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Chi ha paura del socialismo? (Sulle elezioni recenti e future e tutto il resto)

dialogo tra Christian Raimo e Francesca Coin

(Francesca Coin insegna Sociologia all’Università di Lancaster, in Gran Bretagna. Si occupa di lavoro, moneta e diseguaglianze. Coordina il progetto di ricerca “The nature of money and its social perception in times of crisis” finanziato dal Center for the Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. )

C. A pochi giorni dalle elezioni, sembra che la reazione unanime dei media sia quella di chi ha un osso da spolpare e fin quando non ha finito rimane con la bava alla bocca. Nonostante il Labour sia riuscito a onorare una sconfitta, si vuole il cadavere di Corbyn e con lui di un’idea di socialismo e della stessa possibilità di organizzare un partito di massa a sinistra? In Italia tutto questo si mostra in modo caricaturale, ma per quello che vedo sui giornali inglesi non è diverso, persino su media che per noi sono un modello di democrazia e imparzialità come la BBC.

F. Penso che da troppo tempo ormai sottovalutiamo l’odio di classe, e con questa formulazione non mi riferisco all’odio della classe lavoratrice contro i ricchi ma all’odio dei ricchi contro la classe lavoratrice. Durante la campagna elettorale è stato evidente che la destra, l’establishment e i media erano determinati ad annichilire chiunque e qualunque cosa si opponesse alla loro inesorabile permanenza al potere, con ogni mezzo. La posta in palio altissima di queste elezioni ha dato il la a una campagna elettorale perseguita nei modi più bassi. La giornalista della BBC Laura Kuenssberg non ha perso occasione per demolire la figura di Corbyn – qui si parla di “character assassination” a intendere l’atto premeditato di distruggere la buona reputazione di un individuo con ogni mezzo necessario incluso l’abuso esplicito, la calunnia, l’invenzione. In questi giorni da più parti dentro le fila di Momentum e del Labour Party c’è chi ringrazia Jeremy Corbyn e John McDonnell di non aver mai perso la gentilezza nonostante gli attacchi pesantissimi che hanno subito.

L’unica colpa che gli si può attribuire è di essere stati modelli di gentilezza e di non sopraffazione con una onestà e correttezza politica d’altri tempi. Non credo vi possa essere analisi della campagna elettorale recente senza partire dal ruolo dei media nel distruggere sistematicamente la reputazione individuale dei vertici del partito laburista e il loro programma. È difficile anche non vedere dietro a tutto questo un progetto sistematico di distruzione della prospettiva socialista, o peggio ancora, un progetto sistematico di annichilire chiunque si opponga alla distruzione dello stato sociale e delle protezioni del lavoro, che è ciò cui ora assisteremo con lo smantellamento definitivo dell’NHS (National Health Service) in Gran Bretagna oltre allo smantellamento della Gran Bretagna stessa.

In questi giorni abbiamo sentito analisi raffinate sulla sconfitta del Labour che partono dal ruolo della Brexit. Personalmente credo che si debba partire dalla sudditanza dei media agli apparati di potere, dai ricatti espliciti rivolti ai media, lo stesso Boris Johnson durante questa campagna ha minacciato Channel 4 di privarlo della licenza a seguito di quella che lui considerava un’ingiusta rappresentazione della sua assenza al dibattito su Climate Change. Abbiamo sentito parlare all’infinito di antisemitismo nel Labour Party, ma dov’è l’analisi dell’omofobia, del classismo, del razzismo nel partito dei conservatori?

Abbiamo visto attacchi personali contro i laburisti ma non abbiamo visto l’amore delle piazze e la mobilitazioni di migliaia di studenti, per la stragrande maggioranza Remain. Abbiamo sentito continuamente criticare la non sostenibilità del programma del Labour, ma chi ha detto che i tagli dei conservatori sono stati sostenibili solo a prezzo dei una crescita del numero dei senza tetto, del disagio psichico, dei tagli agli ospedali? Non sto dicendo che il punto sia esclusivamente la stampa, ma sto dicendo che nel valutare questa sconfitta dobbiamo tenere sempre in considerazione che stiamo lottando ad armi impari e che i ricchi possiedono la possibilità di manipolare la verità al punto da fare apparire il socialismo come una sciagura, il welfare state come un furto contro i poveri, la mobilitazione dal basso come un pericolo sociale e i conservatori come una speranza contro l’austerità. Sarà tragico il risveglio nei prossimi anni.

C. Proprio in un’intervista dopo le elezioni su Channel 4 a Corbyn veniva chiesto se questa sconfitta segnasse la fine del corbynismo. Corbyn ha replicato che non esiste nessun corbynismo, ma soltanto il socialismo, e ha rivendicato una serie di temi centrali della sua campagna elettorale. Secondo te il lavoro che è stato fatto nel Labour per rieducare una comunità al socialismo riuscirà a resistere all’urto dei blairisti di ritorno, oppure no? E quale è la forma di resistenza bisogna praticare nel lungo inverno che ci aspetta?

F. La mia impressione era che non ci fosse completo agio da parte di Corbyn a parlare di socialismo. Le domande che gli venivano poste nei dibattiti pubblici tendevano a presentare il socialismo come una prospettiva anacronistica, antiquata, che avrebbe portato la gran bretagna nel medioevo. Corbyn proponeva spesso il modello dei paesi scandinavi, che a rigore è un modello che consente di legittimare la prospettiva di aumentare la spesa sociale agli occhi della stampa mainstream. Resta che la prospettiva socialista si è fatta strada negli ultimi anni proprio nei paesi in cui meno te la aspetteresti, e in cui più avrebbe un impatto dirompente, negli Stati Uniti e nella Gan Bretagna. Forse questo spiega anche con quanta violenza è stata respinta, ad ogni costo.

La Gran Bretagna è la terra in cui è nata la storia dell’economia politica borghese, da Locke a Hume, passando per Malthus e Adam Smith, i padri che hanno inventato il pensiero liberale, il diritto dei ricchi e dei mercanti, il lavoro salariato come strumento di subaltenrità, tutto questo vive ancora nei loro testi e nelle loro parole, nella cultura utilitarista che vive in queste terre. Non è banale rinnegarla.

Leggevo oggi un articolo di Marianne Hirsch e Valerie Smith che osservavano come, “[w]hat a culture remembers and what it chooses to forget are intricately bound up with issues of power and hegemony”. La Gran Bretagna ha un’amnesia selettiva, che rinnega l’impero inglese e lo sfruttamento che l’ha portata a essere uno dei paesi più ricchi al mondo. Non è sorprendente che, arrivati alla più palese irriformabilità del sistema, arrivati nella fase storica in cui blairisti e conservatori hanno dimostrato di voler solo ripristinare un governo classista, dei ricchi e per i ricchi, servendosi della crisi come strumento politico per tagliare le tutele sul lavoro e le protezioni sociali, non sorprende che si torni a parlare di socialismo, ma è evidente anche, e lo era anche prima, che si tratta di una lotta immane.

Forse siamo stati ingenui, io per prima, a sperare in un governo con Corbyn. Abbiamo sottovalutato la violenza della reazione, la necessità di uccidere il cambiamento delle oligarchie al potere. D’altro canto le rivoluzioni avvengono anche per ingenuità, per passione, per impeto e fiducia nella resistenza e nell’amore per la società. Non credo che il lavoro fatto nel Labour soccomberà all’urto dei blairisti, ma credo, questo sì, che ne risentirà, che siamo di fronte a una fase depressiva, con un impatto simile a quello seguito alla firma del terzo memorandum in Grecia, una fase in cui ci si lascia un po’ travolgere dallo sconforto.

Penso tuttavia anche contemporaneamente che a questo punto “loro” stanno diventando forti, purtroppo la congiuntura di destre sempre più estreme, dagli Usa al Brasile all’India al Regno Unito, fa sempre più pensare a una nuova internazionale fascista che parte proprio dai paesi che per cinquant’anni si sono vantati di averlo sconfitto, il fascismo, gli Usa e il Regno Unito.

Resta che le trasformazioni che hanno a mente, più che mai, sono feroci, e non sono certa che molti avranno il privilegio di rimanere inerti. Per una volta non riesco a non guardare le cose dialetticamente, e per quanto depresso, individualizzato l’orizzonte sociale sfilacciato dal neoliberalismo, credo profondamente che la spinta alla vita e alla solidarietà, e quindi anche alla riorganizzazione, sia sempre più forte. Per certi versi, si vede anche dalle discussioni di questi giorni sul dopo-Corbyn. È evidente che sono ancora quasi tutti sotto shock, ma non passa inosservato a nessuno che la mobilitazione di questi anni ha lasciato un’eredità preziosa, a partire dalla quale insistere e costruire.

C. Tu dici che sarà un’eredità preziosa, lo spero. Sicuramente la sconfitta sarà un precedente che a destra si continuerà a sventolare in tutti i prossimi appuntamenti elettorali, dalle elezioni negli States nel 2020 ovviamente. Qualche giorno fa Marco Simoni sul Post scriveva: “La lettura della società inglese suggerita da Corbyn con grande efficacia di mezzi tecnologici e mobilitazione, nonostante l’enormità delle tragedie sociali in corso che quella lettura attribuiva all’egoismo dei pochi, ha fallito nel produrre risposte che fossero convincenti per le stesse persone a cui si rivolgevano”.

Stamattina (17 dicembre) il Corriere pubblicava una risposta di Aldo Cazzullo a un lettore che gli chiedeva le ragioni della sconfitta di Corbyn. Cazzullo rispondeva così: “Il punto è che la sinistra non può credere di recuperare il voto popolare con le ricette del passato: nazionalizza, tassa, spendi. Luigi Ippolito ha spiegato bene sul Corriere il programma economico di Corbyn, compresa la proposta di confiscare il 10% delle azioni delle società con oltre 250 dipendenti per redistribuirlo ai lavoratori. Il risultato sarebbe la fuga delle suddette società. Puoi inasprire le tasse finché vuoi; i veri ricchi hanno gli strumenti per eluderle; e a pagare resta il ceto medio, già impoverito di suo. Insomma, non funziona (più) così. E temo che non funzionerà neppure in America, se i democratici sceglieranno come candidato Bernie Sanders o Elizabeth Warren. Che sono un po’ meno radicali, ma della stessa generazione di Corbyn”.

Quello che viene rimproverato all’orizzonte politico di Corbyn è di essere vecchio. Tu pensi che questo, l’età, la militanza novecentesca, possa aver pesato? Pensi che il radicalismo nuovo che si sta affacciando in varie battaglie, dal Cile al Libano, da Hong Kong al risveglio delle primavere arabe, possa far proprio qualcosa che Corbyn e il socialismo novecentesco ha portato in dote? Nelle lotte intersezionali, nel nuovo radicalismo ecologista, nelle battaglie internazionaliste, ci vedi un possibile sviluppo di qualcosa che nel Labour corbyniano aveva bisogno di tempo svilupparsi? Pensi che ci sarà una nuova generazione politica a breve che se ne prenderà carico? O credi piuttosto che queste analisi di nuovo contro vecchio lascino il tempo che trovano, illudendoci di una falsa contrapposizione ideologica?

Lasciano sicuramente il tempo che trovano ma c’è un tema che è importante secondo me. Questa mattina il Guardian riportava le considerazioni di Steve Bannon sulle elezioni inglesi e sulle prossime elezioni negli Usa. Bannon si vantava di aver trasformato il partito repubblicano in un partito della working class, e di converso, sottotraccia, si complimentava per aver trasformato parte della base elettorale del labour in elettori conservatori. Chiarisco subito che penso che Bannon consapevolmente trascuri gli elementi più importanti in questa trasformazione, il razzismo anzitutto che ha portato la middle class bianca a votare repubblicano. Ma quello che mi colpiva erano due cose, primo la dichiarazione di intenti: “se vogliamo che il capitalismo sopravviva dobbiamo trasformare le persone in capitalisti”, diceva Bannon, per certi versi ricordandoci che il fascismo come scriveva Polanyi è la quintessenza del capitalismo e che le nuove destre al governo in Usa o in Gran Bretagna non sono errori di percorso ma tentativi di superare la crisi di legittimità del sistema affidando scelte impopolari a personalità eccentriche dalle quali ci si può aspettare di tutto come Johnson o Trump. L’altro punto fondamentale è come rendi le persone capitaliste? Sostanzialmente spingendo disoccupati, precari e salariati a votare per i tagli alle tasse dei ricchi e per i tagli alla spesa sociale! E qui Bannon diceva una cosa su cui effettivamente bisogna riflettere, diceva che quando ascoltava i focus group sulle elezioni inglesi, le persone dicevano, bello il programma del Labour Party, ma come lo paghiamo? Qui a Nord dove vivo siamo nella parte più povera del regno unito e nella parte in cui maggiormente è diffuso il voto per i conservatori e il supporto alla Brexit.

Qui nei giorni precedenti le elezioni le persone che dichiaravano di votare conservatore erano effettivamente contrarie all’aumento della spesa pubblica nonostante fossero evidentemente in condizioni economiche tali da aver bisogno della spesa pubblica! E l’argomento da cui partivano era esattamente quello, come la paghiamo? Qualcuno addirittura diceva anche che i tagli aiuteranno la crescita, in una brutta ripetizione della tiritera dell’austerità espansiva di Alesina e Giavazzi. Quel che sto tentando di dire è che la propaganda neoliberale a favore dei tagli alla spesa pubblica, a favore dei tagli al welfare, a favore dell’austerità e a favore dei tagli delle tasse per i ricchi, tutta questa roba è penetrata sottopelle, poco fa che i tagli alle tasse negli Usa  per 1,5 trilioni di dollari abbiano beneficiato per l’80% i ricchi, implicando di converso un danno alla progressività delle tasse e alle casse erariali che ha avuto un impatto immediato sulla spesa pubblica.

Dopo quarant’anni di economia politica dei ricchi, è evidente che c’è chi crede che i tagli e l’austerità faranno ripartire l’economia, non importa che questa relazione causale sia semplicemente assurda. Tuttavia è innegabile che questo è un ordine del discorso con cui dobbiamo fare i conti. L’economia politica mainstream, quella che domina dagli anni della Thatcher e di Reagan, è a tutti gli effetti l’incarnazione di una guerra di classe. Abbiamo visto che fa danni, sono stati spazzati via i partiti socialdemocratici che l’hanno introdotta e adesso quello stesso programma di “salvare il capitalismo” come dice Bannon lo porta avanti la desta estrema, sostanzialmente creando una gerarchia razziale per distinguere tra chi ha diritto ai servizi e chi no.

Il programma di Jeremy Corbyn non è antiquato, è visionario e proiettato sul futuro, non solo sul presente immediato, purtroppo chi ha votato i conservatori dovrà rendersi conto sulla propria pelle che è stato preso in giro, e che far fuori i migranti non gli restituirà l’accesso agli ospedali se vota partiti che tagliano e privatizzano! Questo vale anche per l’Italia.

La tragedia della stampa italiana è che non solo tra due opzioni possibili sceglie sempre quella sbagliata, ma addirittura arriva a offuscare i termini del dibattito. Cazzullo sostanzialmente sta dicendo una cosa simile a quella che dice Bannon, bisogna salvare il capitalismo, ma siccome sarebbe troppo onesto dirlo così, allora dice che non bisogna nazionalizzare e che bisogna tagliare le tasse (ma si guarda bene da dire per chi). Vecchio o nuovo non vuol dire niente, vecchio o nuovo qui si riferisce ai modelli di riferimento dell’economia politica, la supply-side economics sarebbe nuova, la demand-side economics sarebbe vecchia, ma non si tratta di nuovo o vecchio, la prima favorisce i ricchi la seconda favorisce i lavatori, a ognuno la sua parte politica. Cazzullo ha chiaramente scelto la sua parte politica e il suo “elettorato di riferimento” e per quello inizia a preparare il terreno e il quadro discorsivo perché quello vinca.

Spiace dirlo ma almeno Bannon parla chiaro anche per quanto riguarda le soluzioni, non si limita a fare il gufo. Tra democratici e repubblicani “non c’è nessuno che fa niente”, dice nell’intervista, “non c’è nessuno in nessuno stato che suona alle porte. Gli attivisti lo fanno”. Bisogna fare così, bussare alle porte, ricominciare a organizzarci nei quartieri, puntare diretti alla politica istituzionale, con la difficoltà ulteriore in Italia, ma anche altrove, che la destra non ha ostacoli ma i partiti socialisti sono il primo bersaglio dei patiti socialdemocratici, cosi hanno fatto i blairisti contro Corbyn, così i democratici contro Sanders, così il partito democratico e Renzi farà contro ogni possibile germoglio di sinistra socialista in Italia. Sono loro il principale ostacolo, ma bisogna ricominciare e insistere facendo proprio ciò che gli dà fastidio, bussando porta per porta e casa per casa.

C. Ti pongo quest’ultima questione. Quell’adagio che ci passiamo ormai di bocca in bocca, che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, è una questione che in tempi di emergenza climatica sta diventando il richiamo a un principio di realtà più che una battuta felice anche se tragica. Non pensi che abbiamo bisogno di un immaginario per dopo, e che la retrotopia che invocano i falsi pazzi come Johnson e Trump o Bannon, un imperialismo fuori tempo massimo, un great again di una grandezza fantasmatica, sia così convincente anche perché l’immaginario utopico in questi anni sia stato modesto e carente? Tu hai seguito da vicino il 2015 in Grecia, e non ti sembra che anche lì la rottura tra Tsipras e Varoufakis si sia consumata anche sulla paura del dopo?

F. Secondo me quell’adagio è diventato virale perché dice la verità, che l’ordine proprietario dominante sarebbe disposto a distruggere qualunque cosa pur di riprodurre la propria posizione di potere. Pur di consentire il salvataggio delle banche franco-tedesche in Grecia sono state tagliate pensioni, salari, posti di lavoro, sicurezza sociale, per milioni di persone. La fine del mondo di tutte queste persone era il prezzo da pagare per consentire la sopravvivenza del sistema bancario esattamente come oggi la fine del regno unito, il suo smembramento, è il prezzo da pagare per l’apertura di nuovi mercati in tutta europa per le compagnie farmaceutiche statunitensi.

Più che una questione immaginativa quell’adagio mi sembra descrivere una situazione materiale precisa e presente. In questo contesto per me il tema di quest’epoca rimane sempre  dove trovano il consenso politico per esercitare tanta violenza. Distruggere il mondo per salvare il capitalismo, smantellare la democrazia passo dopo passo per salvare il capitalismo, manipolare continuamente la verità per salvare il capitalismo, questo processo sta avvenendo  con il consenso della società ed è la fonte della legittimità di questa violenza ciò che credo dobbiamo esporre. Nonostante esista già un altro mondo che lotta tutti i giorni con una passione e un entusiasmo straordinari, questa elezione mostra per l’ennesima volta che molti non vedono a quale prezzo stiamo salvando tutto ciò, perché la violenza si nasconde lungo i confini della razza, nella misoginia e in quella sorta di giustizia depressiva che vuole che agli altri venga fatto almeno tanto male quanto ne subisci tu. Più che un immaginario del dopo, penso sia necessario riconoscere la fonte della violenza che subiamo oggi, creando alleanze dove il potere divide e solidarietà dove fomenta rancore.
Commenti
7 Commenti a “Chi ha paura del socialismo? (Sulle elezioni recenti e future e tutto il resto)”
  1. Andrea Pannitti scrive:

    Un po’di chiarezza.
    Si dice che la semplificazione sia nemica della verità, e sono d’accordo totalmente… Ma spesso la complessità diventa uno spauracchio per nascondere e garantire i responsabili delle ingiustizie.
    Questa intervista, finalmente, racconta in modo lineare che la lotta per l’uguaglianza e la giustizia sociale è necessaria e doverosa ora più che mai.
    Grazie

  2. Tiziano Cardosi scrive:

    Ringrazio di cuore i due autori per questo contributo che mi aiuta a capire e progettare il futuro.
    Avrei da chiedere sul ruolo dell’Unione Europea in questa fase di violenta offensiva del peggior capitalismo.
    Il sistema organizzato da questa UE, il “pilota automatico” di Draghi, mi pare ci paralizzi e impedisca i tentativi di resistenza. Giustamente si ricorda la questione greca, una vergogna, una guerra sociale con la sua orrenda scia di morti; ma questa vicenda è nata proprio dal cuore dell’UE che appare ormai un Moloch a guardia degli interessi dell’élite.
    Anche se l’UK era molto meno implicato nelle rigidità europee, non è che queste hanno influito sul voto?

  3. sergio falcone scrive:

    Cambiano le forme del dominio, il dominio di classe rimane. Oggi, il dominio di una classe sull’altra e’ più sottile, pervasivo, assoluto. Aggiungete anche le profezie di George Orwell e della Scuola di Francoforte, per non dimenticare poi Guy Debord, e il gioco è fatto.

    La chiusura di una delle mie poesie in romanesco…

    … Altre catene c’avemo sur groppone, noi che pe’ la povertà semo costretti a lavora’ sott’an padrone. Sopportamo quella grande ipocrisia che le anime bbelle se ostineno a chiama’: “Democrazia”.

    Più o meno, se ben ricordo, quei versi suonano così. Stavo per scrivere: oggi non serve la palla al piede. Per noi, che siamo fortunati. C’è chi sta peggio: gli immigrati che, per un salario da fame, fanno i lavori più umili.
    A differenza delle epoche passate, nessuno si ribella. La gente ha perso ogni fiducia e la speranza in un cambiamento.
    La colpa?
    La colpa è della Sinistra. Ha promesso e non ha mantenuto. E la parte maggioritaria e’ diventata liberale. Una tragedia. Bisognerebbe liberarsi del concetto e della pratica della Sinistra e costruire qualcosa di nuovo. Così fecero i padri fondatori del Socialismo. Dobbiamo avere lo stesso coraggio.

    Sono assolutamente scettico e disincantato. Non credo più a nessuno, a cominciare dai miei compagni di viaggio, gli anarchici. Gli anarchici, a parte qualche santo, sono uguali a tutti gli altri.

    Ciò nonostante, come scrivevo qualche ora fa, continuerò a fare il bene e ad adoperarmi per la giustizia sociale. Anche da solo.
    Non mi rimane altro da fare e non mi rimane molto tempo da vivere. E, soprattutto, non ho le energie del passato.

    Se niente cambia, non cambia niente. Il gatto si morde la coda e questa volta sa che la coda e’ sua…

  4. Elena Grammann scrive:

    Quello che desumo dall’articolo (che ho letto con grande interesse) è che c’è un gruppo potentissimo di cattivi, che di fatto ha in mano tutti, e dico tutti, gli strumenti del potere tranne il “porta a porta”, che per pura cattiveria opprime i buoni, che sono anche troppo stupidi per capire da quale parte sta il loro reale vantaggio.
    Che Corbyn abbia clamorosamente cannato la linea politica sottesa alla sua campagna elettorale è un fatto – dare la colpa della debacle alle manipolazioni della stampa assomiglia molto alla famosa foglia di fico.
    Ma torniamo all’opposizione cattivi-buoni, oppressori-oppressi, che è quella che mi interessa. Il bello di questa contrappposizione è che la si può girare come si vuole. Esempio (dalla stampa italiana):

    Salvini risponde a una domanda sulla Gregoretti, già arrivando al congresso: “Quando un popolo assapora il profumo della libertà non lo ferma nessuno, non ci sono manette che tengono (sic). Non penso che questi giudici attacchino me, attaccano un popolo. Non c’è in ballo la libertà personale di Salvini è un attacco alla sovranità nazionale, alla sovranità popolare, al diritto alla sicurezza e alla difesa dei confini”, dice l’ex ministro dell’Interno, arrivato con un presepe in mano donato, ha detto lui stesso, da artigiani campani.

    I cattivi individuati da Salvini non sono gli stessi, immagino, individuati da Francesca Coin. Chi stabilisce allora chi sono i veri cattivi? Il popolo no, perché come mostra Coin si lascia facilissimamente abbindolare. Forse gli intellettuali? Mah.

    O forse è questa impostazione di fondo del “buoni – cattivi” che è inadeguata e falsa tutto; forse le cose sono più complicate di così; forse il socialismo non convince perché è fondato su un’antropologia sostanzialmente rousseauiana sulla quale è lecito avanzare più di un dubbio; forse sono questi dubbi di fondo che sbilanciano il popolo verso scelte a dir poco inquietanti.

    Un’ultima osservazione: “i partiti socialisti sono il primo bersaglio dei patiti socialdemocratici”. Questo dopo che per anni, lustri, decenni e oramai un secolo i partiti socialdemocratici sono stati il primo bersaglio dei partiti socialisti.

  5. Jacopo scrive:

    @Elena Grammann. 1) A me pare che dall’intervista si capisca chiaramente che lo scontro non è affatto tra cattivi e buoni (non scherziamo), ma tra chi detiene i mezzi di produzione (dei quali fa ormai parte integrante il sistema dei media) e chi non li detiene. Chi li detiene non è ormai più in grado di redistribuire vantaggi o benefici, però distrugge e sperpera risorse peggio di prima. È questo a renderlo non certo “cattivo”, ma pericoloso 2) Il primo anarchismo, quello sì, era fondato su un’antropologia rousseauviana. Da allora (cioè nel corso degli ultimi centocinquant’anni) troppa acqua è passata sotto i ponti del socialismo e del comunismo 3) Se è ero che i partiti socialdemocratici sono stati per un pezzo bersaglio di quelli socialisti è vero pure che la cosa è stata, da sempre, assolutamente reciproca. Ovviamente là dove uno dei due aveva (o ha) libertà di parola.

  6. Elena Grammann scrive:

    @ Jacopo.
    Innanzitutto grazie dell’attenzione. Proverò a contro-controbattere. Spero di non annoiarla.
    1) Espressioni come “l’odio dei ricchi contro la classe lavoratrice”, “è stato evidente che la destra, l’establishment e i media erano determinati ad annichilire chiunque e qualunque cosa si opponesse alla loro inesorabile permanenza al potere, con ogni mezzo”, ” l’ordine proprietario dominante sarebbe disposto a distruggere qualunque cosa pur di riprodurre la propria posizione di potere”, e il tono generale dell’articolo, fanno pensare, più che a dinamiche economiche e/o geopolitiche complicate e in ultima analisi impersonali, a un semplicissimo, personalissimo e cattivissimo Moloch che distrugge tutto ciò che gli si pone come ostacolo. Se così è, l’estrema difesa del porta a porta mi sembra un tantino ridicola (tipo gli adolescenti della Hitlerjugend a Berlino nel ’45).
    2) Una delle prime espressioni che lei utilizza è “chi detiene i mezzi di produzione”: non mi sembra che sia poi passata tutta quell’acqua sotto i ponti. Mi sembra che sotto una verniciatina di salsa e merengue le proposte social-comuniste siano esattamente le stesse (e incontrino esattamente le stesse diffidenze). E l’antropologia della sinistra è più rousseauiana che mai.
    3) I partiti socialisti e comunisti hanno sempre equiparato la socialdemocrazia al fascismo; quindi non capisco perché ora Coin si meraviglia se i partiti socialdemocratici fanno (secondo lei) una politica di destra. Tutto normale, o no?

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  1. […] fattore che attiene all’economia più comunemente intesa, e che troppo spesso, come ha ricordato Francesca Coin, tendiamo a sottovalutare: l’odio (e gli interessi) di classe – della classe dei “ricchi”, […]



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