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Sono Pasolini. Intervista a Giovanna Marini

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(fonte immagine)

Tra i numerosi omaggi che il Teatro di Roma, sotto la direzione di Antonio Calbi, ha offerto alla memoria di Pier Paolo Pasolini, lo spettacolo di Giovanna Marini Sono Pasolini, in scena al Teatro India fino al 30 Ottobre scorso, è stato senz’altro tra i migliori.

Lo spettacolo esplora la zona meno conosciuta della vita dell’autore, la gioventù friulana, ed ha il merito di spazzare via i luoghi comuni infamanti che ne hanno macchiato per decenni la reputazione.

Giovanna Marini, infatti, fa chiarezza sulle accuse di corruzione di minori che portarono Pasolini a lasciare il suo amato Friuli, dove era un insegnante adorato da studenti e genitori. Accuse che furono presto rivelate false, portando i genitori a chiedere a gran voce il reintegro dell’insegnante nel suo ruolo. Pasolini, però, profondamente ferito, era già fuggito con la madre a Roma.

Lo spettacolo porta in scena i versi sognanti, d’amore e d’utopia, del giovane maestro comunista, mostrando un volto inedito, seppellito ormai nella memoria collettiva dalle funeste profezie, purtroppo avverate, sull’omologazione culturale e il genocidio culturale che hanno dominato l’ultima produzione dell’autore.

Molto interessante, infatti, nella costruzione dello spettacolo, è il contrasto tra l’innocenza allegra delle poesie giovanili, intonate dal coro, traboccanti speranza e stupore, con la lettura dell’introduzione all’Orestea di Eschilo, nel Gennaio ’75, in cui si trova forse il Pasolini più amaro, apocalittico, privo di speranze nelle nuove generazioni.

Parole scolpite nella pietra, una condanna spietata delle nuove generazioni, lette con cupa intensità dal regista dello spettacolo, Enrico Frattaroli.

I canti e le letture sono scandite dal racconto degli anni giovanili che Giovanna Marini espone con precisione filologica ma senza pedanteria, anzi animata da un grande coinvolgimento emotivo.

Uno spettacolo che nasce da un omaggio sincero, messo in scena con impegno e passione, a tratti molto toccante.

Molti sono gli aspetti imprevedibili che emergono nella narrazione, impreziosita da testimonianze raccolte in Friuli da antichi amici e parenti del poeta.

Si parla spesso del dono “profetico” di Pasolini. Un dono che emerge ancora più inquietante nello spettacolo, non solo perché Giovanna Marini sottolinea come già nel 1949 egli parlasse (con l’Italia nella miseria più nera) del pericolo del consumismo, ma anche per la tragedia, poco conosciuta, in friulano I Turcs tal Friûl, in cui si parla di  due fratelli che di fronte all’invasione turca reagiscono in maniera opposta: uno, contemplativo, si rifugia a pregare in chiesa (palese proiezione dell’autore), l’altro, combattivo, muore sulle barricate. Pochi mesi dopo, l’amato fratello Guido sarebbe morto, da partigiano “verde”, ucciso dai partigiani “rossi”, in un tragico regolamento di conti fra fazioni della Resistenza.

In un’altra poesia giovanile parla, con inquietante precisione, del giorno della sua morte, in cui si ritrae morto nella polvere con una camicia chiara.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con Giovanna Marini, che a quasi 80 anni conserva una combattività e una lucidità nettamente superiore a tanti intellettuali quarantenni contemporanei.

Come è nata la composizione dei brani?

Ci è voluto molto tempo. Ho iniziato a musicare questi versi su indicazione di Laura Betti, la storica amica e collaboratrice di Pier Paolo. Parliamo del 1983. Ho messo in musica alcune di quelle poesie, che non conoscevo e che mi aveva fatto scoprire proprio Laura, bellissime poesie in friulano. Sono poesie splendide, dalla musicalità profonda, spontanea, hanno un quid misterioso

Insospettabilmente, Carmelo Bene diceva che in quelle poesie c’era il Pasolini migliore…

E aveva ragione.

Ho cominciato a musicarne alcune. All’epoca ero più giovane, la mia testa, per così dire, era piena di musica, per cui ho privilegiato la ricchezza degli arrangiamenti rispetto all’innata musicalità dei versi che Pasolini desiderava emergesse spontaneamente. Composi per cinque voci e cinque strumenti, ma in seguito me ne sono pentita: troppe percussioni, troppo “rumore”. Portai lo spettacolo ad un festival in Francia, incisi un disco, ma in seguito compresi che il materiale andava rivisto. Avevo a quel punto messo in musica dodici poesie tratta da La meglio gioventù e La nuova gioventù. All’inizio degli anni ’90 mi rigettai nella composizione, cambiandone alcune completamente. Realizzati versioni per sole voci, curando maggiormente il suono dei versi. Ma, comunque, non ero ancora soddisfatta di tutte le composizioni. Ora, ho ripreso in mano tutto per realizzare un omaggio a Pasolini.

Si è ispirata a melodie popolari già esistenti?

Le composizioni sono tutte composte ex novo, anche se seguendo i suoi versi effettivamente si crea effetto simile a quello delle canzoni popolari. Ho poi inserito lo “spettacolut”, uno spettacolo giocoso che Pasolini portava in scena in Friuli con i suoi amici, in quel caso sia i testi che la musica sono quelli originali.

Come ha raccolto le testimonianze inedite che compongono il cuore del racconto in scena?

Per diversi motivi, mi sono trovata a frequentare molto il Friuli, dunque ho potuto visitare le zone di Pasolini. Lentamente, parlando con le persone che le conoscevano, ho scoperto la vita privata di quest’uomo nella sua gioventù, aspetti assolutamente rimossi dalle biografie ufficiali.

Ad esempio il rapporto con il padre, che definì in un’intervista “il più drammatico che abbia mai avuto”.

Esatto, la madre Susanna Colussi appare la figura dominante della letteratura pasoliniana, il padre quasi non viene menzionato.

Forte di queste testimonianze dal vero, ho deciso di mettere in piedi un nuovo spettacolo.

A quel punto ho cominciato di nuovo a riscrivere tutto. Ho seguito alla lettera le indicazioni di Pasolini, che invitava ad ascoltare la “liquidità” del suono friulano, ed è venuta fuori una musica completamente diversa, più dolce e consolante. Vi ho aggiunto anche degli stornelli che lui aveva inserito nel Canzoniere Italiano del 1957. Insomma, lo spettacolo emerge molto più ricco di sfumature.

Emergono aspetti assolutamente imprevedibili nel suo racconto del giovane Pasolini…

Vi ho inserito tutto ciò che mi hanno raccontato in Friuli: Pasolini da giovane era un ardente indipendentista, passionale, allegro, travolgente… addirittura era un ballerino provetto che vinse il titolo di miglior danzatore di samba della regione! Anche negli anni successivi al trasferimento a Roma mantenne un forte legame col Friuli. Fu quasi costretto ad abbandonare la sua patria d’origine, in seguito alle false accuse di immoralità dalle quali fu assolto in seguito ma che gli valsero l’espulsione dal P.C.I e la perdita del posto di insegnante. Pasolini era già un personaggio scomodo, un insegnante adorato dai suoi concittadini per l’enorme impegno che profondeva nel suo lavoro. Addirittura, un giorno portò i suoi allievi in una chiesa, che appariva completamente bianca all’interno.

Pasolini considerò sospetta l’assenza di affreschi in una chiesetta di quel periodo, invitò tutti i bambini a prendere delle cipolle, le tagliò e usando la metà umida all’interno mise i bambini a grattare la calce dai muri , facendo così affiorare degli antichi affreschi, tra la meraviglia dei suoi concittadini. Purtroppo, un insegnante comunista adorato dal popolo era scomodo in quello che già era divenuto un feudo democristiano. Il resto, si sa. Pasolini, comunque, chiamava spesso la zia, negli anni successivi, annunciandole le sue prossime visite, chiedendole però di non dirlo a nessuno. Ovviamente, la zia lo annunciava subito alla finestra! Puntualmente, al suo arrivo si ritrovava l’intero paesino di Casarsa che lo accoglieva festante attorno alla sua splendida Pallas.

Com’è nata la collaborazione con Enrico Frattaroli?

Enrico Frattaroli è un mito! Lo conosco da oltre 50 anni. L’ho conosciuto fin da quando era ragazzo, un giovane attore di Terni, che ha sfornato menti brillanti, pensiamo allo studioso Sandro Portelli. Mi colpì il suo rigore nel fare teatro. L’anno scorso cercavamo un regista, proposi il suo nome ad Antonio Calbi, che fu entusiasta, poiché aveva apprezzato il suo spettacolo tratto da Sade.

Come regista è sempre pieno di idee, spunti, riflessioni.  Continuamente, anche mentre lo spettacolo è in scena, suggerisce nuove soluzioni registiche.

Devo dire che è stato molto coraggioso a portare in scena venti persone che non avevano mai calcato un palcoscenico in quel modo, intendo dire i miei allievi del gruppo corale “favorito” della Scuola Popolare di  Musica di Testaccio.

Qual è il suo ricordo personale di Pasolini?

A Roma non era così trascinante e gioioso come lo descrivono i suoi concittadini. Era riservato e molto serio. Aveva, però, un umorismo tagliente. Me ne accorsi durante la contestazione al Festival di Venezia del ’68. Come al solito, era in contraddizione: aveva Teroema in concorso, ma invitava a non vederlo perché contestava il festival! Prendemmo una barca insieme, c’era anche Zavattini. Non lo conoscevo ancora, ma in quel periodo del ’68 tutti si davano del “tu” senza conoscersi. Pasolini era allegro quel giorno, si era divertito molto, fu spiritosissimo.

Io lo ammiravo da molto tempo, ma non ci avevo mai scambiato parola.

A un certo punto, intervenne nel dibattito, dalla parte dei dissidenti, pur partecipando al concorso, e disse: “Si, si, avete ragione. Sono in contraddizione. Ma io ci sto benissimo, è il mio luogo preferito!”.

Decidemmo, con Zavattini che era il presidente di quell’assemblea, di aspettare seduti a braccia conserte l’arrivo dei carabinieri, in una protesta “all’americana”, facendoci portare via di peso. Eravamo tutti d’accordo. Tutti immobili, sembrava un museo delle cere. A un certo punto, Pasolini si alza, prende la parola, mentre tutti gli dicevamo di stare zitto, lui insiste e dice: “Io vi devo dire che ora mi alzo e me ne vado via sulle mie gambe, perché a farmi prelevare in braccio dai carabinieri mi vergogno!”. Una bordata di fischi e di reazioni polemiche lo accompagnò mentre usciva. Confesso che mi accodai a lui, perché mi vergognavo pure io!

“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere” i celebri versi de Le ceneri di Gramsci con cui apre lo spettacolo.

Certamente. Quella confessione pubblica della propria contraddizione, divertentissima, è il ricordo più bello che conservo di Pasolini.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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