gramsci in carcere

Passando per forza da Gramsci

Questo pezzo è uscito su Orwell

“Gramsci è un classico, un autore che non è mai di moda eppure viene letto sempre”. La frase di Fernandez Buey è riportata da Eric Hobsbawm in un saggio su Gramsci contenuto in uno dei suoi ultimi libri, apparso in Italia da Rizzoli appena un anno fa: Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Hobsbawn è stato tra più attenti interpreti della “Gramsci Renaissance”, quel singolare fenomeno di ricezione globale protrattosi nell’ultimo trentennio, a molti apparso sempre più strano dopo la crisi (politica) del socialismo e (filosofica) del marxismo. Eppure Hobsbawn aveva colto appieno cosa rendeva il pensiero di Gramsci tanto attraente, nonostante l’inattualità di molte sue parti: innanzitutto, scriveva, egli è stato uno dei rari esempi di pensatore marxista in cui riflessione teorica e azione politica (culminata nei lunghi anni del carcere) si sono intrecciati strettamente tra loro. Se si escludono gli artefici della rivoluzione russa e Rosa Luxemburg, questa unione di pensiero e azione rivoluzionaria non ha certo riguardato Lukács, Korsch, Althusser, Marcuse e tanti altri.

Ma non si tratta solo questo. Proprio perché italiano (e sono molte le pagine che Hobsbawn ha dedicato all’Italia, tra le sue più belle), Gramsci non era pienamente “occidentale”. La sua forza deriva dall’essere stato l’interprete di un peculiare laboratorio della società capitalistica, in cui centri dell’impero e periferie terzo-mondiali convivono all’interno degli stessi confini nazionali. Insomma Gramsci non sarebbe stato Gramsci se non fosse stato sardo, se non avesse toccato con mano la fame, la miseria, la sofferenza degli esclusi dalla Storia, e se non avesse avuto sotto gli occhi quella strana intelaiatura socio-politica che è l’Italia, quel singolare modo di fare e disfare il potere, i poteri.

Date queste premesse, il suo maggior contributo è nell’aver elaborato una teoria della politica e, in particolare, dello Stato: quella cosa che – in un’epoca in cui il capitalismo si rigenera provocando crisi devastanti – appare quanto mai oscuro, inafferrabile, apparentemente inutile eppure decisivo.

Mentre in Italia la “Gramsci Renaissance” ha prodotto una miriade di saggi e volumi concentrati sul periodo carcerario, i rapporti con la curia moscovita e Togliatti, la stesura dei quaderni e delle lettere (ne cito alcuni tra quelli usciti nell’ultimo anno: I due carceri di Gramsci di Franco Lo Piparo, Vita e pensiero di Antonio Gramsci di Giuseppe Vacca, Gramsci in carcere e il fascismo di Luciano Canfora…), altrove è la riflessione sul “politico” a essere recuperata con forza (si veda, ad esempio, il volume a più voci Studi gramsciani nel mondo. Gramsci in America Latina, il Mulino, o il vastissimo dibattito all’interno del mondo accademico indiano).

Scriveva ancora Hobsbawn in Come cambiare il mondo: “Al pari di Machiavelli, egli è un teorico di come le società andrebbero fondate e trasformate, non dei dettagli costituzionali, per non dire delle minuzie che preoccupano i corrispondenti parlamentari”. Era questa per Gramsci la linea discriminante tra “grande politica” e “piccola politica” tanto che non è difficile dire: a) il racconto e l’analisi di quale tra le due siano oggi diventati nettamente dominanti; b) quanto questo trionfo del chiacchiericcio politico su ogni forma di teoria critica della politica sia funzionale al mantenimento dello status quo.

Le riflessioni gramsciane su Machiavelli sono raccolte in un libro a cura di Carmine Donzelli, Il moderno principe, recentemente ristampato con un nuovo saggio introduttivo del curatore. In tanti si sono affannati su queste fitte pagine (il famoso Quaderno 13) per stabilirne il rapporto con la “differenza” del Pci rispetto al modello sovietico, e verificare se tale eterodossia avesse effettivamente un suo fondamento in Gramsci o, al contrario, nella sua neutralizzazione. Un dibattito ancora aperto, a giudicare dalla mole dei titoli usciti di recente… Della centralità dell’autore dei Quaderninegli sviluppi della nostra filosofia politica parla invece Dario Gentili in The Italian Theory (il Mulino). Uno dei fili conduttori del pensiero nazionale sarebbe proprio la continua interrogazione su Machiavelli, attraverso la lente – più o meno passata al vaglio della critica – di colui il quale riteneva che l’allargamento dell’indagine sul “politico” non si sarebbe mai potuto disgiungere da una attenzione sempre maggiore alle condizioni di vita e alla cultura delle “classi subalterne”. E qui siamo tornati al punto di partenza. Come aveva notato Hobsbawn, è proprio questo intreccio militante a mantenere aperta la riflessione e a segnare un’ideale linea di resistenza in un’epoca buia.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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