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Patrimonio culturale, Montanelli aveva già scritto tutto

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Domani, sabato 5 aprile, Tomaso Montanari sarà ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai Tre) per presentare Istruzioni per l’uso del futuro. Pubblichiamo un suo articolo uscito sul Fatto Quotidiano.

«Un soprintendente è tenuto a compiere sopralluoghi, controllare perizie, dirigere i lavori, pubblicare studi, redigere piani paesistici, ma soprattutto resistere ai privati che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l’assenso e l’appoggio delle autorità». «Resistere ai privati»: chi lo sostiene oggi è segnato a dito come talebano, statalista, comunista. A scriverlo, invece, era il liberalissimo Indro Montanelli, in un memorabile articolo comparso sul «Corriere della sera» il 12 marzo 1966. Oggi, invece, un giornale come «Repubblica» scrive che «troppo spesso le soprintendenze diventano fattori di conservazione e di protezionismo in senso stretto cioè di freno e ostacolo allo sviluppo, alla crescita del turismo, e dell’economia», sul «Corriere» si invoca un giorno sì e l’altro pure l’intervento salvifico di quegli stessi privati, Matteo Renzi ripete a macchinetta che «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba».  L’entusiasmo e la fantasia di chi – tra il 1966 e oggi – ha sepolto questo Paese sotto una colata di cemento.

L’attualità dell’articolo è devastante, perché tutto è rimasto come allora: il bilancio miserabile del patrimonio, gli stipendi da fame e la solitudine dei soprintendenti, «pochi eroi, sopraffatti dal lavoro e senza mezzi per svolgerlo».

Montanelli vedeva che il vero problema era– ed è tuttora – la disparità dei mezzi tra i difensori del bene comune e quelli degli interessi privati: «I loro uffici sono letteralmente assediati da orde di impresari, ingegneri, architetti, geometri e altri guastatori. Nel periodo del «boom» edilizio il soprintendente ai monumenti della Liguria, Mazzino, esaminò in un anno 10 mila progetti con l’aiuto di un solo architetto. Il suo collega di Sassari, Carità, deve difendere da solo circa mille chilometri di costa che, a lasciar fare agli speculatori e ai progettisti a quest’ora sarebbero già un’immensa Ostia. …E mentre gli speculatori hanno a disposizione i migliori giuristi per redigerlo, il Soprintendente deve farlo con l’aiuto del bidello e della custode».

Montanelli vedeva lucidamente nel clero un pericolo per il patrimonio: «E qui bisogna parlarci chiaro, soprattutto coi preti. Il settanta per cento dei monumenti italiani è in loro custodia… Non per malizia o cupidigia, ma per ignoranza e spregio di ciò che essi chiamano «valori mondani», i parroci demoliscono vecchie chiese gotiche e barocche per costruire orrende scatole in vetrocemento (quelle che i fiorentini chiamano con pertinente empietà i «cristogrill») con pareti intonacate a ducotone, tapparelle, luci al neon e cromi». Oggi le cose stanno forse perfino peggio: ma quasi nessuno osa scriverlo. Con la scusa dell’adeguamento liturgico, zelanti vescovi rifanno da capo a piedi (e orribilmente) le loro cattedrali (da Reggio Emilia ad Arezzo) senza che nessun soprintendente riesca a contrastarli, e la ricostruzione delle chiese emiliane dopo il terremoto rischia di risolversi in una mattanza del tessuto storico in nome delle mani libere.

Oggi è di moda parlar male delle soprintendenze: dovremmo piuttosto chiederci se il Ministero per i Beni culturali (nato nel 1974) sia riuscito a farle funzionare meglio di quando scriveva Montanelli, ed esse rispondevano alla Pubblica Istruzione. La risposta è evidentemente negativa, e questo dovrebbe indurre a ripensamenti radicali: il problema non è la rete territoriale della tutela, ma semmai la burocrazia e la sudditanza alla politica del quartiere generale romano.

Ciò che più colpisce, tuttavia, è la regressione generale del Paese, e del suo discorso pubblico. C’è davvero un abisso tra il profondo senso dello Stato e del pubblico interesse del liberale Montanelli, e il liberismo all’amatriciana del pensiero unico di oggi, insofferente ad ogni regola che non sia l’arbitrio assoluto degli interessi privati. E, soprattutto, c’era in Montanelli la profonda convinzione che il patrimonio culturale non fosse misurabile, come scrive, «sul metro del denaro». Perché è proprio il nostro straordinario patrimonio ciò «che ci qualifica a un rango, del tutto immeritato, di Nazione civile».

È proprio questo il punto centrale: il punto che sfugge a tutti coloro che si riempiono incessantemente la bocca della retorica del «petrolio d’Italia». Ad essere venuta meno, in questi cinquant’anni, non è solo la tutela del patrimonio, è l’idea stessa di Stato, un qualunque progetto di civiltà.

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
Commenti
9 Commenti a “Patrimonio culturale, Montanelli aveva già scritto tutto”
  1. @Stestenic scrive:

    E’ tutto molto più complesso di così e non basta certo 1 articolo di 1 intellettuale per santificare un periodo storico e condannarne un altro.

  2. Mario Rossi scrive:

    Spiegatemi cosa può spingere una persona sana di mente a scrivere “1” in numero, in questo contesto.
    No, non è un particolare secondario. Squalifica in partenza tutto quello che puoi affermare.

  3. federico scrive:

    Il sigonore di sopra sarà” 1″ renzusc(h)iano.

  4. michele scrive:

    bellissimo pezzo.

  5. @Stestenic scrive:

    Gentile “Mario Rossi”, capisco, quando latitano gli argomenti ci si attacca a quello che si trova.

  6. hhh scrive:

    “E’ tutto molto più complesso di così e non basta certo 1 articolo di 1 intellettuale per santificare un periodo storico e condannarne un altro.” Per la serie: non ho capito una beata e ve lo dimostro.

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