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Passaggio sulla narrativa israeliana: Kashua e Gundar-Goshen

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La narrativa israeliana si dimostra, in questi ultimi anni, in ottima salute. Questa condizione è ravvisabile in diversi romanzi che sono arrivati in traduzione italiana, tra gli altri la conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che ha riguardato Abraham Yehoshua con Il tunnel, pubblicato da Einaudi, oppure l’interessante esperimento apocalittico di Evecuazione, scritto da Raphael Jerusalmy ed edito invece da La Nave di Teseo.

In questi ultimi giorni sono arrivati in libreria due romanzi differenti, ma che continuano a testimoniare la vivacità di questa scrittura: si tratta di La traccia dei mutamenti di Sayed Kashua (pubblicato da Neri Pozza), scrittore, giornalista e creatore della divertente e irriverente sitcom “Arab Labor” sugli stereotipi incarnati dai popoli arabo e israeliano e sui conseguenti pregiudizi, e Bugiarda di Ayelet Gundar-Goshen (Giuntina), successore del giustamente fortunato Svegliare i leoni, che conferma l’autrice come una tra le migliori scrittrici israeliane.

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Il libro di Sayed Kashua, tradotto dall’ebraico da Elena Loewenthal, autentica voce di irradiazione della cultura e narrativa israeliana in Italia, si distacca però dall’umorismo bruciante rintracciabile nei suoi lavori per la televisione: anche qui uno degli argomenti principali è la relazione tra arabi e israeliani, ma qui lo sguardo di Kashua abbandona il filtro dell’ironia, come se fosse stato raggiunto il limite dello scherzo, seppur esso sia sempre stato comunque serio e carico di risvolti. Adesso la strada da percorrere sembra tracciata soprattutto dalla desolazione, dalla paura e dalla solitudine che nascono da uno smarrimento davanti al quale non è più possibile sorridere. Nel protagonista di La traccia dei mutamenti è innanzitutto ravvisabile la stessa storia del suo autore, musulmano, che, nel 2014, ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti: se all’inizio la decisione di Kashua era segnata solo da un temporaneo trasferimento per insegnare per un anno accademico negli Stati Uniti, immediatamente, a seguito all’esplosione di nuove violenze, i biglietti di ritorno furono cancellati e la partenza si trasformò in un viaggio di addio (in questo suo articolo sul giornale Haaretz, dove scrive, tra l’altro, in ebraico, spiega la tristezza della decisione: «I’m incapable of writing a word», così si apre il pezzo).

Il protagonista del romanzo è un uomo che, a causa della malattia del padre, vicino alla morte, decide di tornare dagli Stati Uniti in Israele, nel suo villaggio, per assisterlo nella malattia dopo tanti anni di assenza. Negli Stati Uniti la sua vita non va nel migliore dei modi: la moglie è  un’accademica che lo ha mandato a vivere nel dormitorio dell’università, tenendosi i tre figli che lui vede molto poco, lui di mestiere fa il ghostwriter, armato del suo fedele registratore Sony con il quale registra la vita degli altri prima di trasporla sulla pagina.

Eppure sa lo stesso che questo viaggio non gli porterà sollievo, è preoccupato, come dimostra il viaggio in taxi dall’aeroporto Ben Gurion al suo villaggio, durante il quale è immediatamente mangiato dalla paura di un tempo, quella di essere arabo in territorio israeliano, esule nella stessa terra dov’è nato. E questo sentimento di estraneità e di desolazione non è destinato a scemare: doppiamente esule, negli Stati Uniti, dove è escluso dalla famiglia, e nella sua terra natale, presto orfano del padre e dunque di un segno forte a favore della sua identità spezzettata.

Un romanzo che scandaglia con profondità le insicurezze e la confusione dell’animo umano quando non c’è un centro e la disconnessione da tutto è sempre più vicina e inesorabile, ma anche un romanzo coraggioso, forse il tentativo sentito come necessario da Kashua di scendere nelle profondità della sua identità alla ricerca di un mondo a cui appartenere in maniera incondizionata, di cui essere parte davvero organica. La traccia dei mutamenti è un romanzo che deve essere letto anche da tanti scrittori italiani la cui profondità di ricerca sui movimenti dell’animo al confronto non può che impallidire.

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Anche Bugiarda, il libro di Ayelet Gunder-Goshen, tradotto da Raffaella Scardi, va ad approfondire un tema centrale, quello della menzogna (e di tutto il mondo che le si muove attorno, come la facilità e la spensieratezza di credere a qualcosa senza interrogarsi sull’effettiva veridicità), e lo fa con una storia avvolgente, originale e dall’alta profondità psicologica, certo frutto anche dei suoi studi accademici. Protagonista di questo romanzo, ambientato in una splendida Tel Aviv di fine estate (dove «la calura ristagnava ancora fuori dalle porte delle case, arrotolata insieme ai giornali a presagire sventure»), è Nufar, una ragazza adolescente, schiva, poco considerata e un po’ bruttina, che lavora durante i mesi estivi in una gelateria.

Uno dei clienti è Avishai Milner, un uomo frustrato che ha assaporato pochissimo successo grazie alla sua voce di cantante: tra i due scoppia un litigio che si conclude nel retro della gelateria con le urla di Nufar e il conseguente capannello soccoritori e curiosi. La costruzione dell’intreccio è perfettamente orchestrata dalla scrittrice israeliana perché il lettore è portato a chiedersi davvero cosa è successo: perché Nufar ha urlato? C’è stato davvero un abuso o si tratta solo della prova di una menzogna? Da questo atto tutto sommato innocuo, si attivano però tutta una serie di conseguenze imprevedibili, per il fatto che tutti sembrano credere alle parole della ragazza che conferma la violenza e ritenere utile e fruttuosa la sua figura, quella di una ragazzina che denuncia un abuso.

L’interrogativo circa la verità di questo accaduto passa così in secondo piano: «così d’un tratto, prodigiosamente, da un cortile abbandonato sbucò il nuovo scandalo – un relitto di un talent show accusato del tentato stupro di una minorenne – e tutti guardarono quella storia e videro che era buona». Nufar diventa ospite di talk-show e corteggiata da molti adulti interessati a raccontare o conoscere la sua storia, ma nello stesso tempo resta ostaggio, e vittima, di questa menzogna; perché è una menzogna e a saperlo, oltre i due interessati, è un altro adolescente, un ragazzo simile a Nufar, che dalla sua finestra ha visto tutto. Ma il suo silenzio è tanto assordante quanto la voce di Nufar che racconterà quella bugia a tutti, televisione, politici e polizia.

Aylet Gundar-Goshen costruisce una raffigurazione compiuta della posizione della bugia nella nostra società (ma anche dell’ipocrisia di chi si approfitta di questioni ancora irrisolte sperando di farla franca), che pare qui l’unico mezzo per una ragazzina poco considerata di essere finalmente al centro del dibattito e delle attenzioni: in questo passaggio sembra annullarsi per un momento la distinzione tra vittima e colpevole, tra onesto e bugiardo, perché in quell’attimo Nufar ha intravisto, forse, la sua felicità.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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