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Parlare di antifascismo a scuola per fermare Casapound

5-Le-mani-di-Ionut-dopo-aver-costruito-stufe-tutto-il-pomeriggio-mentre-disegna-con-Nico-e1359120317232Questo articolo è uscito su Internazionale. (Fonte immagine)

Insegno in un liceo a Roma, e alle volte, quando sono a scuola, nelle prime ore che magari passo in una classe nuova all’inizio dell’anno, svolgo una lezione come una specie di a parte: per presentarmi un minimo parlo del mio metodo d’insegnamento, e tra le altre cose banali che dico, ce n’è però una che purtroppo è e soprattutto risulta meno ovvia. Dichiaro di essere un professore antifascista.

Lo sono convintamente, sottolineo, per scelta personale, ma anche se non lo fossi di mia sponte, lo dovrei essere, facendo un mestiere come il mio, l’insegnante e per di più di filosofia, storia e educazione civica, per cui la mia è proprio una fedeltà al patto costituzionale, che è ciò che fa sì che la nostra comunità si possa dire tale, che mi obbliga per certi versi a essere antifascista, anche se non ne fossi profondamente convinto, come poi invece sono.

Spiego poi subito anche, a scanso di equivoci facili, che essere antifascisti non vuol dire essere contro un determinato periodo storico – quest’affermazione, dico, chiaramente non avrebbe senso: sarebbe come dire “Sono contro la guerra dei trent’anni”, “Sono contro l’idealismo tedesco”.

Cosa vuol dire allora, mi possono chiedere i miei studenti, essere oggi nel 2014 un antifascista? Molte cose, alcune assai complesse, ma alcune semplici anche per chi non ne sa nulla di storia: il rispetto degli altri come persone di qualunque etnia o cultura, la tutela delle libertà fondamentali, la condanna della violenza fisica contro i deboli, il contrasto con tutto ciò che incoraggi le pratiche opposte – oppressione, illiberalismo, sopraffazione, antidemocrazia, razzismo…

Antifascismo è una parola importante, provo a ragionare, perché non è un valore astratto, ma è calata in una realtà storica, e noi facciamo parte di questa realtà; non si tratta, ci tengo a precisare, di una generica bontà, di gentilezza, e nemmeno di tolleranza, ma è un termine che ha un senso per il presente, un concetto pieno, rotondo, che esiste da più di un secolo e che indica una certa idea di mondo, in antitesi a tutte quelle idee che invece ritengono che questi, della tutela della libertà, della difesa delle minoranze, o del senso di giustizia contro gli oppressori, non siano dei valori condivisi. Se c’è il fascismo – e c’è il fascismo – combattere contro questo vuol dire essere antifascisti, nonostante non ci sia più un duce che si affacci sui balconi o mandi al confino i dissidenti.

Queste semplici note mi sono venute in mente ieri, ancora prima di vedere le immagini infami di quelli di Casapound che manifestavano davanti a delle scuole a Roma contro gli studenti rom. Ossia che manifestavano contro dei ragazzini. Mi sono venute in mente, leggendo la bacheca su Facebook di un mio ex studente, un tipo ormai laureato, che ogni tanto condivide notizie su quelli che chiama zingari.

L’altro giorno scriveva una roba del tipo: “Continuate ad aiutarli ai semafori, pensando che sia gente povera, bisognosa, che non può permettersi nemmeno un panino. Queste persone vanno emarginate socialmente ma soprattutto dovremmo trattarli tutti e ribadisco tutti, come fossero il capolinea dell’umanità. Queste sono le uniche soluzioni per debellare questo cancro nella nostra società, trattarli per quello che sono. Feccia”. Sotto, ve lo immaginate, tanti like e condivisioni.

Potevo lasciar perdere, come forse colpevolmente faccio tante altre volte, e invece mi sono messo a discutere con ognuno dei commentatori, i genitori di questo mio ex studente per esempio, o un’altra donna, un’insegnante che buttava lì giudizi del tipo “Bisognerebbe bruciarli, se non si dovessero spendere i soldi per la benzina”.

Faticosamente, ho replicato a uno per uno, provando a inchiodarli alle loro stesse parole: allora mi scusi se io le dessi una tanica di benzina gratis e le fornissi la possibilità di bruciare i container con le famiglie dei rom dentro, lei appiccherebbe il fuoco? A un certo punto mi sono sentito un povero alieno, uno che brontola mentre tutti si sentono di stare nel pieno una festa – la sensazione di un pogrom, seppure solo immaginato, dev’essere questa – che finalmente si riconoscono in un’idea seppure folle di comunità: gli odiatori di rom.

Tutto questo purtroppo non è un epifenomeno. La manifestazione di Casapound ieri, l’ostentazione con cui i neofascisti si stanno conquistando alla luce del sole uno spazio politico è un fatto pericoloso, come è un’evidenza terribile e fetida che stiano lucrando questo consenso sulla pelle dei rom e dei sinti.

Le ragioni di questa degenerazione hanno a che fare certo con la crisi economica, con la parallela crisi della politica come l’abbiamo immaginata nel novecento (i partiti, i sindacati, i tanto ormai odiati corpi intermedi…), ma sono anche lo specchio di una débâcle culturale più verticale, che è quella che ha pensato che l’antifascismo fosse una reliquia del secolo scorso.

Una decina di anni fa uscì per Einaudi un librettino di Sergio Luzzatto che s’intitolava La crisi dell’antifascismo. Si poteva per superficialità scambiarlo per il pamphlet di uno storico che focalizza un cambio di paradigma negli studi di settore. Non era quello. La crisi dell’antifascismo, mostrava bene Luzzatto, è cominciata innanzitutto nella mancata trasmissione tra generazioni. Le cosiddette agenzie educative, la scuola, la famiglia, e mettiamoci i media, o addirittura le parrocchie, sempre più raramente oggi lo inseriscono tra i loro valori preliminari, la condizione stessa di un possibile discorso pubblico. E se sempre più difficilmente pensano che sia indispensabile come collante comunitario, figuriamoci come orizzonte politico.

Per questo, nello sconforto di ieri, pensavo che mentre i cortei contro i rom continueranno e si moltiplicheranno, non sarebbe male riabilitare uno strumento politico semplice, ma sempre efficace, come quello dell’antifascismo, rivendicandolo, riconoscendo la sua forza, in opposizione a tutte le bruttissime comunità del risentimento che vedremo formarsi nel nostro futuro davvero troppo prossimo.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
13 Commenti a “Parlare di antifascismo a scuola per fermare Casapound”
  1. Umberto Equo scrive:

    Va bene purché conceda ad eventuali studenti di altre idee di manifestarle a loro volta e che, ovvio, si guardasse bene da penalizzarle attraverso voti o promozioni. Se così non facesse il suo si configurerebbe chiaramente come un atteggiamento fascista e via da capo.

  2. Enzo scrive:

    non c’è dubbio che l’antifascismo sia, debba essere, un valore fondante la società democratica, una sorta di pre-condizione. Il problema sta nel come rendere praticante questa condizione. Esiste il reato di apologia del fascismo ma allo stesso tempo la democrazia esige che la libertà di espressione del pensiero sia totale, una contraddizione, parrebbe. Una risposta semplice sta nell’affermare che spetta alle istituzioni reprimere gli atteggiamenti intimidatori e violenti, cosa che non è accaduta a via Casal Lumbroso, dove la polizia ha sostanzialmente lasciato mano libera ai fascisti. Come mai? E come mai si sono ritrovati 500 “ragazzi” ad intimidire e occupare il territorio in modo così organizzato? E perché gente apparentemente normale fa proprie le parole d’ordine dell’odio e della violenza? La risposta, a mio parere, è semplice e complessa.
    Una ragione sta nel fatto che la polizia, le “forze dell’ordine” fanno riferimento, sono connaturate, ad un “ordine” di un certo tipo, cioè se non sono fasciste loro stesse poco gli manca; una seconda ragione risiede nel fatto che dietro lo scatenamento della violenza o, nel nostro caso, del diffondersi per il momento di un clima torbido di terrore e intolleranza, sia celato un gruppo di potere, che esercita e condiziona a svariati livelli l’andamento della repressione nel paese, come già tristemente accaduto; una terza ragione (quella più complessa) risiede nella parte più remota e oscura dell’inconscio. I gruppi organizzati, la polizia, i mandanti, tutti ritengono di poter controllare e guidare la parte aggressiva e violenta degli istinti che stanno scatenando, non sapendo che le seduzioni che questi esercitano sono molto più potenti di quanto queste menti, diciamo così. “deboli” non avvertano.
    Conclusione: il fascismo deve essere “militante”, nel senso che deve militare negli atti di ognuno ai vari livelli, deve poter prendere posizione ovunque. Benissimo hai fatto Raimo, e complimenti per il tuo coraggio, a impegnarti concretamente, ma poi bisogna che i voti che diamo, le rappresentanze che eleggiamo, siano altrettanto concretamente impegnate ad agire appunto ai livelli alti cui potranno accedere. Cosa in Italia mai finora successa e che rischia anche di non succedere mai, lasciando la responsabilità dell’antifascismo, a chi le sente visceralmente e non solo in modo remoto

  3. Umberto Equo scrive:

    Enzo, complimenti non c’hai capito niente! :)

  4. Domenico Lombardini scrive:

    Quindi ad essere consequenziali lei, caro Raimo, dovrebbe essere anche acerrimo nemico della forma di governo più ferocemente illiberale e antidemocratica mai vista in Europa dal dopoguerra… Non le viene in mente nulla? Se non le viene nulla, ne consegue che il.suo antifascismo è null’altro che una parola e che lei è ingabbiato, per dirla con Carmelo Bene, nel tritacarne del linguaggio: il fascismo oggi si chiama Unione Europea e lei ai suoi studenti di quale fascismo parla?

  5. Enzo scrive:

    Umberto, grazie! non vedo l’ora che, dopo aver celato il tuo pensiero dietro un’idiozia incomprensibile, ne dia una intellegibile divulgazione, in modo da illuminare chi di noi brancola nel buio di una cieca ideologia

  6. Stefano Trucco scrive:

    Umberto Equo passa la vita a difendere la causa della libertà online, dando fastidio a quanti gli stanno antipatici e ha un mucchio di tempo libero. Chi lo conosce lo descrive come una persona che si ammira molto.

  7. Umberto Equo scrive:

    @Enzo semplicemente la tua analisi pare uscita direttamente da uno dei più oscuri angoli della memorialistica sugli anni di piombo, ergo non ha alcun appiglio sul reale. Partiamo con ordine, non entro nel merito dei fatti in oggetto poiché non ho informazioni utili per poterne parlare, mi limito ad osservare che: 1) è fortissima la volontaria disinformazione da ambo le parti, Raimo prima d’essere giornalista (lo è poi? non so) è un militante politico e come tale, manifestatamente, agisce; come tale chiaramente prende per buono qualsiasi “dato” spacciatogli dalla di lui parte ignorando come patenti menzogne le testimonianze di parte avversa 2) in genere chi parla di queste cose ignora, o fa finta di ignorare, le dinamiche tutte pratiche della gestione dell’ordine pubblico (es. in genere gli sbirri per evitare l’esplodere incontrollato di tafferugli “danno ragione” allo schieramento numericamente maggiore, simple as that, nessuna particolare simpatia dunque). Per quanto riguarda poi il suo fantomatico “gruppo di potere” che dire? Penso sia palese l’insipienza di una tale tesi che al massimo potrebbe trovare posto in qualche pagina cospirazionistica, certo è che oltre al mero dato d’opinione non ha alcun valore analitico. Almeno che non si voglia far passare come analisi le proprie fantasticherie, ovvio.

    @Stefano Trucco, la ringrazio per l’importanza che mi attribuisce, troppo buono! Forse lei si riferirà ai “gloriosi” tempi de Il Post, se sì ha ragione, “lottai” là e me ne andai proprio per difendere il diritto di parola invece grottescamente violato da quei falsi progressisti di Sofri Jr. e co.
    Se poi ha anche qualcosa di interessante da dire in merito all’articolo, siamo qua, anche se purtroppo il tempo libero è sempre meno! 😉

  8. Enzo scrive:

    “dinamiche tutte pratiche della gestione dell’ordine pubblico (es. in genere gli sbirri per evitare l’esplodere incontrollato di tafferugli “danno ragione” allo schieramento numericamente maggiore, simple as that, nessuna particolare simpatia dunque). ” …. grazie Umberto, una lettura chiara ed esaustiva.
    …..Fantasticherie insipienti che al massimo potrebbero trovare posto in qualche pagina cospirazionista… come dire, la mafia non esiste.. e tutto l’intreccio tra politica, affari, mafia, golpisti vari, terrorismo nero e servizi segreti è frutto di fantasiosa materialistica sugli anni di piombo. Di nuovo grazie, non servono ulteriori chiarimenti

  9. bato scrive:

    Per tuo beneficio, Raimo: http://www.pewglobal.org/2014/05/12/a-fragile-rebound-for-eu-image-on-eve-of-european-parliament-elections/pg-2014-05-12-eu-4-02/

    Salvini & co leggono i dati e li sfruttano…

    Ma io credo che ai tuoi lettori -me compreso- interessi sapere perché Civati ti stia facendo una corte spietata, o meglio: stai cedendo alla “cooptazione”? Lo ritieni il new partigiano Johnny? Se non è così urge l’aggiornamento di quel tratteggio che facesti dell’ulivista Civati ai tempi delle primarie…

  10. Stefano Trucco scrive:

    @ Umberto Equo

    No, guardi, ho un romanzo da autopromuovere e poco tempo per il piacere della discussione.
    Del resto ho da tempo deciso che non è davvero il caso di sprecare tempo online con anonimi dai nicknmane ‘umoristici’ e ‘polemici’: uno sfottò basta e avanza, cosa di cui a un certo punto si sono resi conto anche al Post.

  11. Umberto Equo scrive:

    @Stefano Trucco

    AHAHAHAH MASTERPIECE AHAHAHAHAH!!! Ciao zio.

  12. Umberto Equo scrive:

    @Enzo vedo che, come sempre in questi casi, non ha argomenti, sicché si accontenta di provare a vincere inesistenti battaglie dialettico-retoriche, contento lei! Detto ciò provo lo stesso, come dice il nostro buon amico Romanziere (intelligentemente con l’occhio già rivolto all’establishment che conta) ho tempo da perdere con voi altri, a spiegarle il punto. Allora, un conto sono le sue fantasie complottarde, ben altro invece la realtà fattuale della gestione della pubblica sicurezza. Le FPS, mi spiace, non sono una spectre “nera” ma meri esecutori di ordine e come tali si comportano. Non ci sono più angelicati anarchici da martirizzare né equilibri atlantici da governare, solo banale, noiosissima routine. Viene chiesto un permesso per x manifestazione, viene (solitamente) rilasciato (siamo un paese democratico no?), la manifestazione procede e se ci sono contestazioni ha de facto ragione chi è lì con il permesso. Tutto qua.

  13. giuseppe scrive:

    Recentemente sono stato a Praga. Incuriosito, ho chiesto a una praghese cosa pensa del comunismo locale. La gente preferisce dimenticare – mi ha risposto. Perché non si fa altrettanto in Italia se è davvero un paese autenticamente democratico e pluralista in cultura? O Il dna di quella della sinistra italiana ha delle ragioni specifiche ad alimentare la retorica di un regime che fu, alcuni nostalgici del quale non ci sarebbero o sarebbero meno cruenti se ci fosse maggiore tolleranza?

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