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Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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(fonte immagine)

Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.

La rappresentazione è insieme semplice ed imponente, giocata su diversi piani prospettici e narrativi, e richiede un’attenzione continua e viva da parte dello spettatore per cogliere i sottili echi interni del gioco registico e testuale.

La maestria sviluppata nell’esercizio di trasposizione sulla scena dei grandi romanzi, leitmotiv della ricerca di Ronconi, giunge forse qui al suo apice (benché il testo sia stato scritto direttamente per il teatro) nella capacità di rappresentare un arco narrativo  che attraversa varie generazioni, legate però dal ricorrere circolare, quasi karmico, di elementi ricorrenti, spesso legati alla tradizione ebraica, di cui alcune parole chiave scandiscono il ritmo dei vari quadri scenici.

La prova dei tre attori menzionati è degna di plauso per il grande impegno sostenuto, anche se con qualche compiacimento gigione di troppo. Del resto, l’uso di un registro comico serve da un lato ad alleggerire la lunghezza altrimenti estenuante della rappresentazione, dall’altro, nell’omaggio dichiarato a certo umorismo yiddish, a stemperare il senso di pesante condanna sociale che l’inesorabile svolgersi degli eventi impone allo spettatore più attento.

Lo spettacolo va alla radice, marcia, della crisi capitalistica contemporanea, andando a ricostruire con convincente perizia le origini storiche del modello economico e industriale dominante in Occidente. Un’analisi lucida quanto inquietante.

In precedenza, Popolizio ha portato in scena, sempre all’Argentina, Ragazzi di Vita di Pasolini: una scelta coraggiosa, difficile, affrontata con piglio sicuro ma non irrispettoso. Se da un lato la narrazione è divisa per quadri, esposti in maniera cronologicamente diversa rispetto alla narrazione del romanzo, dall’altro la fedeltà filologica al testo è impeccabile.

Grande pregio dello spettacolo è la vivacità coreografica, in grado di rendere la crepitante vitalità dei protagonisti pasoliniani. Forse, a volte, abbiamo trovato troppo enfatizzata la narrazione in “romanesco”, un vernacolo già carico di iperboli ed energia immaginifica (soprattutto nella trasfigurazione poetica resa dal romanziere) che dunque non necessita di essere ulteriormente “urlato”.

Divertente l’idea di ricalcare la volontà pasoliniana di apporre un glossario a fine romanzo, facendo recitare, sotto forma di interrogazione, le traduzioni da una giovane badante straniera: un modo ironico per rendere attuale la distanza tra la lingua “straniera” del vernacolo rispetto alla lingua nazionale.

Ultima, ma non meno interessante, tra le fatiche dell’attore è l’impegnativa e coinvolgente lettura nell’audiolibro di Pastorale Americana (per Emons), il capolavoro di Philip Roth che tra poco compirà vent’anni dalla prima edizione americana.

Qual è stata la principale difficoltà nel trasporre in scena un romanzo celebre come Ragazzi di Vita?

In primo luogo, non facciamo una sceneggiatura o un adattamento. Noi usiamo le parole del libro. Non si fa spesso. Spesso si fanno degli adattamenti, si creano delle sceneggiature da un testo precedente. Noi abbiamo rappresentato le scene come descritte nel libro, certo, a volte montandole cronologicamente in maniera diversa rispetto allo svolgimento narrativo. Il lavoro è stato complesso, da un lato abbiamo incontrato delle difficoltà, dall’altro l’esperienza maturata con Ronconi (dal Pasticciaccio di Gadda ai Karamazov a la Trilogia sui Lehmann che è attualmente in scena) mi ha fornito gli strumenti per affrontarle. Questa esperienza mi ha consentito di lasciare ampia libertà agli attori, pur all’interno della gabbia scenica.

La tua esperienza con Ronconi mostra delle influenze, credo, nella spettacolarità di alcune scene: ad esempio il ricreare una piscina popolare sul palco del Teatro Argentina.

Sono contento che così lo definisci, ma “spettacolarmente”, in fondo, si tratta di una tela di sacco che viene giù appoggiata a una struttura di legno. Credo sia il movimento degli attori, lo studio del movimento nello spazio scenico che crea quell’effetto.

La scenografia, è vero, è scarna, ma è il ritmo direi coreografico della messa in scena a corale ad essere di grande impatto.

Si, c’è una proiezione, ci sono giochi di colori, abbiamo visto messe in scena molto più pirotecniche negli anni passati. La particolarità dello spettacolo è senza dubbio quella di presentare diciannove attori in scena, senz’altro una scelta inusuale nel panorama contemporaneo.

Trovo interessante che tu sia stato coinvolto nelle rappresentazioni teatrali sia di Quer pasticciaccio brutto di Via Merulana che di Ragazzi di Vita, i due romanzi che hanno introdotto il vernacolo romano nella letteratura ufficiale.

Il romano di Gadda è ancora più teatrale. La trasposizione del Pasticciaccio in realtà è più semplice, non perché sia più semplice lo spettacolo in sé, ma perché c’è una storia. Il romanzo è un giallo, dunque essendo un giallo ha una trama lineare, definita. Ragazzi di vita è un’esplosione di quadri, non ha una storia. Tra il salvataggio della rondine all’inizio e la morte di Genesio ci sono una serie di situazioni molto diverse, cambia scenario, cambia atmosfera, cambia tutto. Il libro lo abbiamo sondato parola per parola.

Nel romano di Pasolini c’è comunque un’alta percentuale di trasfigurazione letteraria, per quanto fosse fedele nella riproposizione di geniali espressioni veraci che egli raccoglieva sulla strada.

Assolutamente si. Il romano di Pasolini non è quello che ascoltiamo oggi nella Capitale, men che mai quello brutto che si ascolta in televisione o in certo cinema. In un certo senso, è una lingua inventata, anche se nasce dalle invenzioni spontanee della parlata popolare. Per questo a fine spettacolo abbiamo deciso di inserire un Glossario.

Nella ricomposizione narrativa, erro se noto che in un certo senso ricostruisce la parabola tragica di Pasolini? Dalla “disperata vitalità” dei giovani nella scena iniziale del bagno fino alla morte di Genesio…

Questo è leggibile da chi vede lo spettacolo, ma non era nostra intenzione. Mi spiego: non volevo imporre un’idea di Pasolini, poiché l’idea che noi ne abbiamo è comunque postuma. Pasolini morì all’apice  della sua forza, anche poetica. Non ha mai vissuto un arco minore, come altri poeti invece hanno fatto. Appena morto, è stato in un certo senso santificato.

 Dopo essere stato massacrato, anche purtroppo fuor di metafora, in vita…

Certamente. Non dimentichiamo che Ragazzi di Vita è il suo primo romanzo. Se vogliamo, per molti versi anche il più ingenuo. Sarebbe stato sbagliato dal mio punto di vista, poiché non mi ritengo in grado di farlo, offrire una lettura critica. Quello lo fanno altri registi, come ad esempio Antonio Latella. Il mio lavoro è fondamentalmente sull’attore. Mi occupo di problemi di palcoscenico: come possiamo mettere in scena questo romanzo? Come possiamo risolvere scenicamente determinati problemi che il testo pone? Questa dinamica per me è viva, vitale e, se posso permettermi in questo momento storico, “politica”.

Passando alla lettura di Pastorale Americana, vorrei  chiederti in primo luogo quanto è stato difficile affrontare un testo così noto e amato in tutto il mondo?
Un  testo molto noto ma, soprattutto, molto difficile da leggere. Leggere un libro del genere non è facile: prima di tutto, perché si dovrebbe ascoltare un’altra persona che ti legge un libro? Uno può comodamente andare in libreria ed acquistare il libro, leggendolo come e quando gli pare. Una lettura del genere deve trovare una propria motivazione nell’interpretazione. Roth non è autore facile da leggere, non solo per la struttura complessa dei suoi periodi,  che tra incisi e subordinate possono arrivare  fino a quasi venti righe, ma più che altro perché non tralascia nulla, non lascia al caso nemmeno il minimo particolare. Quindi, la sfida è stata evocare con la voce le innumerevoli sfumature che egli è in grado di esprimere, nel labirinto della sua prosa. Una sfida certo più difficile rispetto a un’interpretazione teatrale, poiché hai solo la voce a disposizione e non l’intera fisicità.

Perdona la domanda legata a polemiche per molti versi sterili, ma da grande ammiratore di Dylan è un mio cruccio: cosa pensi del “mancato” Nobel a Roth?

Io non penso che i Nobel alla Letteratura siano quelli più importanti. Gli hanno vinti anche persone che francamente non avrebbero dovuto vincerli, non è certo questa la prima decisione sorprendente. Posso comprendere le aspettative deluse degli scrittori di professione, ma io da lettore non mi permetto di giudicare se la scelta di Dylan sia corretta o meno. Credo che Roth possa vivere benissimo anche senza il riconoscimento del Nobel, la sua grandezza non è in discussione. Credo, comunque, che i Nobel più importanti siano quelli conferiti per meriti scientifici, sinceramente.

Hai avuto modo di confrontarti con lui?

Ti confesso una cosa: per i suoi audiolibri lui ascolta con attenzione tutte le voci degli attori candidati all’incisione, per poi indicare quelle per lui più adatte. Non lo ha fatto solo con me in Italia, è sua prassi in tutto il mondo.

Come i grandi attori con i doppiatori…

Esattamente. Nel cinema, mi ha ricordato la cura perfezionistica di Kubrick. Non lascia assolutamente nulla al caso. Questo sforzo di attenzione, questa tensione verso il controllo poi genera la magistrale capacità descrittiva di un libro come Pastorale Americana, che celebra la grandezza dell’America nel momento in cui ne sancisce il fallimento, o meglio l’inganno di una certa idea felice e trionfalistica che ha dominato la cultura contemporanea. La sua è un’antipastorale, che svela tutta la bassezza e la violenza nascosta nell’America vincente e idilliaca. I richiami all’attualità sono talmente evidenti che nemmeno li sottolineo.

Qual è secondo te il dono unico del romanzo?

Unisce un notevole cinismo con la capacità di condurti improvvisamente alle lacrime. Pensiamo alla scena in cui Levov, il grande eroe sportivo, crolla emotivamente in macchina dopo il raduno dei compagni di scuola, ormai ridotti a parlare di problemi di prostata. Ecco, trovo il suo dono in questa capacità di unire l’umorismo tipicamente ebraico, cinico e pungente, con la commozione per un’umanità disastrata.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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