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Paulo Freire: «Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme».

di Alessandro Tolomelli

L’emergenza coronavirus che stiamo tutti vivendo o lo “stato di eccezione”, direbbe qualcuno, determinato dalla pandemia globale oltre a cambiare radicalmente le nostre abitudini sta mettendo plasticamente in evidenza l’inadeguatezza del nostro apparato decisionale e le ingiustizie latenti della nostra società.

Ad esempio, abbiamo concretamente sperimentato come il dialogo tra scienza e politica non sia così efficace e il modo con cui sono state date le risposte all’aggravarsi progressivo dell’emergenza assomiglia di più all’incedere per tentativi ed errori o, al massimo, imparando dell’esperienza del vicino di banco, piuttosto che ad un processo razionale e scientificamente validato. Per quanto alcuni neopositivisti si illudano e cerchino di farcelo credere, la scienza, soprattutto quando ha a che fare con oggetti complessi, non produce certezze e non può rassicurarci rispetto al controllo che noi, comunità degli umani, possiamo avere sulla natura.

L’hashtag #iorestoacasa, che ha preso repentinamente il posto dell’altro #milanononsiferma o #romanonsiferma (affermatosi quando a tutti dava un grande senso di rassicurazione l’idea che si trattasse solo di “poco più che una banale influenza”), ci ha proiettati nel paradigma della sicurezza (contrapposto a quello della libertà) come unico argine possibile alla paura dilagante. In questo senso il chiudersi in casa, per lasciare fuori il male invisibile, ha richiamato anche metaforicamente una delle immagini di sicurezza più ancestrali per l’essere umano, che dal punto di vista evolutivo ha dovuto il proprio successo, tra l’altro, alla capacità di costruire rifugi e abitazioni sempre più tecnologicamente avanzati e in grado di difenderlo dai pericoli esterni.

Non è un caso che per molti italiani #iorestoacasa ha significato dare impulso alla fuga disordinata e irrazionale verso le famiglie di origine, spesso lontane dalle città del nord in cui le persone si trovavano a lavorare, proprio perché le abitazioni in cui vivevano i migranti interni non erano adeguate per un periodo lungo di chiusura domestica e la “casa”, come luogo di protezione, era lontana dalla residenza per studio o lavoro.

Le case, poi, non sono per tutti il luogo della rassicurazione. C’è chi una casa non ce l’ha proprio; per altre non c’è luogo più pericoloso della casa stessa; per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani che vivono nelle grandi città la parola casa non è neanche quella più corretta in quanto si tratta di abitazioni di pochi metri quadrati, in cui la clausura diventa una pratica molto scomoda e faticosa.

Abbiamo poi visto come le rivolte nelle carceri abbiano palesato un ulteriore elemento di ingiustizia latente e nascosto nel tempo della normalità che è invece deflagrato in questa crisi. I carcerati, vivendo una situazione di grave deprivazione e negazione dei diritti, si sono trovati a dover gestire questa emergenza in contesti in cui l’ipocrisia del distanziamento e del non assembramento assumeva caratteri paradossali. Se esiste un luogo sovrappopolato è proprio un carcere italiano e i decreti emergenziali che si sono susseguiti, e che insistono proprio sulla necessità della sospensione dei contatti sociali, hanno palesato tutta la loro inapplicabilità negli istituti penali.

Potrei continuare elencando altri esempi di emersione dei paradossi, delle ipocrisie e delle ingiustizie che nella nostra società permangono e che il maledetto virus ha messo in evidenza. Tengo altresì a precisare che la mia riflessione non vuole essere una spocchiosa e superficiale critica alla gestione dell’emergenza, quanto piuttosto una riflessione generale sulla società e le sue contraddizioni.

In particolare, la questione su cui voglio soffermarmi è la mancanza[1] di considerazione per i diritti e i bisogni dell’infanzia nelle normative messe in campo dalle varie istituzioni per contenere e gestire l’epidemia.

Si sono moltiplicate le voci e le petizioni che mettono in evidenza questa lacuna (link1,2,3)

Qui non si tratta, è bene precisarlo, di mettere in discussione le regole stabilite dalla politica e dagli esperti per sospendere i contatti sociali e quindi limitare l’estensione del contagio.  In nessun caso si chiede di andare in deroga, per i bambini e per gli adolescenti, rispetto alle regole che valgono per gli altri cittadini.  Quel che si vuole mettere in evidenza è che non si è proprio pensato all’infanzia perché quando si dice che le persone non possono uscire di casa se non per specifici e documentabili motivi, che comunque devono uscire uno alla volta, che devono rispettare il distanziamento, automaticamente e implicitamente si impedisce ai bambini di uscire di casa (se non in luoghi privati).

Come diceva Don Milani, “non c’è niente di più ingiusto che fare parti uguali tra diversi”; pensando che le regole debbano valere per tutti allo stesso modo, automaticamente si penalizzano ancora di più i soggetti che hanno maggiori necessità e che sono meno uguali degli altri.

Non ripeterò quello che altre voci più illustri della mia (link4, link5) hanno già ricordato e cioè l’importanza dal punto di vista della salute e dello sviluppo integrale del bambino del movimento e del gioco all’aria aperta.

Tra l’altro, tali principi sono sanciti in atti legislativi solenni come la nostra Costituzione e la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989) ratificato anche dalla Repubblica Italiana (1991).

Questi principi, che dovrebbero essere universalmente condivisi e stare alla base della convivenza civile, diventano viceversa osteggiate da parte di chi vede anche nelle pratiche quotidiane che vanno nella direzione del rispetto delle prerogative dell’infanzia, una possibile minaccia per la salute pubblica e che quindi, in senso manicheo, mette in contrapposizione questi due diritti.

Si prenda, ad esempio, la reazione che ha scatenato un articolo apparso sul Fatto Quotidiano il 23.03.2020 (link6) e postato sul gruppo Facebook “Mamme a Milano”. In questo caso tantissime mamme hanno sostenuto, anche con toni accesi se non indignati, che i bambini debbano stare in casa reclusi e ogni deviazione da questa regola aurea rappresenti un pericolo (tralascio la contrapposizione tra i bisogni dei cani e quelli dei bambini che, se non si trattasse di un frangente drammatico, sarebbe molto divertente).

Se in una successione ravvicinata e incalzante di decreti governativi e ordinanze regionali non vengono menzionati in nessun caso i bambini come soggetti particolari e che vanno tutelati in modo prioritario, questa non può essere una semplice dimenticanza o un elemento dettato dal contesto emergenziale e di forza maggiore.

Credo invece che sia il sintomo di una cultura diffusa, non solo nella politica, ma anche nell’opinione pubblica, per la quale l’infanzia e l’adolescenza sono visti in secondo piano rispetto agli interessi centrali e predominanti della società.

Intendo dire che se solo poche persone si preoccupano e si accorgono di questa mancanza e se una volta che questa lacuna viene rilevata, si levano voci critiche intolleranti che non colgono il fatto che si possano conciliare i due diritti (salute – e – benessere dell’infanzia), allora significa che la consapevolezza e la sensibilità verso i più piccoli, colpiti da questo vuoto legislativo, è davvero scarsa nel discorso e nell’opinione pubblica.

Per deformazione professionale, forse, sono convinto che una comunità nazionale si possa definire unita e civile non (solo) perché si riconosce in una bandiera e un inno, ma perché condivide le proprie priorità, come dovrebbero essere la salvaguardia e l’educazione delle nuove generazioni, e intorno ad esse è in grado di mobilitare le reciproche responsabilità tra gli individui. La messa in primo piano dei diritti dell’infanzia non ha a che fare con un afflato sentimentale o pietistico, ma con il fatto che solo proteggendo i più fragili e coloro che rappresentano il futuro della comunità stessa che in una società si garantisce la convivenza civile e democratica e si evita la lotta tra interessi (individuali o di gruppi specifici).

Se la nostra carta fondamentale non è solo un retorico richiamo a valori e principi molto lontani dalla pratica quotidiana e dalla possibilità di essere rispettati, allora io credo che sia proprio nei momenti critici che nelle decisioni politiche dobbiamo ritrovare queste direzioni di senso.

Nelle narrazioni delle grandi catastrofi del passato, spesso ricorreva la frase “prima le donne e i bambini” per significare, anche qui forse in modo retorico, chi erano i soggetti da salvaguardare, in modo prioritario, per garantire il futuro alla comunità. Oggi, fuor di retorica, potremmo dire che il grido sarebbe “prima i manager e i vip” visto che i parametri su cui si valutano le priorità sono il denaro e il successo (mediatico).

Penso che questa rimozione dell’infanzia dall’attenzione pubblica sia il segnale della perdita di una cultura pedagogica diffusa che deve, viceversa, essere rigenerata.

Ricordo le parole dell’assessore leghista della Regione Piemonte, Chiara Caucino, secondo cui «I figli sono dei genitori e non dello Stato».  Ecco, io trovo questa affermazione pericolosa almeno quanto il suo opposto da “stato etico”. Un proverbio africano dice che “per educare un bambino occorre un intero villaggio” e credo che mai come oggi, nella società complessa, la responsabilità educativa debba essere assunta da ogni soggetto che si riconosce in quella comunità e che quindi si fa carico dell’educazione e dell’accompagnamento delle nuove generazioni verso l’età adulta, proprio perché ogni membro sa che facendo questo mantiene vivi i legami che fanno di una comunità qualcosa di più della somma dei privati cittadini.

È per questo che quando vengono messi in contrapposizione i bisogni dei cani con quelli dei bambini, implicitamente si sostiene che un interesse privato, l’animale domestico, ha lo stesso valore di un “bene comune”. Non il singolo bambino, ma l’infanzia e la cultura del suo accompagnamento alla crescita come valore condiviso.

Questa epidemia ci ha messo di fronte alle nostre ipocrisie e alle nostre incapacità di guardare in faccia quello che siamo diventati e quello che abbiamo lasciato indietro in questa corsa frenetica verso la crescita economica. L’infanzia deve essere sempre al centro delle nostre attenzioni politiche e sociali se non altro perché saranno i bambini di oggi a permetterci, semmai, di avere una pensione domani.

La cultura pedagogica diffusa deve diventare un obiettivo di formazione per tutta la società perché questa epidemia ci sta insegnando che “nessuno può salvarsi da solo”.

Purtroppo il nostro passato, sia nazionale che europeo, ci ha mostrato che per controllare le masse la strategia migliore è quella di diffondere paura e ansia. Di fronte alla paura la ragione soccombe e cresce l’odio per il diverso e la ricerca del capro espiatorio. Dobbiamo recuperare un principio di razionalità che ci faccia comprendere che anche questa fase critica verrà superata e se sapremo elaborare pratiche di maggiore giustizia per tutti i soggetti che devono avere di più perché hanno di meno, allora forse questa tragedia non sarà stata solo una drammatica parentesi oltre la quale tutto ricomincerà come prima.

Un giorno la paura busso alla porta, il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.

ML King

 

Link1 https://www.affaritaliani.it/milano/coronavirus-la-proposta-garantire-almeno-un-ora-d-aria-per-tutti-i-bambini-662227.html

Link2 https://www.change.org/p/giuseppe-conte-lettera-aperta-sulla-salute-delle-bambine-e-dei-bambini-dopo-l-ordinanza-del-20-marzo-2020-9d35b224-7c67-4033-9035-6e3a7c6b4421?recruiter=44167953&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=psf_combo_share_initial&utm_term=psf_combo_share_initial&recruited_by_id=d8dd3a60-2731-0130-7dc9-00221964dac8&utm_content=fht-21054062-it-it:v5&fbclid=IwAR2fibXyuMO_P5c1oUy5BS5U5OvE3fD2snxhTtkwsXwKuTDMxCKotNCWNlQ

 

Link3 https://secure.avaaz.org/it/community_petitions/alla_cortese_attenzione_del_sindaco_di_milano_e_de_emergenza_bambine_e_bambini_/details/?fbclid=IwAR0q3pyejMOBA1AzAci46IUf1vs8vjV4z5JH_HGgnM18nZHB1PpOEau2_9I

 

 

Link 4 https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/03/what-coronavirus-will-do-kids/608608/

Link5 https://www.huffingtonpost.it/entry/massimo-ammaniti-i-bambini-sono-scomparsi_it_5e7f56bcc5b6cb9dc1a1284b

Link 6 https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/23/coronavirus-se-puoi-portare-fuori-il-cane-ma-non-i-tuoi-figli/5744711/?utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1L6IwgFZdWu1-aQF1RpphQqpPl7ydlsNLMPc0N0zMqXbbFN1S_m_BGC1s#Echobox=1584964861

[1] Questo fino al 31.03.2020 quando il Governo ha emanato una circolare che ammette la possibilità di uscite da casa limitate per i bambini  https://www.interno.gov.it/it/amministrazione-trasparente/disposizioni-generali/atti-generali/atti-amministrativi-generali/circolari/circolare-31-marzo-2020-misure-urgenti-materia-contenimento-e-gestione-dellemergenza-epidemiologica-covid-19-applicabili-sullintero-territorio-nazionale, posizione subito contestata da qualcuno: https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/04/01/news/coronavirus_lombardia_passeggiata_bambini_regione_attacca-252840545/?ref=RHPPTP-BL-I252848196-C12-P2-S3.4-T1

Commenti
3 Commenti a “Paulo Freire: «Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme».”
  1. Gentilissimo Professore Alessandro Tolomelli, ho apprezzato molto questo articolo e la riflessione di fondo, in questi tempi d’emergenza dove cative e eccessive informazioni rischiano di farci perdere la bussola di orientamento, intorpidendo il focalizzare le nostre energie su quello che conta, avendo il coraggio di guardare in faccia le nostre contraddizioni. Come dice lei; un’attenzione speciale è dovuta alle voci più eloquenti del futuro, cioè i nostri bambini. Sicuramente riflessioni come queste, ci aiutano a scuotere le coscienze per cercare di rimanere vigili e restare delle sentinelle, non solo in guardia con misure restrittive, ma anche con qualche misura che ci aiuti a rimanere coscienti da questa tragica parentesi che ci offre ancora un’opportunità per crescere. Grazie
    Patricio Castillo Varela

  2. Nadia Bonora scrive:

    Caro Alessandro, concordo con te nel riconnetterci a Paulo Freire e al suo “Nessuno libera se stesso. Nessuno libera l’altro. Ci liberiamo insieme” in questo momento drammatico come lo fu dopo gli attentati terroristici di Parigi. Anch’io allora scrissi un articolo per Educazione interculturale in cui richiamai quel grande educatore militante che é stato Paulo Freire ch
    e ci responsabilizza nell’azione che trasforma la realtà in cui viviamo.

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