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Parlo di eroismo. I cent’anni amati e non voluti di Romain Gary

Oggi Romain Gary compierebbe cent’anni. Era nato a Vilnius nel 1914 e morì suicida a Parigi nel 1980, sparandosi un colpo alla testa e lasciando un biglietto terribile: “Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove”. Jean Seberg era stata la sua compagna per sedici anni, e si era tolta la vita un anno prima. Di Romain Gary, premio Gouncourt due volte (l’unico: le regole dicono che non si può assegnare alla stessa persona, e Gary lo vinse nel 1956 e nel 1975 con lo pseudonimo di Emile Ajar), Neri Pozza sta meritoriamente traducendo da ormai un decennio tutto quello che questo scrittore francese ha scritto. Qui sotto riportiamo un suo breve testo, “Parlo di eroismo”, tradotto da Margherita Donda. Rai 5 tramsette in questi giorni il documentario di Philippe Kohly sulla sua vita che potete vedere alla fine.

di Romain Gary

Allorché, qualche anno fa, l’Istituto francese di Haiti m’invitò a tenere una conferenza di carattere letterario su di un tema a mia scelta, non esitai un solo istante: scelsi l’eroismo. È un tema che mi è familiare: ho passato lunghe ore nella mia biblioteca a studiarlo. Il pericolo, il coraggio, lo spirito di sacrificio non avevano per così dire più segreti per me e quando arrivai a Port-au-Prince, mi sentivo veramente pronto a dare il meglio di me.

Il pubblico di Port-au-Prince è uno dei più esigenti e colti che ci siano e quando, sobriamente vestito, con il nastrino delle palme accademiche all’occhiello, salii sul palco, feci del mio meglio. Vi erano d’altronde molte belle signore tra il pubblico e fui proprio felice di aver fatto, negli ultimi tempi, un po’ di dieta, grazie alla quale ero riuscito a perdere una ventina di chili.

Rievocai Saint-Exupéry, Malraux, Richard Hillary, e riuscii, piuttosto abilmente, credetemi, senza mai parlare delle mie esperienze personali di passeggero delle grandi linee aeree, a far scivolare alcuni «noi» abbastanza suggestivi, ancorché discreti. L’acustica era ottima, l’illuminazione mi prendeva di tre quarti come si conveniva, e, mentre spiegavo con voce ferma come la morte deliberatamente affrontata poteva dare tutto il suo senso alla vita, mi assicurai che la nostra ambasciata fosse ben rappresentata e cercai di valutare il numero di belle signore presenti in sala.

Ma improvvisamente sentii uno sguardo opprimente sul viso. Veniva dalla prima fila ove stava seduto un signore, più nero del nero della sala, e i cui occhi attenti non mi lasciavano un solo istante. Fui piuttosto irritato da tale insistenza, tanto più che, quello sguardo mi membrò vagamente ironico. Malgrado ciò non mi lasciai turbare e terminai la conferenza ricordando come l’eroe moderno, che debba confrontarsi con un pericolo mortale, scopra in quell’ora suprema tutti i valori permanenti dimenticati, e come quell’esperienza possa fecondare un’opera e una vita.

Quando lasciai il palco, il signore che mi aveva ascoltato con tanta attenzione fu il primo a congratularsi con me.

– Dottor Bonbon, si presentò. Bellissima conferenza. Si sente in lei une grande esperienza personale dell’argomento.

Gli dissi che infatti conoscevo personalmente Jules Roy e che avevamo lo stesso editore.

– A proposito, disse, sono stato incaricato da alcuni suoi lettori di renderle piacevole il soggiorno ad Haiti. Ho pensato che forse gradirebbe una caccia allo squalo alla scogliera degli Irochesi. Le emozioni forti non le dispiacciono certo…

L’idea, infatti, non mi dispiaceva affatto. Era importante per un letterato avere la propria leggenda. L’aver cacciato lo squalo nei Caraibi poteva rappresentare a questo proposito un interesse certo per i biografi futuri. Accettai dunque volentieri la proposta fattami con tanta bonomia dal cortese dottore. Mi vidi attaccato al sedile, mentre lottavo con le mie ultime forze con un pesce gigantesco appeso all’amo… L’indomani, nel pomeriggio, dovevo rifare la conferenza a Cap-Haïtien, decidemmo, perciò, di partire alle sei di mattina. All’ora stabilita, ci ritrovammo sulla vedetta del dottore e facemmo rotta verso il largo su di un mare che, nonostante l’espressione sia logora, non esito a definire di smeraldo. Il dottore fumava una corta pipa e con aria tranquilla mi guardava.

– A proposito, disse, farebbe bene a provare il suo Cousteau.
– Il mio… che cosa?
– Dovrebbe provare l’autorespiratore, spiega il dottore. Scenderà sulla scogliera di corallo a circa cinque metri di profondità e le bombole di ossigeno le danno almeno venti minuti di autonomia. Ora le spiego come si maneggia il fucile subacqueo. È molto semplice.

D’un tratto mi fissò.
– Che c’è, chiese gentilmente. Qualcosa non va?
Sedetti. Per alcuni istanti ancora, cercai di lottare contro l’evidenza. Ma i marinai già montavano l’apparecchio e il dottore, con in mano il fucile, mi dava cortesemente delle spiegazioni tecniche. Non c’era più dubbio possibile. Non si trattava di pescare con l’amo. Quella gente aveva l’intenzione di farmi scendere in quel mare dei Caraibi infestato dagli squali e di lasciarmi lì solo, nient’altro che con un fucile in mano, in mezzo a quelle orrende bestie! Aprii la bocca per protestare…

– Lo sa, disse il dottore con una squisitezza rivoltante, non saprei dirle con quanto piacere noi tutti abbiamo ascoltato la sua commovente conferenza. Tutta Haiti ne parlerà, me ne incarico io…

Ci guardammo. Non dissi nulla e affrontai la situazione. Ci sono dei momenti, nella vita, nei quali bisogna saper difendere la propria fonte di sostentamento. La sola cosa che avevo in questo miserabile mondo, era la mia reputazione di conferenziere, e, se dovevo farmi divorare dagli squali per difenderla, ero pronto. Provammo la maschera: mi andava bene. Guardai cupamente le onde verdi. Finire così, stupidamente, senza essere riuscito a raggiungere neanche il traguardo delle diecimila copie.

– Metta ora la cintura di piombo. Le faciliterà la discesa…

D’un tratto, nonostante la sua apparente benevolenza, mi sembrò che avesse un’espressione diabolica. Mi lasciai bardare.

– Questi ragazzi scendono con lei, aggiunse, indicandomi i quattro splendidi fusti neri che si davano da fare attorno a me.

«Ah! pensai con sollievo. Delle guardie del corpo». Mi sentii meglio.

– Sono i battitori, spiegò il dottore. Andranno avanti sui due lati per spingere gli squali verso di lei. Non avrà che da sparare.

Non ebbi neanche il coraggio di ribellarmi. D’altronde tutto mi era diventato improvvisamente indifferente. Mi misero delle enormi pinne ai piedi, la cintura, la maschera, mi ficcarono il fucile in mano e gentilmente mi aiutarono a gettarmi in acqua.

Feci «Pluf !».

Nei primi minuti dopo l’immersione, nello sforzo di proteggermi contemporaneamente da tutte le parti, girai come una trottola. Raggiunsi, credo, una velocità di rotazione piuttosto sorprendente. Ma ben presto mi stancai e dovetti lasciarmi cadere sulla sabbia in una nebbia verde ove, per alcuni istanti non vidi nulla. Poi scorsi alla mia destra una scogliera di corallo e, spostandomi in diagonale come un gambero, andai da quella parte, con l’intenzione di coprirmi almeno le spalle. Nello stesso istante, vidi un pesce lungo e sottile uscire da un buco nella roccia e piantarsi ad alcuni centimetri dal mio naso. Gettai un urlo, ma non era uno squalo.

Era un barracuda.

Non avevo mai visto un barracuda in vita mia, ma quello lo riconobbi subito. Vi sono dei segni che non ingannano, e io li avevo tutti. Non mi ricordo affatto dei secondi che seguirono; tutto ciò che posso affermare è che, contrariamente a quello che avevo detto nella mia conferenza, al momento del pericolo mortale, l’eroe non scopre affatto i valori permenti della vita. Questo non è affatto ciò che fa, ed è tutto quello che posso dire. Quando aprii gli occhi il barracuda non c’era più. Ero solo.

Feci uno sforzo per risalire in superficie, e stavo per farcela quando vidi una forma nera, di proporzioni gigantesche, che puntava nella mia direzione, sopra la mia testa. Gettai uno strido, afferrai il fucile, chiusi gli occhi e premetti il grilletto.

Il fucile mi fu strappato con tale forza che le braccia quasi lo seguirono.

Agitandomi vigorosamente, in due secondi, riemersi. Per mia grande fortuna, la barca era molto vicina, sulla mia sinistra, e virò verso di me con una lentezza esasperante, mentre io cercavo di tener sollevate le gambe contro il mento. La barca si avvicinò e, con un’agilità sorprendente in un uomo della mia età, fui sul ponte in un attimo.

– E il suo fucile ?

614 Mariagrazia Donda

Ripresi fiato. Poi spiegai al dottore ciò che mi era capitato. Avevo colpito uno squalo, e quello, tirando sul cavo, mi aveva strappato il fucile dalle mani. I nuotatori neri stavano raggiungendo, anche loro, la barca. Uno di loro portava il mio fucile. Diede in creolo qualche spiegazione al dottore che mi guardò sorridendo.

– Pare, disse, che il suo arpione sia andato ad incastrarsi nello scafo dell’imbarcazione.

Il cinico personaggio stava insinuando che, nella mia confusione, avevo preso la barca che passava sopra la mia testa per uno squalo. «Bene, pensai, prova un po’ a dimostrarlo».

– Ho visto chiaramente uno squalo passare tra la mia testa e la barca, dichiarai. L’ho mancato. Capita. Spero di far meglio la prossima volta.

La sera a Cap-Haitien, raccontai senza particolare emozione al direttore del nostro Istituto che, quella mattina, avevo cacciato lo squalo agli Irochesi.

– Agli Irochesi? disse. Ma, a memoria d’uomo, non ci sono mai stati squali agli Irochesi. Essi non attraversano le scogliere.

Quando salii sulla tribuna, con mia grande sorpresa – eravamo ad un’ora di aereo da Port-au-Prince – il dottor Bonbon stava tranquillamente seduto in prima fila. Doveva aver preso espressamente l’aereo per venir ad ascoltare ancora una volta la mia conferenza sull’eroismo. Ci guardammo, ma se quel personaggio diabolico pensava che sarebbe riuscito a sconcertarmi e a smontarmi, mi conosceva male. C’è una qualità che nessuno può negare che io abbia, ed è, il coraggio morale; mi guardasse pure con tutta l’ironia di cui era capace, ero ben deciso ad elevarmi una volta di più all’altezza del mio tema.

– Signore, Signori, incominciai, quando, nella sua solitudine, l’eroe moderno si trova ad affrontare un pericolo mortale, la prima cosa che scopre allora…

Il dottor Bonbon mi guardava con una certa ammirazione.

Commenti
2 Commenti a “Parlo di eroismo. I cent’anni amati e non voluti di Romain Gary”
  1. Bandini scrive:

    “614 Mariagrazia Donda”?
    Credo che ci sia un intruso nel testo.
    Per il resto, molto bello.

  2. benedetta piola caselli scrive:

    delizioso, semplicemente.

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