Patrik Ourednik: la voce che parla nella lacuna

Questo pezzo è uscito su Repubblica.

di Giorgio Vasta

Cinque uomini in una stanza. Dal soffitto penzola una lampadina, sul pavimento di legno ci sono alcune sedie, più in là una pendola ferma alle undici e cinquantacinque. Da qualche parte c’è anche una porta di cui non si sa bene cosa fare, se spingerla o tirarla a sé, una porta alla quale fra l’altro manca la maniglia. Fuori dalla stanza non c’è più niente, il mondo si è dissolto e ai cinque uomini non resta che farsi domande – seriamente oziose, oziosamente serie – sulla fine del mondo. Questa la premessa, essenziale e stilizzata, del nuovo libro di Patrik Ourednik. Un autore inclassificabile – praghese del 1957, dal 1983 residente a Parigi, traduttore e redattore di enciclopedie, in Italia ancora relativamente percepito mentre in altri paesi costituisce un punto di riferimento – che qualche anno fa con Europeana. Breve storia del XX secolo (:duepunti edizioni 2005, tradotto in oltre venti lingue) ci ha consegnato un testo capitale per la comprensione di quel caos al contempo autodistruttivo e fertilissimo che è stato il Novecento, un racconto brulicante di fenomeni che aderendo a un moto elicoidale costruisce in centocinquanta pagine una specie di Dna del secolo appena trascorso.
Con Oggi e dopodomani. Discorsi di cinque sopravvissuti (sempre edito da :duepunti edizioni, traduzione e adattamento di Andrea L. Carbone e dello stesso autore) Ourednik si concentra nuovamente, questa volta nella forma della pièce teatrale, sui temi che sembrano valere come passione motrice della sua riflessione e della sua scrittura: le forme del tempo, i termini nei quali ne facciamo esperienza, il desiderio di fabbricare qualcosa, dentro al tempo, e l’impulso umano (a quanto pare incoercibile) verso un cupio dissolvi, il tragicomico strutturale di ogni intenzione terrestre, l’indistinguibilità di fine e inizio, di genesi e apocalisse. Tanto che i cinque sopravvissuti alla catastrofe (fra l’altro, come loro stessi rilevano, una catastrofe di profilo umilissimo, esteticamente riprovevole, squallida e disarmata: nessun “sole in agonia, cielo disseminato di meteoriti, masse in preda al panico”: l’umano non è all’altezza neppure della propria fine), se da un lato sono – o suppongono di essere – i superstiti, dunque coloro i quali esistono postumi, proprio per questo, se soltanto riuscissero a fecondare qualcuno o qualcosa, sarebbero i nuovi progenitori; a loro, dunque, toccherebbe domandarsi se “dopo quello che ha passato l’umanità” avrebbe senso far ricominciare tutto da capo. Attraverso un reticolo di dialoghi implacabilmente umoristici tra personaggi sradicati – teneri e inermi, stupidi o intelligenti ma sempre inutilmente intelligenti – Ourednik ci chiarisce che la fine del mondo è il gioco di società (del resto lo si gioca discutendo intorno a un tavolo) più comicamente perverso che siamo stati in grado di inventarci, un azzeramento temuto eppure desiderato, un bisogno di oblio e un’illusione di palingenesi. In questo modo, una pagina dopo l’altra, si va componendo l’equivalente, in ambito letterario, di un grafico della fine: della sua psicologia, delle necessità e dei terrori a cui prova a rispondere.
Da un lato, mentre viviamo immersi in un flusso disorganico di eventi, la fine è funzionale al tentativo umano di misurare il tempo per estrarne – o meglio, considerata la resistenza che oppone, per estirparne – una forma e una possibilità di comprensione ultima (“E, grazie a me, ci sarà il verbo anche alla fine”, dice un personaggio). Dall’altro lato, a un certo punto ai cinque sopravvissuti sorge un dubbio: e se la fine del mondo fosse già avvenuta? Se fosse avvenuta tutte le volte in cui è stata immaginata? Se fosse cioè intessuta al quotidiano, non un vertice estremo ma parte integrante del nostro modo di pensare al tempo? A quel punto si dovrebbe capire cosa significano le nostre esperienze emotive – cosa significa la nostra paura, la psicologia millenaristica – nel momento in cui temiamo qualcosa che non è là da venire ma è già stato e continua a esserci.
Forse dobbiamo allora ragionare sul senso della frase che un paziente psicotico disse a Donald Winnicot: “Ho paura di una catastrofe che ha già avuto luogo.” Ovvero: il confine che separa il tempo dal suo collasso è già stato varcato e non ce ne siamo resi conto, la fine del mondo è l’esperienza di un passato sempre presente che non abbiamo mai saputo metabolizzare. È qualcosa che è venuto meno, una lacuna. La stessa lacuna con cui i personaggi di Ourednik si confrontano quando fanno i conti con la porta che conduce (che condurrebbe) fuori. “La storia dell’umanità è piena zeppa di invenzioni di ogni genere. Lo sgabello del ciabattino, la cruna dell’ago, la ruota, il paracadute, lo scafandro […]
L’immaginazione umana è insaziabile.” Eppure l’immaginazione umana “ha dimenticato di inventare la maniglia della porta.” Tra la fine e il fine permane uno scarto irriducibile. Manca un senso che faccia da tessuto connettivo. La letteratura – e quella di Ourednik ne è un esempio splendido – è la voce che parla nella lacuna.

Leggi la recensione di Giorgio Vasta a Europeana.
Leggi l’intervista a Patrik Ourednik su Nazione Indiana.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Patrik Ourednik: la voce che parla nella lacuna”
  1. simona caravello meli scrive:

    Il linguaggio di Ourednik è scarno e asciutto quanto quello del recensore?

  2. Ivano Porpora scrive:

    Recensione lucida. Questo Ourednik m’interessa. Scrivevo proprio di cinque persone e cinque sedie, stamattina. Ringrazio Giorgio di essersi fatto ingranaggio del caso.

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