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Patrizia Cavalli apre la credenza dei racconti. “Con passi giapponesi” e lo stupefacente narrare

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di Anna Toscano

Patrizia Cavalli ci ha viziati di versi per oltre quarant’anni, con uscite di libri di poesie a distanza sincopata uno dall’altro, così da assecondare la voglia di alcuni di leggere cose nuove sue, abbreviare l’agognato bisogno di cert’altri di una sua silloge, irretire i distratti che già non la pensavano troppo spesso, salvare i sommersi da altri libri di poesia di dubbio valore, squinternare la critica sempre in attesa di una scivolata per urlare a gran titoli sull’autore in ribasso, stanare lettori non abbastanza attenti alla poesia e intrappolarli per sempre.

Tra una a l’altra di queste uscite Cavalli centellinava qui e lì traduzioni, senza una premeditazione alcuna parrebbe, senza ossia un progetto più vasto atto a elargire qualche parola – sua anche se a traduzione di altri – alleviando l’attesa di una silloge, ma per puro piacere della parola, della traduzione, degli autori tradotti. Interviste sparse qui e lì, sempre troppo poche per il lettore adorante ma sempre qualcuna per i suoi appassionati quantunque distratti. Così sono passati decenni, così ha giocato i decenni uno dei maggiori poeti contemporanei, se li è giocati in versi, con rime, assonanze, piccoli quadretti di luce, di quotidiano, colorati, ritmati, ironici perfino caustici, di una Italia in cui la protagonista è sempre lei, verso dopo verso, Patrizia Cavalli. E noi lettori agognanti di leggerla, sentirla leggere, vederla, sapere di lei, abbiamo incautamente abbassato la guardia. Incautamente.

Lei è tra le più brave, lei è la maggiore, noi la amiamo dunque in paziente attesa stiamo. Ma abbiamo sbagliato. La paziente attesa avrebbe dovuto essere una trepidante attesa, o almeno col senno di poi, a saperlo, ma mica potevamo immaginarlo. Siamo adoratori probabilmente poco evoluti, poco intelligenti, o forse solo terribilmente pigri, in un accordo spirituale anche noi saliti sul pedalò delle “pigre divinità e pigra sorte” pedalavamo imbambolati sulla scia di sempre, non ci aspettavamo insomma che il mare si trasformasse in torrente e ce ne stavamo mollemente accomodati nei suoi versi imparati a memoria, sfoggiati a proposito, ma pure a sproposito, sfoderando tutti i suoi titoli, partendo alla conquista di qualcuno citando nelle chat rime sue, disperandoci usando parole sue nelle mail, sbattendo la testa sul muro nel vuoto che offriamo agli amori, ecco ci eravamo adagiati.

Adagiati benissimo in versi sommi, ma adagiati. Lei, la somma poeta, se ne è accorta e non le è piaciuto per niente questo nostro blando pedalò tanto lontano dal suo amato campo de’ Fiori; deve aver pensato qualcosa del tipo “Oh ma dov’è finito tutto il parterre venerante”, o “Ma il Parterre de rois del mio sempre aperto teatro non è attento ora gliela faccio vedere io”. E così ce l’ha fatta vedere lei con Con passi giapponesi, raccolta di 16 racconti uscita da poco per Einaudi. Mica ci ha stupiti noi adoranti distratti, ci ha solo tirato le orecchie come si farebbe con uno scolaro disattento prima di mandarlo in castigo dietro la lavagna, ci ha gettato una secchiata di acqua ghiacciata mentre stavamo meditabondi e pingui sotto una doccia tiepida, ci ha tolto il materasso comodo e molle durante un pisolino poco austero, ci ha messo una terrina di crema chantilly sotto il naso al posto della nostra insalata di riso, ha messo il turbo al nostro pedalò costringendoci a una immediata e repentina pedalata.

Intendo che no, non ci ha stupiti con doti narrative che non sospettavamo, perché dalla sua penna – come dalla sua cucina – sospettiamo solo piatti prelibati, anche quelli che non leggeremo o mangeremo mai perché quel giorno non era in vena di scriverli o cucinarli, ma sappiamo benissimo che lei li può e sa fare.

I racconti, benché qualcuno ne fosse uscito negli anni qui e lì, non li aspettavamo. Male, malissimo, siamo lettori adoranti dalle grandi e non giustificate distrazioni. Con passi giapponesi ci ha rimessi sull’attenti pieni di stupore e meraviglia, a pensarlo ce lo saremmo dovuto aspettare ma non lo avevamo pensato. E i 16 racconti divengono una vita finalmente interminabile nello loro farcitura di oggetti e persone, molte meno le persone degli oggetti, e di gatti, una vita dentro 156 pagine e a ogni rilettura esibisce un anfratto prima passato in sordina. Vita finalmente interminabile sul cui sempre aperto teatro è lei, Patrizia Cavalli: lei è la scena, lei il teatro, le la platea e il foyer. Noi i lettori spettatori.

Racconta del suo primo incontro con certe scarpe da ballo – “color lavanda, limone d’Amalfi e ruggine fresca; a strisce larghe e diseguali” – dalle quali non si sarebbe mai lasciata; di una colonna di porfido – “di porfido rosso imperiale, un rosso assolutamente rosso, ma con il latte dentro: era proprio il latte a farlo così rosso, un latte nascosto che pervadendo affiorava in tante minuscole macchie” – avvistata in alcuni scavi nel cuore di Roma e che doveva assolutamente, nella notte, portare via; la vita aspra e al contempo morbida delle gattare, ognuna con le sue modalità lungo la via che conduce ai randagi, con un cameo di rara purezza di Elsa Morante gattara; la casa con la sua disposizione che segue pigramente le abitudini ma maggiormente viene incoraggiata dai desideri degli oggetti che ci stanno dentro – “A quali sogni ci costringono gli oggetti. Quali fantasticherie di perfezione la loro stolida imperfezione ci restituisce” -; la stupefacente storia del ladro di lenzuola e dei suoi sogni disarmati che gli porgono una tregua tutta avviticchiata tra lui, il sonno, e i tessuti che lo alloggiano; il fare bagagli diventa un inno non a chi non sa scegliere con oculatezza le poche cose da portare con sé per tre giorni ma a chi ha una immaginazione così ampia da poter pensare a tutto quello che gli servirà per quei tre giorni, ipotesi bizzarre e termopatiche comprese – “Dunque fare bagagli è un atto superno di immaginazione, dove bisogna immaginare persino l’inimmaginabile” -.

I ritratti sono molti, cesellati di fino come quello dolente della madre in “Ricordi di infanzia e adolescenza”, abbozzati sui gesti quelli de “Il ladro di lenzuola”, si staglia per sempre la fotografia della  “vecchia seduta sul bagnato e circondata da un numero spropositato di sporte e di sacchetti” a cui la protagonista vorrebbe allungare dei contanti ma dalla quale, nemmeno fatto il gesto di tirarli fuori dalla tasca, uno “sputo immenso e catarroso mi centra in piena faccia spandendosi poi per la giacca”. Il primo racconto, che dà il titolo a tutto il libro, è l’esilarante togliersi qualche sassolino dalla scarpa – con affetto per carità, non sia mai – nel tentativo, riuscitissimo e spettacolare, di vedere e prevedere e leggere nelle movenze degli altri dettagli che poi, infine, son di tutti noi.

E la vita messa in scena a ogni racconto è un pezzo di teatro di successo, tratto da un dettaglio del quotidiano attorno al quale la parola funambola ma presentissima della scrittrice si perde per poi ritrovarsi e farci ritrovare. Ma prima della parola, in ognuna di queste prose così come nella sua poesia, c’è la sua magnifica immaginifica munifica immaginazione, perché “insomma vedo tutto quel che c’è da vedere” dice, ma tutto tutto vede, perché da vedere non c’è solo quello che si vede ma anche l’immaginabile. E lo fa da ferma, immobile, come un’inarrestabile Flâneur di se stessa, “per riuscire a immaginar e andare molto lontano è necessario stare fermi e protetti”: quasi una pratica per la meditazione lo stare fermi in ciò che si vede, fermi nell’immaginazione, anzi ancor meglio stare fermi nell’immaginare come ricerca di un rimedio che si rivela essere la parola: “avendo trascorso la maggior parte della mia vita in una carezzevole immaginazione, mai generica per carità, ma esattissima”.

Con passi giapponesi sono prose poetiche o poesie in prosa? Narrativa? Saggistica? Forse tutto insieme in quanto Cavalli ha sempre disdegnato confini e contenitori spostando i primi e scavalcando i secondi, facendo maledettamente sempre secondo la sua voglia. Certo, indizi di tanta capacità figurativa, di una sintassi tirata come un elastico e di una prosodia meravigliosamente sfinente sono rintracciabili anche nei suoi versi, ma in questi racconti, scritti in tempi diversi della sua vita, prendono tutto lo spazio di cui abbisognano, con agio e voluttà: per lo più autobiografici, sono riflessioni su piccoli accadimenti quotidiani spalancati sull’immaginazione alla parola e la parola alla vita. Assomigliano un poco a un muro della sua cucina dove, con un aiutante, Casimiro, ha fatto convivere e combaciare pezzi di marmo antico e di altri materiali, da lei presi in disparate parti del mondo, in un “contrasto drammatico”. Per fare questa opera muraria Cavalli scrive che bisogna avere “doti mentali e morali come l’immaginazione duttile, il colpo d’occhio, la memoria che anticipa, l’umiltà, la compassione, la fede, l’acume formale, la libertà di giudizio, il coraggio estetico, la pazienza”. Ecco, queste sono altresì le doti della sua scrittura: la poesia, la prosa, le traduzioni, la sua parola, ogni suo testo con un risultato che, come lei stessa scrive, “sarà necessariamente bello se le parti lo sono” e con queste parti, come con il tutto, ci rende bella la vita e la sua scrittura un luogo dove stare e avere un buon tempo.

Giuriamo di non distrarci mai più, di non salire più in quel molle pedalò e di aspettarla sempre, persino a costo di chiederle ogni tanto, come Casimiro, “Nervosa oggi, signora?”.

Commenti
6 Commenti a “Patrizia Cavalli apre la credenza dei racconti. “Con passi giapponesi” e lo stupefacente narrare”
  1. Stefano P. scrive:

    Un personaggio di grande stile Patrizia Cavalli

  2. sergio falcone scrive:

    Che esagerazione…

  3. Giacomo Verde scrive:

    Una persona che si porta via nella notte – ovvero ruba – una colonna di porfido, è prima di tutto un ladro. Poi si può rivestire il tutto con una bella patina di estetismo e di estenuazione e sacrificare sull’altare della magnifica immaginifica munifica immaginazione, come no.

  4. Anna Toscano scrive:

    Caro Giacomo, è un racconto!

  5. Giacomo Verde scrive:

    Ah. Credevo che la Cavalli avesse trasfigurato in racconto un momento della sua cronaca biografica, come per le scarpe da ballo o le gattare. Quindi nella realtà non ha rubato nulla, lo ha solo fatto, diciamo così, nella sua immaginazione munifica.

  6. Luigi Paraboschi scrive:

    una recensione accurata, profonda e onesta per un libro che ti lascia a bocca aperta per l’abilità linguistica dell’autrice. Un incontro che non si dimentica e che ti fa dire ” devo rileggerlo “

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