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Patrick Fermor, lo scrittore d’avventura

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Nel settembre del 2007, mentre la Grecia finiva di spegnere gli immensi incendi che si erano propagati ovunque a fine agosto, il venerdì mi inviò a raccontare la più immane tragedia, quella che si era abbattuta sul Peloponneso. Dovunque andassi, guidando in un paesaggio spettrale, dove ci si abituava a riconoscere le infinite sfumature del nero, i vecchi ripetevano una parola, “maledizione”, e poiché mi sembrava che ci fosse dietro tutta la storia del Peloponneso, fin dai miti fondativi della maledizione che colpì Pelope e i suoi figli, pensai che se c’era una persona in grado di rispondermi l’avrei trovata in un non greco più greco dei greci che viveva a Kardamili, dove si apre il dito centrale della penisola, il Mani.

Si trattava di un inglese coltissimo e dalla vita zeppa di peripezie e viaggi, Patrick Fermor, forse il più grande scrittore di viaggi vivente, uno capace di passare dalle antichità del mito alla contemporaneità tracciando un lieve colpo d’ali sulla pagina. Di lui e della casa in cui viveva metà dell’anno in Grecia da decenni, sapevo molte cose e soprattutto che alla sua tavola riceveva chiunque, dagli intellettuali più inavvicinabili ai lavoratori più disparati, dai nobili ai mendicanti. Metteva insieme le persone meno comuni e con loro divagava su qualsiasi argomento, magari cantando canzoni greche della tradizione popolare che lui, come pochissimi Greci ormai, conosceva a menadito. “O Patrick torna domani o dopodomani” mi dissero usando l’articolo “O” di fronte al nome e solo il nome, i padroni della casa accanto, contadini suoi amici. Mi invitarono a sedere e a mangiare una sublime minestra di lenticchie di fronte al mare, a scrivergli una lettera se non potevo aspettarlo (“O Patrick ama leggere lettere”), e poi mi raccontarono di lui.

Gli amici inglesi lo chiamavano Paddy. Chatwin non poteva invidiarlo, tanto era l’affetto che provava nei suoi confronti. I paesani gli chiedevano lumi sulla situazione internazionale. Ma lui preferiva le piccole cose, anche perché le grandi cose che si era conquistato erano seguite sempre alle più piccole inezie in cui si era lasciato portare. Era bello come un attore d’altri tempi. Del resto, in altri tempi era nato. Nel 1915, sua madre, poco dopo il parto, aveva deciso di raggiungere il marito geologo in India e aveva lasciato il piccolo a una famiglia di contadini in Northamptonshire. Così, crebbe indipendente e libero, vide i genitori la prima volta a quattro anni e stabilì con loro rapporti più stretti durante la prima adolescenza definendoli con grazia “beautiful strangers”. Le scuole che frequentava gli andavano strette. Dalla King’s School di Canterbury fu espulso perché visto mano nella mano con la figlia di un fruttivendolo. Brutte pagelle, giudizi sferzanti (“un pericoloso miscuglio di sofisticazione e spericolatezza”), a 18 anni decise di partire. Non fu una semplice partenza. L’idea era quella di attraversare l’Europa a piedi senza accettare passaggi se non quando il tempo fosse davvero brutto, e arrivare fino alla città chiamata allora come i Greci non hanno mai smesso di fare: Costantinopoli.

Pochi vestiti, molte lettere di presentazione che andarono aumentando via via che il cammino cresceva, due libri – le Odi di Orazio e l’Oxford Book of English Verse – il viaggio si concluse a gennaio del 1937. Poco dopo, Fermor entrò nelle Irish Guards e, vista la sua conoscenza perfetta del greco, fu mandato sul fronte albanese e poi in Grecia, a Creta. Fu qui che divenne autore di una delle azioni più memorabili. Visse per 18 mesi fingendosi un pastore greco, poi emerse dalle montagne e rapì il Generale Heinrich Kreipe, comandante delle truppe naziste, trasportandolo in Egitto e con lui declamando versi latini.

La storia, raccontata in un libro firmato da chi organizzò il rapimento, l’Ufficiale W.S. Moss – Ill Met by Moonlight – fu portata sul grande schermo in Colpo di mano a Creta, un film in cui l’attore che impersona Fermor non sembra sfiorarne l’aura mitica benché si tratti di Dirk Bogarde. Dopo la guerra, Fermor continuò a viaggiare ma soprattutto cominciò a scrivere. Un libro tra isole caraibiche nel 1950, un romanzo nel ’53, un racconto di vita monacale nel ’57, e poi nell’anno seguente il libro che molti di noi hanno tenuto in tasca come una piccola Bibbia assieme all’antico Pausania, girando il Peloponneso: Mani. Viaggi nel Peloponneso (pubblicato in Italia da Adelphi).

La prosa di Fermor in questa straordinaria perla è già quella che avrebbe incantato migliaia di adepti. Storie semplici, calore umano, divagazioni che esplorano la storia, la letteratura, la società, parentesi che diventano racconti e che si trasformano in analisi antropologiche e che tornano storie di ordinaria quotidianità. Miti, leggende, versi, personaggi e una quantità di raffinate digressioni che affabulano, stordiscono, stregano e infine restano sospese in una dimensione di ironica levità.

Dopo Roumeli del 1966 sempre in Grecia (ancora non tradotto), Fermor fu preso da un’idea apparentemente irrealizzabile, spinto dal ritrovamento di minuscoli e approssimativi diari che aveva dato per persi nel suo lungo viaggio da diciottenne affamato di vita come “una foca nei confronti dell’aringa che le viene lanciata”. È così che uscirono i libri che raccontano quel lungo attraversamento di un’Europa perduta. Tempo di regali fu pubblicato nel ’77 e Fra i boschi e l’acqua uscì nell’86 e da pochissimo è stato tradotto sempre per Adelphi (trad. A. Bottini e J. M. Colucci, pp. 291, euro 19). Dall’Inghilterra al ponte di Mária Valéria, tra Cecoslovacchia e Ungheria, il primo. Dallo stesso ponte fino alle Porte di Ferro, tra Carpazi e Balcani, il secondo. Dimore nobiliari dove il giovane Fermor dimentica il tempo (e si appassiona a sontuose feste alcoliche), paesaggi rurali percorsi a cavallo, cittadine, confini, uomini e donne che parlano lingue capaci di restituire mondi antichissimi, gitani, nomadismo, addii e amori. Mentre Hitler ha preso il potere, ancora c’è tempo per sognare una vita idilliaca. “Tutte le parti d’Europa che avevo fin lì attraversato sarebbero state dilaniate e distrutte dalla guerra” chiosa il Fermor scrittore sempre pronto a ricongiungersi al Fermor attore di quel viaggio benché sia passato mezzo secolo.

Fra i boschi e l’acqua si chiude così: “Un marinaio si sporse sopra il parapetto e lanciò la cima come un lazo fra i gabbiani. CONTINUA”. Al terzo desideratissimo volume Fermor dedicò gli ultimi anni. Per esso imparò addirittura a battere a macchina. Sua moglie Joan, bella come lui, incontrata al Cairo nel 1944 e sposata nel ’68, lo aveva lasciato novantunenne nel 2003. Lui aveva continuato con i soliti ritmi e il suo editore possiede il manoscritto quasi terminato del terzo volume. Non sappiamo se vedrà mai la luce. Forse i viaggi, i grandi viaggi, non possono finire mai?

Fermor non rispondeva a domande di questo genere. Aveva quell’atteggiamento di sospensione assolutamente inglese benché fosse ormai così greco e, come il suo amico Katsìmbalis (il poeta che è il “colosso” raccontato da Henry Miller in Il colosso di Maroussi), fosse invincibile in qualsiasi sfida di ouzo, anche nelle più sordide taverne del Pireo. La BBC lo aveva descritto come “un incrocio fra Indiana Jones, James Bond e Graham Greene” ma è un quadro che potrebbe andar bene solo per chi non ne ha mai sentito il nome e soprattutto non ha mai letto i suoi libri.

Non era Byron, del resto, e non era Chatwin. Chatwin morendo aveva chiesto che le proprie ceneri fossero sparse accanto a una chiesetta peloponnesiaca a Exochori, poco lontano da Kardamili. Fermor, malato da tempo e novantaseienne, quando capì che non c’erano più lettere da battere sulla macchina da scrivere e non c’erano più TO BE CONTINUED da vergare, lasciò la casa di pietra di Kardamili e prese un aereo per tornare dove era nato. Il giorno dopo il suo arrivo, in Worcestershire, salutò tutti. Era l’11 giugno del 2011. I giornali italiani lo hanno quasi ignorato. È sepolto accanto alla moglie Joan nel cortile della chiesa di Dumbleton in Gloucestershire.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
7 Commenti a “Patrick Fermor, lo scrittore d’avventura”
  1. lucia pacchioni scrive:

    Ho appena incominciato la lettura di Mani, che fino dalle prime righe mi affascina! Non appena avrò finito il libro invierò le mie impressioni finali

  2. Massimo Longo scrive:

    Buongiorno,
    anch’io nel 2007 mi trovavo in Grecia. Dopo avere letto “Mani”, mi sono spinto fino all’estrema punta della penisola e poi a Kardamili. Volevo conoscere questo gigante romantico, che ha saputo colorare la mia vita. Avevo con me la mia famiglia, quando sono sceso per la viuzza che conduceva all’abitazione del signor Fermor. Indugiammo davanti alla porta e dei passanti, o forse erano dei vicini di casa, ci dissero che il signore inglese abitava lì, ma che era anziano e stanco e che non gli andava molto di ricevere visite. Nonostante le insistenze delle mie figliole desistetti, non volevo essere invadente e disturbare questa persona che stimavo enormemente. Forse ho fatto un errore, lo apprendo ora dal suo pezzo, che lo dipinge come un uomo estremamente socievole e accogliente. Grazie per averlo scritto è stato un po’ come esserci anch’io a mangiare quella minestra e ascoltare parlare di lui. Comunque oggi ho acquistato “La strada interrotta”, mi terrà compagnia per un po’.

    La saluto cordialmente,
    massimo longo

  3. matteo nucci scrive:

    Caro Longo, grazie a lei! Solo essere sceso fin lì, davanti alla casa di pietra, è un segno. Quanto alla minestra di lenticchie, vedrà, se un giorno dovesse tornare a Kardamili la offriranno anche a lei. Per chi abita lì, Paddy è sempre vivo e l’istituzione della Xenia, l’ospitalità, fuori dall’atroce agosto, non la dimentica certo nessuno. Salute allora!

  4. Totò Moleas scrive:

    Sono di origine greca ma nato in italia e mi sento mediterraneo. Ho letto “Mani” nel 2009 e nel 2010 (Aprile) con i miei tre figli l’abbiamo visitata in tre giorni. Ovviamente le tappe sono state decise dal libro di Fermor ed alcune località (Vathia, Capo Matapan. Porto Kagio, Gerolimenas) hanno occupato il maggior tempo delle mie riflessioni (scaturite dal libro) con i miei figli. Sembra strano ma il paesaggio più impressionante di Mani, a parte le case- fortificate e verticali è stato la colina-montagna completamente brulla (causa incendi) di Mani. I miei ricordi infantili mi hanno riportato all’ Atene della II guerra mondiale dove (da bambino) il mio spetaccolo quotidiano erano le colline, altre tanto brulle, chiamate “Tourkovunia” (montagne dei turchi). Ironia del destino, in Puglia ho trovato lo stesso paesaggio, scoprendo (molti anni fa) “Le Murge”. Passando da Kardamili ho avuto anch’io l’idea di vedere Fermor, ma la mia timidezza mi ha blocato, non sapevo che era cosi allegro e che cantava canzoni greche, lo faccio spesso anch’io.
    Comunque, grazie del tuo articolo, mi ha fatto, di nuovo pensare a Fermor, l’Ellade ed il Mediterraneo.
    T: Moleas.
    ps. Ho molt diapositive di “Mani”. Non sono capolavori, ma se ti interessano, potrei inviarti qualcuna.

  5. carlo Giac scrive:

    Appena tornato da un viaggio a piedi e bus dove ho vissuto l’isola di Amorgos e Karpathos e dove ho appena finito il bellissimo ” LA STRADA INTERROTTA”. grazie Paddy

  6. Michele Lascaro scrive:

    Mi sarebbe piaciuto conoscerlo, soprattutto perché è stato lo scrittore che in “Mani” ha descritto molto bene la diaspora dei miei avi greco-bizantini Lascaris, dopo l’occupazione ottomana. Il mio cognome ora, per ragioni naturali del tempo, ha subito modifiche, ma in Tessaglia esiste tuttora (Lascaris e Lascaros) Sapevo in parte la mia origine che Fermor ha chiarito meglio. A parte ciò Fermor è l’autore che più mi ha impressionato per la cultura essenzialmente classica, la verve espositiva ma anche, l’intensa poesia con cui ha descritto molti momenti del viaggio. Peccato non averlo visitato in Grecia, pur essendo stato molto vicino a Kardamyli. In compenso ho appena finito di tradurre, e archiviato, The Traveller’s Tree. Grazie di cuore alla Sua anima!

  7. Paola Zingali scrive:

    Anch’io sulla scia delle descrizioni del libro Mani l’ho visitato l’anno scorso e proprio il giorno di Pasqua sono di proposito stata a Kardamili a pranzare improvvisatami in una taverna sul mare. Ho cercato la casa di Paddy e mi sono inerpica perché l’ingresso è ostruito dalla vegetazione. Avevo letto che doveva essere un piccolo museo ma è tutto lasciato senza possibilità di accesso e questo mi spiace molto ….non si può far niente per sensibilizzare i greci del luogo all’attuazione del recupero di questo sito pezzo di storia anche affettivo appartenuto ad un incredibile uomo che ha amato così tanto quei luoghi e la Grecia? Grazie per l’ articolo che mia ha fatto conoscere meglio lo scrittore di Mani

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