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Patrimonio senza storia: sulla situazione degli archivi in Italia

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(Fonte immagine)

di Maria Pia Donato

Il mese scorso due iniziative hanno richiamato l’attenzione sulla rovinosa situazione del patrimonio archivistico e librario in Italia. Due gridi d’allarme disperati.

L’Associazione Italiana Biblioteca, l’ICOM e l’Associazione Nazio­nale Archi­vi­stica ita­liana, con A chi compete la cultura, avvisano che la riforma Delrio delle province mette a rischio centinaia di istituzioni culturali lasciandone indeterminata la responsabilità. “A chi toccherà finanziare, amministrare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale delle amministrazioni provinciali, continuare l’attività di enti, fondazioni e direzioni che lo hanno gestito in questi anni, custodire gli edifici che li ospitano (spesso essi stessi di enorme valore) e soprattutto tutelarne l’apertura, la qualità dell’offerta e tutti i servizi al pubblico?”, si chiedono. Già, che succederà?

Intanto, i presidenti delle associazioni degli storici italiani hanno inviato al ministro Franceschini una lettera aperta sulla “situazione di archivi e biblioteche”. Sottolineano come il sistema bibliotecario e archivistico abbia subito continui tagli di risorse e personale con una “grave e cronica condizione di sotto organico”, e riduzione di orari e servizi. Infine, esprimono preoccupazione sui possibili effetti della riforma del MIBACT su istituzioni che, come le biblioteche e gli archivi, “per loro natura non sono in grado di offrire ritorni economici dei servizi da loro offerti”. La riforma darà verosimilmente il colpo di grazia a un sistema al collasso. Risale a diversi anni fa la denuncia dell’ANAI sul mancato turn over; la Sissco ha costituito un osservatorio per monitorare la situazione, con risultati sconfortanti. Praticamente non è stato fatto niente, e il degrado avanza a colpi di tagli, riforme roboanti e sprezzo per le istituzioni pubbliche.

Nella loro lettera gli storici insistono dunque sulla “assenza di un complessivo investimento a lungo termine, in termini di memoria e di ‘identità nazionale’, che la tutela del patrimonio archivistico e bibliotecario sottende.”, cosa tanto vera quanto problematica.

Gli archivi, in effetti, appaiono oggi l’anello debole della tutela del patrimonio. Anzi, del patrimonio tout court. A che servono tutte queste carte, possiamo permetterci in tempo di crisi di pensare a scartoffie polverose buone solo per qualche storico per scrivere libri inutili?

In un saggio recente, due studiosi statunitensi hanno parlato di archival divide[1]. Per secoli, archivisti e storici hanno condiviso tra loro, e con le classi colte e il ceto politico, una cultura storica imperniata sulla storia politica e istituzionale e sullo stato-nazione, dalla quale dipendeva tanto il fine della ricerca storica, quanto l’organizzazione degli archivi e le politiche di conservazione e il valore stesso attribuito al patrimonio archivistico. Sensibilmente dagli anni Sessanta, e oggi in modo clamoroso, si è creato un divario. Gli storici non usano più gli archivi nello stesso modo, non le stesse fonti e per gli stessi fini, mentre gli archivisti si trovano di fronte a difficoltà tecniche e teoriche sempre più complesse, connesse al modo di intendere e preservare la memoria e le “identità” che non sono più (solo) quella nazionale o al massimo cittadina. Ciò pone grossi problemi di definizione, conservazione e accessibilità di una massa documentaria inarrestabilmente crescente, e una sfida di missione per gli archivi.

Storici e archivisti, nondimeno, condividono l’idea che gli archivi costituiscono un patrimonio culturale fondamentale in un paese democratico perché sono indispensabili alla conoscenza critica del passato contro ogni tentazione totalitaria o falsificazione politica. Dunque devono essere nella disponibilità degli studiosi e dei cittadini.

Viceversa, questa idea pare scomparsa dall’orizzonte della classe politica e di buona parte delle élites intellettuali (meno sensibili al tema degli archivi che ad altri aspetti della tutela del patrimonio, e ancora…). Naturalmente, stenta a vivere nel sentire comune.

Uno dei modi per superare tale divario è stato, nel tempo, sottolineare il valore, appunto, memoriale degli archivi, favorendo la raccolta di documentazione personale e familiare a tutti i livelli, e di soggetti sociali, etnici, di genere storicamente meno presenti negli archivi. Si può citare per esempio la recente campagna di deposito di ricordi della Grande Guerra, lanciata in vari paesi europei. Per quanto la nozione di memoria sia problematica, si tratta di una politica intesa a rinnovare il ruolo degli archivi e ad attualizzarne il senso.

Ma gli archivi meno recenti? Raramente i documenti hanno valore in sé, come attestazione di proprietà e diritti, o per il loro intrinseco valore materiale. Per di più, sono refrattari alla valorizzazione estetizzante che (alcuni) libri e biblioteche sono ancora capaci di sostenere nell’era digitale. Per la verità, qualche tentativo in tal senso c’è. Non mi riferisco allo sforzo degli archivisti stessi di organizzare eventi rivolti al pubblico, ma a mostre nelle quali i documenti sono isolati e mostrati come cimeli, curiosità o capolavori, all’incrocio tra Dan Brown e le esposizioni di opere d’arte stracelebri. Ovvero il contrario della ricerca storica, che ricostruisce il passato stabilendo delle relazioni tra documenti.

Apparentemente il punto sta proprio qua, nel valore che si attribuisce al lavoro dello storico per la vita democratica, anzi: alla storia e basta. Poco o nulla, a giudicare dalle politiche governative, ormai da tempo, e non solo in materia di archivi.

Ogni parte del patrimonio culturale, ogni quadro, pietra, paesaggio, festa, ha il suo senso profondo in un contesto, in un reticolo e un palinsesto di significati, e ha bisogno di essere studiato e reso fruibile. Ma è anche evento in sé, suscettibile di essere ogni volta (re)investito di significati personali. I documenti d’archivio invece – è un paradosso, trattandosi di carte scritte- sono monumenti muti. Antichi o recenti, ‘parlano’ a un lettore esperto, grazie a un dispositivo istituzionale che li ha selezionati e ordinati e all’interno di una narrazione scientificamente fondata. Supporti materiali di una memoria, che sia familiare o cittadina o nazionale, vicina o lontana, si attivano davvero solo quando entrano a far parte di una storia. Nonostante la tendenza a contrapporre queste due dimensioni, non senza una vena polemica contro la storiografia come disciplina autoritativa ed escludente, esse sono in realtà complementari.

Importa relativamente poco che sia un accademico a farne la lettura esperta, ma che sia fatta con i necessari strumenti critici, ossia importa che ci sia una conoscenza storica diffusa. In ogni caso, è impossibile difendere ciò che non si conosce e di cui non si condivide il significato. In fondo, gli archivi sono una questione di democrazia, ossia di inclusione, e gli storici per primi dovrebbero spiegarlo più chiaramente. È un compito degli storici attenuare il ‘divario archivistico’, e scrivere libri scientifici leggibili da tutti, non c’è dubbio. Ma dovrebbe anche essere uno dei fini della politica culturale di un paese democratico.

 

[1] Francis X. Blouin Jr., William G. Rosenberg, Processing the Past: Contesting Authority in History and the Archives, Oxford, Oxford University Press, 2011

Commenti
5 Commenti a “Patrimonio senza storia: sulla situazione degli archivi in Italia”
  1. MC scrive:

    Una iniziativa in controtendenza: sabato prossimo 21 febbraio.
    Un gruppo di persone che ha scelto di riprendersi una fabbrica, un parco e…un archivio

    http://www.archivioviscosa.org/convegno-alla-scoperta-della-storia-della-fabbrica-lavoro-donne-guerra-e-resistenza/

  2. abeppe scrive:

    riflessione molto interessante e fondamentale, ma perché pubblicarla su questo blog? voglio dire, chi legge questo blog probabilmente già parte di un certo tipo di cittadino e la condivide in pieno, magari perché è un addetto ai lavori, storico o archivista che sia (come nel caso di chi scrive). perché allora non pubblicarla altrove, per raggiungere persone di diversa estrazione sociale? mi sembra che a volte ci parliamo addosso. il problema del patrimonio archivistico e librario italiano è enorme, ma non smuove titoloni perché i documenti archivistici non sono immediatamente fruibili nella loro importanza storica e sociale quanto un’opera d’arte. verissimo, ma l’attacco è alla cultura, e in particolare alle discilòine umanistiche, a trecentosessanta gradi. non importa a nessuna forza politica di farlo notare.

  3. Maria Pia Donato scrive:

    Grazie dei commenti.
    A abeppe: è vero, è difficile raggiungere altri interlocutori, e sicuramente la politica. Ne ho scritto altrove, ma appunto, l’argomento non riceve i titoloni.
    Tuttavia non è così ovvio che anche, esclusi gli addetti ai lavori, tutti i cittadini di una certa cultura, interessi e idee siano avvertiti sul problema degli archivi. La nozione di ‘patrimonio culturale’ si è estetizzata a tutti i livelli, e quindi mi è sembrato utile riflettere su questa ‘rimozione’. Che poi si ottengano dei risultati concreti, è altra faccenda, ma ciò non toglie che è necessario porre il problema fuori dalle sedi degli addetti ai lavori.

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