Patologie di Zachar Prilepin

Arca Puccini - Caligari 2011

In occasione del festival pistoiese Arca Puccini (info dettagliate e programma), proponiamo una recensione inedita del romanzo Patologie di Zachar Prilepin del quale è appena uscito per Voland San’kja. Prilepin sarà presente a Pistoia al convegno “EST/OVEST: stati dell’arte” (domenica 18 alle 15.30), insieme al critico musicale Simon Reynolds, al poeta e mediatore polacco Jaroslaw Mikolajewski, allo scrittore italiano Paolo Cognetti e al critico musicale John Vignola. Coordina Goffredo Fofi. Presentazioni, interviste, cronache e immagini di Arca Puccini – Caligari 2011 sono disponibili su http://www.altrevelocita.it/incursioni_edizione-33.html

di Nicola Ruganti

Zachar Prilepin, classe 1975, arriva in Italia quando in Russia ha appena vinto il premio “Supernatsbest” – 100mila dollari: un’economia su di giri! – per il miglior libro di prosa del decennio, con il romanzo Грех  (“Peccato”, non ancora tradotto in italiano) e scritto diversi libri di successo. Intellettuale e militante nei partiti di opposizione al governo russo, ha pubblicato nel 2005 il suo primo libro, Patologie, edito in Italia quest’anno, in occasione del Salone del Libro di Torino, per merito della casa editrice Voland. Il romanzo racconta la storia di Egor Taševskij, soldato dei corpi speciali russi, gli OMON, dal momento in cui viaggia in elicottero verso Groznyj al momento in cui, stremato dalla guerra, torna a casa. (Non) fa male ripercorrere, qualche anno più tardi, le strade cecene: significa ricordare «la politica antiterrorismo di Putin» e la sordità europea davanti a quella bugia di regime denunciata – fino alla fine – da Anna Politkovskaja. I racconti del massacro di Beslan in Ossezia del Nord, della strage nel teatro Dubrovka a Mosca, delle due guerre contro la Cecenia hanno avuto una certa attenzione, anche a posteriori, in seguito all’assassinio della Politkovskaja. I reduci di entrambe le fazioni hanno scritto e provato a restituire l’orrore: l’“italiano” Nicolai Lilin in Caduta libera, con esiti incerti, e tra le uscite più recenti La guerra di un soldato in Cecenia di Arkadij Babčenko. Collaboratore, come Prilepin, della “Novaja Gazeta”, ha commentato laconicamente che sia i ribelli ceceni sia i soldati russi dichiarano: «voi avete ucciso noi», come a segnalare un cammino ancora molto lungo per una comprensione reciproca.

Ciò che rende interessante Patologie è il modo in cui Prilepin riesce a oltrepassare l’orrore – tutt’altro che spazzandolo sotto il tappeto – collocandosi nel panorama della letteratura di guerra, per sfuggirne tuttavia immediatamente. Le vicende di Patologie probabilmente si riferiscono alle memorie, rielaborate in romanzo, della prima guerra cecena: il periodo in cui Prilepin, dal 1996 al 1999, è stato sotto le armi – anche se, come tiene a dichiarare, «non ha ucciso ceceni, non ha provato nemmeno un decimo delle passioni e delle patologie dei suoi personaggi». La narrazione è diretta e organizzata in un ritmo serrato che coinvolge le azioni militari ma anche i pensieri del protagonista: ne risulta un intreccio inconsueto tra la tragedia della guerra e un sistema di riflessioni legate al quotidiano che mette in luce l’assurdo inconciliabile di vita e morte. Gli uomini sono «carne da cannone», i corpi dei ribelli ceceni e dei soldati russi sono raccontati nella deformazione della guerra, continuamente aleggia l’incertezza di chi si trova costretto nelle spire delle domande ultime: «perché si muore?», «perché sono qui?». Se la questione diventa perché io sono vivo e il mio nemico no, ci aiutano le parole di Egor: «’Io ho ammazzato un uomo’, penso stancamente e non so come continuare il pensiero»; il blocco è totale.

L’impasse non è dettata dalle condizioni politiche o militari, ma da aspetti mentali legati all’ossessione. L’elemento cruciale che rende altro questo romanzo dal cliché delle cronache dal fronte è il racconto, sviluppato in parallelo, di Daša, la ragazza di cui Egor è innamorato quanto geloso. Egor va in guerra in Cecenia, la sua condizione è quella di un individuo gettato a sopravvivere tra i cadaveri, la possibilità di rimanere sano è affidata al dialogo con i ricordi. Prilepin svela progressivamente qualcosa di più inquietante: il rapporto di Egor e Daša è altrettanto segnato dalla patologia: le relazioni, i rapporti affettivi non sono una zona franca. Il carattere pregevole del romanzo sta nel montaggio di sequenze parallele che raccontano un uomo incastrato in una duplice dimensione inquinata dall’angoscia e dalla paura: il rapporto con la fidanzata intossica Egor almeno quanto la guerra in Cecenia. Daša racconta a Egor di aver avuto, prima di lui, ventisei uomini, e lui entra in un tunnel di ossessioni che lo imprigionano: davanti all’ineffabilità della propria ragazza di poco più di vent’anni non riesce che a chiudersi in un compulsivo «voglio avere qualcosa di mio!». Per Prilepin la questione del possesso è centrale visto che Egor sceglie di ingabbiarsi in un egoismo polimorfo e perverso: «‘Tu mi hai derubato!’ Avrei voluto dire e non riuscivo. Derubato o donato?». La sola scoperta dell’esistenza di un diario di Daša precedente alla loro relazione lo turba profondamente, e il desiderio di penetrare quei segreti lo porta a una ricerca che lo porterà fino alla discarica della città in preda alla bramosia di possedere, a prescindere dalla certezza di un affetto vicendevole. Le pagine dedicate a Daša sono numericamente inferiori, ma non si sente uno sbilanciamento, perché chiariscono tutto il resto del romanzo. Anche il semplice spaccato di mondo universitario che compare nelle vicende di Egor e Daša restituisce in pieno l’insensatezza di un sistema che gira a vuoto: sembrano i fotogrammi di un breve racconto che si inseriscono chirurgicamente nel quadro generale del romanzo e mantengono la preziosa ferocia di uno sguardo neutro. Non è in nessuna misura «un romanzo documentario o di denuncia» nel senso classico, ma un libro che decide di affrontare una questione di caratura sicuramente maggiore: la condizione dell’uomo che porta con sé le nevrosi irrisolte del novecento, aggravando la propria situazione ma cercando comunque di sopravvivere. Egor segue un solco obbligato: in guerra, braccato dall’orrore in agguato ad ogni pagina, solo raramente si aprono spazi di fuga almeno ideale. Durante la preparazione alla battaglia, ben descritta come un rito di iniziazione all’assurdo e all’ineluttabile, Prilepin lascia uno spiraglio di luce nell’atmosfera cupa dei villaggi ceceni: «Adesso prendo la rincorsa e sbatto la testa contro il cassone! Poi dico è stato un attimo di follia…». Non c’entra solo la guerra, descrive qualcosa di più: l’obiettivo dev’essere quello di guardare alla possibilità, anche remota, di “riderci sopra”, anche di fronte all’ampia e complessa vicenda del superamento dei propri limiti di resistenza e del conseguente rischio di franare.



Nicola Ruganti (1979) insegna materie letterarie nelle scuole superiori. Collabora alla rivista Lo straniero ed è redattore de Gli asini, rivista di educazione e intervento sociale. Collabora con Altre velocità, redazione intermittente sulle arti sceniche contemporanee. Con Lorenzo Maffucci ha ideato il progetto Nevrosi, dedito all’archiviazione e alla produzione di emergenze artistiche e all’organizzazione di iniziative culturali, tra cui il festival “Arca Puccini. Musica per combinazione”. Anima numerosi progetti di sperimentazione pedagogica promossi dall’associazione Arcobaleno di Pistoia e collabora da tempo con il Centro territoriale Mammut di Napoli, favorendo l’intreccio di pratiche ed esperienze tra periferie.
Commenti
3 Commenti a “Patologie di Zachar Prilepin”
  1. Cesare scrive:

    Gentile sig. Ruganti e gentili editori di Minimum Fax, il vostro intervento qui sopra è nient’altro che l’ennesimo triste esempio di come nell’epoca della mentalità afflitta dal monopolio globale vengano sminuite e danneggiate la cultura, l’intelletto e sopratutto la moralità umana. Pur di spingere un libro e l’evento promosso da voi tra le fila di quelli che trattano il tema di guerra e resistenza intellettuale al regime di politica corrotta e tirannia, non esitate ad offendere gli scrittori e intellettuali che veramente si impegnano in questo non semplice campo. Per lo più, come la maggior parte delle persone che si muovono con plurinarcisismo ed intento puramente economico, commettete molti errori nel riportare l’informazione, create i presupposti per un condizionamento e quindi danneggiate il rapporto tra la letteratura e le masse.
    Io sono informato bene sulla questione cecena, ho lavorato nel campo dell’informazione e sono stato in quella terra, ho vissuto il secondo conflitto stando sul campo operativo, conosco bene i libri di Anna Politkovskaya, Nicolai Lilin e Arkadii Babchenko e alcuni altri scrittori russi, meno conosciuti e spesso appositamente abbandonati nell’oblio dall’editoria controllata, in quanto scrivono cose troppo scomode al regime e alla società che lo sostiene. Inoltre ho vissuto in Russia per lunghi periodi e conosco la situazione politica e culturale meglio di quella italiana, quindi posso affermare che niente di quello che avete riportato nell’articolo sopra è corretto rispetto alla morale di un intellettuale.
    La Politkovskaya ha combattuto per la verità e per la vita, è infine morta uccisa dal potere che ora sfrutta il suo nome per confondere chi cerca di ripercorre la sua stessa strada, creando aree controllate e riservate per le persone alle quali piace giocare il ruolo dei sovversivi, trasformando le sue azioni che erano spesso intuitive e caotiche, piene di sentimenti, in una sorta di moda, di tendenza, con i suoi meccanismi e interessi. Novaya Gazeta non è un esempio di onestà, proprio lo scrittore e giornalista Arkadii Babchenko che ha lavorato per questo giornale è stato licenziato qualche mese fa perché non ha voluto firmare un articolo con “troppe correzioni” dei redattori, ora è disoccupato. Per questi motivi citati sopra, il solo fatto che Prelepin abbia conosciuto Anna e lavori nella Novaya Gazeta non fa di lui un paladino della verità, sarebbe giusto considerarlo un intellettuale, scrittore, giornalista e filologo con un proprio punto di vista rispetto al sistema politico russo attuale, ma da qui a dipingerlo come un sovversivo è veramente troppo. Lui vive e lavora in Russia normalmente, riceve premi importanti e le stesse masse che sostengono il governo russo leggono i suoi libri, non vedo dove sia il suo impegno anti governativo. Vi ricorderò che il suo servizio militare lui lo ha fatto tra le fila delle squadre speciali della polizia, che in russo si chiamano OMON, alle guerre cecene non ha potuto partecipare come combattente diretto dell’esercito della federazione russa in quanto la polizia è sotto il controllo del ministero della giustizia e non quello della difesa o dell’informazione, quindi in quel posto si occupava soltanto del mantenimento della legalità tra le popolazioni civili e ricerca dei terroristi tra loro, in poche parole, facevano lo stesso lavoro della GESTAPO nelle zone occupate dai nazisti nella seconda guerra mondiale, per questo la sua visione della guerra cecena non può essere considerata obiettiva, e in gran parte lui stesso lo conferma nel suo libro, basta pensare alle riflessioni del suo personaggio e quelle del personaggio di Lilin, quando il primo si trova in guerra è occupato nell’autopsia morale del passato “movimentato” della propria fidanzata, mentre l’altro non ha tempo nemmeno per permettere al proprio corpo di seguire i circoli fisiologici della natura, in quanto è impegnato nella sopravvivenza. Chi ha letto il libro di Lilin può dire che ha conosciuto la guerra, nel vostro articolo voi lo avete insultato, mettendo in dubbio le sue esperienze e di conseguenza disprezzando quello che ha scritto. Vi ricordo che Lilin ha dovuto lasciare il suo paese per poter scrivere i suoi libri, perché entrano nella categoria delle storie che la maggioranza dei russi non vuole accettare, troppo scomode. Voi lo avete trattato come la stampa fascista negli anni della dittatura trattava gli intellettuali, insultandolo. Strana azione per chi si dichiara simpatizzante dei sovversivi e dissidenti, bravi, vi siete presi in giro da soli, altro che casa editrice di intellettuali, vi mancano le basi elementari dell’etica.
    Il vostro articolo è vergognoso per un altro particolare: vi permettete di fare paragoni tra libri molto diversi, scritti da persone che hanno agito con l’intenzione di raccontare e far conoscere ai lettori le realtà da loro vissute, però vi dimenticate che hanno vissuto esperienze diverse, hanno sentito e scritto in modo diverso, non potete offenderli tracciando tra loro una line netta, cancellando l’impegno degli uni ed esaltando quello degli altri, come si fa solo nella geometria, dovete sapere che essa è molto lontana dalla letteratura che è fatta di intrecci, sentimenti, sofferenze, passioni e mille sfumature che possono vedere e capire solo coloro che hanno l’animo trasparente, non contaminato dalle malformazioni umane.
    Sperando che la mia nota verrà considerata vi invito a smettere con i vostri impegni culturali per evitare di danneggiare quel poco di cultura che ci rimane e vi consiglio di prendere alla lettera le seguenti parole, scritte da Gramsci, uno degli intellettuali più illustri dell’umanità: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

  2. ilgrandeunorosso scrive:

    Mi sfugge il senso del lungo post di Cesare.
    Non mi sembra che nell’articolo di Nicola Ruganti si faccia falsa informazione sulla questione cecena (non si fanno analisi sulla questione, ma si ricorda semplicemente quanto il libro di Prilepin sia uno sguardo specifico sul conflitto).
    Nell’articolo non si esprimono giudizi su Novaya Gazeta, ne è presente l’equazione “Novaya Gazeta = onestà”.
    Prilepin non viene definito paladino della libertà: lo si definisce, per certi versi un militante, e se specifica che il suo romanzo restituisce l’orrore di una guerra (e molte altre cose), così come fatto da altri narratori, con altri punti di vista, appartenenti alla due fazione contrapposte.
    Credo sia errato scrivere (ed errato dare del vergognoso) che si fanno paragoni a sproposito tra diversi autori e libri che si sono occupati della guerra in Cecenia; Ruganti segnala solo che “I reduci di entrambe le fazioni hanno scritto e provato a restituire l’orrore: l’“italiano” Nicolai Lilin in Caduta libera, con esiti incerti, e tra le uscite più recenti La guerra di un soldato in Cecenia di Arkadij Babčenko”. L’unico giudizio che viene espresso è il “con esiti incerti” attribuito al libro di Lilin: si tratta di una valutazione non condivisibile, ma non per questo offensiva o vergognosa. La frase che Cesare scrive a proposito di Lilin: “Voi lo avete trattato come la stampa fascista negli anni della dittatura trattava gli intellettuali, insultandolo” è assolutamente falsa. L’unica volta che Lilin viene nominato da Ruganti nell’articolo è quando scrive (bene ripeterlo per essere chiari) “”I reduci di entrambe le fazioni hanno scritto e provato a restituire l’orrore: l’“italiano” Nicolai Lilin in Caduta libera, con esiti incerti…”.
    Nell’articolo, in sostanza, si dedica uno spazio assai ristretto alla questione cecena o ai testi che si sono occupati dell’argomento; la gran parte dell’articolo è dedicata ad un riassunto (questo sì opinabile) del libro di Prilepin “Patologie”.
    Non si tracciano linee nette tra autori e libri, non si cancella l’impegno degli uni, ne si esalta quello di Prilepin; semplicemente si presenta e si propone un romanzo (è su questa parte che l’articolo andrebbe appoggiato o criticato).
    Non conosco Nicola Ruganti, e non ho motivi dunque per difenderlo; sarebbe però auspicabile che le critiche fossero rivolte alla sostanza dell’articolo.
    Altrimenti l’esercizio del postare commenti non ha senso.

  3. nic villas scrive:

    Concordo con ilgrandeunorosso.
    L’articolo di Ruganti non è né offensivo né scorretto: il commento di Cesare è totalmente fuori luogo e direi “patologico”…

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