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Parlarne tra amici. Cosa racconta Sally Rooney

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di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

La reticenza descrittiva di Rooney, insieme alla politica astratta di conversazioni che si tengono sempre al sicuro da obiezioni, le hanno valso entusiastici paragoni con Jane Austen, forse complici la lingua inglese e la prevalenza femminile tra i protagonisti. Rooney tasta la superficie della bolla millennial spargendo abbondanti riferimenti culturali, ma è una bolla in cui è talmente a suo agio da dare forse per scontato l’atteggiamento estetico che lega tutto insieme. Una maniera di scrivere di cui è parte il diniego a farsi portar via pagine intere da parafrasi del tempo presente, così come il rifiuto di esporsi in giudizi o appiccicare etichette. Si tratta di uno stile che, di certo ben radicato in Austen, è però arrivato a Rooney già rivisto e aggiornato.

Conversations parla dell’elasticità di un rapporto senza nome tra due giovani donne, che da amore, relazione sessuale, collaborazione diventa amicizia, sorellanza, avversione, complicità, coabitazione. Faber&Faber (Einaudi da noi) e l’olio su lino Sharon and Vivien di Alex Katz in copertina hanno probabilmente salvato Rooney dallo scaffale chick lit, letteratura per signorine. Per quanto l’insistenza sui tacchi a spillo sia sostituita da scrupolose descrizioni di bottoni – sopra vestiti di lino blu e cappotti di lana nera – i tropi del genere rosa sono dappertutto. Dappertutto, ma sfumati: c’è l’ambientazione urbana, ma la metropoli è Dublino; la vacanza all’estero, ma i voli sono low cost e a tarda notte; i lavori creativi che rendono autosufficienti chi li pratica, ma solo se si è raccomandati dall’esperto del settore. C’è pure la rappacificazione conclusiva durante lo shopping natalizio, a cui mancano solo i fiocchi di neve per diventare il Diario di Bridget Jones, oppure The Dead di Joyce.

È natale anche nel racconto per Granta, Mr Salary, una sorta di prova generale a Conversations in cui risposte sfacciate a domande argute disegnano di sbieco una relazione padre-figlia biforcuta. Sukie, la brillante protagonista, si giostra tra due figure paterne, una immobilizzata dal cancro terminale, l’altra incastrata da sentimenti sconvenienti solo perché inconsueti. Il corpo malato, in Rooney, è curato prima di tutto via internet, attraverso l’accumulo di PDF informativi o spiando forum specializzati, oppure monitorato da sé, con il proprio smartphone. Nel suo pezzo per il New Yorker, “An App to Cure My Fainting Spells”, racconta di come è guarita dagli improvvisi svenimenti di cui soffriva grazie all’allarme periodico di un’app che le ricordava di bere i bicchieri d’acqua tassativi per restare idratata. La malattia invisibile è cruciale anche in Conversations. La sofferenza del corpo prende molte forme: la depressione di Nick, mutevole e invalidante, l’autolesionismo di Frances, che si gratta e pizzica le braccia fino a farsi sanguinare, si pesta le dita dei piedi fino a doversi mordere le guance per non urlare. Ma è una forma di dolore anche la pancia vuota di Frances, che, ossessionata dalla propria fame, compra provviste di pasta e sugo in scatola con gli ultimi quaranta euro racimolati, e va avanti a marmellata e pollo surgelato regalatole da Nick.

In Conversations il tempo è scandito in cicli mestruali. L’aggravarsi dell’endometriosi diventa una contingenza sempre più rilevante per sviluppo narrativo. Lo stupore e la debolezza di Frances davanti al tradimento del proprio corpo la rendono visibile ai passanti quando si accascia a terra, e vulnerabile davanti a Nick, con cui le conversazioni più sincere sono sempre quelle non premeditate, dettate dell’urgenza del corpo dolorante. Doctor Google consola il bisogno di informazioni di Frances quando i professionisti sanitari falliscono, e completa i suoi termini della ricerca, “non riesco a dire che sono”, con problemi comuni e ad alto tasso di alienazione, “incinta” o “gay”. Resta comunque difficile per Frances stare nella sua bolla anche offline: che cosa significa vedere la propria endometriosi scambiata per aborto all’interno di una struttura sanitaria pubblica di un paese che, con un emendamento apposito, l’ottavo, riconosce l’uguale diritto alla vita del feto e della madre? Che cosa significa avere dimestichezza con aeroporti, autobus e viaggi improvvisati, sapendo che Ryanair non distingue chi viaggia per turismo da chi esporta la propria gravidanza per terminarla fuori dai confini nazionali (diritto sancito da un altro emendamento irlandese, il tredicesimo)?

La politica potrà anche restare sullo sfondo della narrazione ermetica di Rooney – appena percepibile e del tutto accessoria a chi sta cercando una lettura rassicurante – ma il microcosmo non smette mai di respirare le scelte del macrocosmo. Ed è indubbiamente austeniano il focus sulle dinamiche relazionali di un gruppo ristretto di conoscenti, da cui traspare un’intelaiatura immediatamente leggibile dal pubblico dei contemporanei. Non c’è bisogno di nominare la chat che ha archiviato anni di conversazioni tra Bobbi e Frances, così come possiamo subito immaginare la copertina fluo dell’I Love Dick che, Nick informa Frances, sta per essere ripubblicato, o ascoltare James Blake, o guardare film con vampiri iraniani.

C’è, però, qualcosa di insoddisfacente nel paragone tra Rooney e Austen, resta il sospetto che si tratti più che altro di un’analogia suggerita dal marketing, affine alla perplessità con cui Frances guarda la signora vittoriana dallo sguardo triste e le mani impegnate a maneggiare fiori che campeggia sulla copertina del Middlemarch che si è portata dal dottore. Senza dubbio Emma è presente in Conversations: sullo scaffale della cameretta di Frances a Ballina, di fianco ad un Nuovo Testamento e un’antologia di letteratura americana. E ci sono le giovani donne belle, intelligenti, ricche con case confortevoli a loro disposizione che si immischiano in affetti e relazioni non loro, l’educazione e il talento manipolati da disponibilità economiche fossilizzate, amministrate da figure genitoriali solo vagamente incoraggianti. Si sottovaluta, però, che la grande invenzione di Jane Austen è lo stile indiretto libero, un modo ingegnoso per mantenere un occhio narrante esterno, ma sviscerare menti e pensieri mettendoli sullo stesso piano delle chiacchiere e delle visite di cortesia.

La prima persona concessa a Frances per raccontare il suo semestre autunnale situa Rooney (insieme alle connazionali Claire-Louise Bennett e Eimear McBride) all’interno del filone “confessionale” che non si appiglia alla pretesa del flusso di coscienza per simulare intimità, e preferisce interrompere le riflessioni teoriche con il “carico mentale”delle commissioni da fare. Claire-Louise Bennett, per esempio, è riuscita con una meravigliosa raccolta di racconti, Pond (2015), a elevare la prima persona a motore narrativo capace, da solo, di rendere liriche pagine di prosa dedicate al pomello di un fornello, contratti d’affitto non rinnovati e cattivo tempo. Rooney resta di certo meno sperimentale di Bennett, ma chat e email che permettono di parlarne fra amici riempiono gli intervalli che in Jane Austen, vuoti, lasciano spazio alle speculazioni, alle analisi dei ricordi e al desiderio per le conversazioni che non stanno accadendo, o meglio, che sono ritardate dalle lettere, dalla distanza, dalle buone maniere che frenano visite e imbrigliano il passaggio di informazioni.

Collegare la prosa calma e asciutta di Rooney direttamente a Jane Austen e ai suoi finali con cerimonia nuziale significa sottovalutare la lunga, sebbene ombreggiata, tradizione novecentesca di scrittura femminile in inglese che Rooney sta contribuendo ad innovare. Dalla ben nota Jean Rhys, Rooney eredita le protagoniste tristi e squattrinate in perenne attesa di assegni e prestiti da amanti passati, come Julia in After Leaving Mr Mackenzie (1930), ma instancabili flâneuses, come Sasha in Good morning Midnight (1939).

È interessante anche rispolverare le somiglianze con The Country Girls di Edna O’Brien, l’epopea in tre volumi di Cait e Baba in fuga dalla provincia, pubblicati nel Regno Unito (tra il 1960 e il 1964) per schivare l’accusa di oscenità da parte della censura irlandese.Eppure Conversations sembra esistere soprattutto grazie alle scrittrici del dopoguerra inglese, lavoratrici intellettuali che traggono beneficio dal Golden Notebook di Doris Lessing (1962), senza invidiarne la complessità, i cui personaggi sono uguali a loro: donne operose, magari in difficoltà, ma mai alcolizzate e mai depresse. Scrittrici prolifiche di prosa pacata al centro di culti sotterranei, indimenticate star dei gruppi di lettura i cui romanzi l’accademia sta iniziando a studiare, e che già sono stati, seppur saltuariamente, tradotti in italiano.

Ricordiamo la serie di romanzi con citazioni bibliche per titolo di Margaret Drabble – sorella in pessimi rapporti di A.S. Byatt – The Millstone (1965), Jerusalem the Golden (1967), The Needle’s Eye (1972). Storie di donne spigliate e delle loro ascese sociali rese possibili da welfare state, educazione universitaria e un nuovo atteggiamento disinvolto nei confronti di sesso e gravidanza: personaggi immuni al compromesso, ma solo perché si stanno confezionando bussole morali capaci di aggirarlo. E ancora, la griglia dell’amicizia tra donne ripetuta con minime variazioni da Barbara Pym. Amiche, o sorelle, che vivono insieme, oppure vicine di casa che intessono la loro relazione mentre fanno altro, di solito faccende domestiche, come vuotare i bidoni dell’immondizia in Excellent Women (1952), e preferiscono il ruolo di perpetua o segretaria a quello di moglie, come in Some Tame Gazelle (1950) e Jane and Prudence (1953).

È uno schema, purtroppo, che finisce per annoiare pubblico ed editori: Pym viene dimenticata per un decennio finché un articolo incoraggiante di Philip Larkin, nel 1977, ne loda “l’occhio per le commedie quotidiane”. Oppure, Anita Brookner, che negli anni ‘80, in coda alla sua carriera da storica dell’arte, inizia a scrivere fiction. Fa uscire un romanzo all’anno, nel 1984 vince il Booker Prize, e scrive solo di zitelle e vedove. Il primo capitolo di Brief Lives (1990) è un capolavoro di caratterizzazione pasticciata, in cui antipatia e cordialità sono indistinguibili: mogli di colleghi, Fay e Julia non hanno nulla da dirsi, ma infilzando favori e dispetti finiscono per condividere un’esistenza (e un uomo). Le protagoniste di Brookner sono badanti, casalinghe, bibliotecarie, professoresse a cui sembra solo mancare il vocabolario per definirsi queer per dare un senso a vite che, e sono loro le prime a stupirsi, non ci si spiega come possano scorrere tanto monotone.

In una delle sue interviste più interessanti – concessa a Joanna Walsh nel 2016, mentre ancora stava scrivendo Conversations – Rooney ammette che la sua ambizione è produrre una “scrittura trasgressiva”. Non basta che a scrivere, o parlare, sia una donna: “sto cercando di trovare forme per esprime me stessa che sovvertano [le tradizionali forme maschili], per rendere il discorso, o la scrittura, trasgressivi. Ma è difficile, perché siamo intrappolate in quelle forme, credo, o almeno lo sento. “La trasgressione di Rooney fermenta nell’interstizio tra il romanzo rosa e il romanzo d’autrice, in cui l’io narrante si rende visibile e udibile in pubblico – in gare di dibattito o di spoken poetry – mentre cerca modi di “esprimere emozioni ed esprimere l’importanza di intimità ed empatia” senza reiterare ideali di femminilità premurosa, e zitta. E forse la ribellione più grande di Rooney è il suo dichiararsi ottimista senza ironia, augurandosi il vero lieto fine millennial: ambiguo abbastanza da garantire spazio e validità a visioni personali di contentezza.

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