi pare si esageri l’accento sulla pretesa realistica, sulla critica di una sizione di mondo, e non si prenda abbastanza sul serio il gioco di specchi tra oggetti psichici e oggetti della realtà ognuno strumento dell’altro. Al di la della visione a cui Siti approda il tentativo è decisamente molto meglio riuscito che nella media della letteratura italiana degli ultimi anni

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  1. LASPRO scrive:

    […] a riempire il numero di battute necessarie, o in cui del libro si parla poco o per niente (analoghe puntigliose e istruttive recensioni erano state recentemente curate sul blog di Minimum Fax da Christian Raimo sui 5 titoli finalisti […]

  2. […] a riempire il numero di battute necessarie, o in cui del libro si parla poco o per niente (analoghe puntigliose e istruttive recensioni erano state recentemente curate sul blog di Minimum Fax da Christian Raimo sui 5 titoli finalisti […]



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