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Chi ha paura dell’uomo nero? Roberto Minervini racconta il declino americano

Uno dei viaggi cinematografici più interessanti e profondi negli Stati Uniti di questi anni lo sta facendo un italiano, Roberto Minervini. Dal white trash che vota Trump, ai gruppi religiosi, alle comunità nere. Dal Texas alla Louisiana al Mississippi. Nessuno come lui sta raccontando le marginalità nella ex terra di tutte le speranze e le opportunità. “What You Gonna Do When the World’s on Fire? – Che fare quando il mondo è in fiamme?” è il nuovo film di Minervini. Racconta la condizione degli afroamericani in una paese dove razzismo e violenza si fanno sentire ogni giorno. Il film è in concorso a Venezia. Gli auguriamo ogni bene. In questo lungo contributo, Minervini racconta il suo lavoro. Il pezzo è apparso sulla rivista del Cinematografo, che ringraziamo per averci dato l’autorizzazione a riprodurlo anche qui.

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di Roberto Minervini

A mia madre piace giocare al lotto affidandosi completamente al caso. Io, invece, affronto le scommesse con una buona dose di pragmatismo. Pertanto, quando scommettiamo insieme, i numeri preferisco sceglierli io, basandomi su certezze fattuali. Nell’estate 2017 chiamai mia madre da New Orleans, dove stavo eseguendo le riprese del mio nuovo film, per fornirle una cinquina da giocare su tutte le ruote: 40, 10, 4, 1, 39. Il fatto che non vincemmo niente non mi sorprese. Avevamo infatti giocato una serie di numeri “perdenti”, che contengono in sé il germe della débâcle sociale più infausta dell’America contemporanea: gli afroamericani ammontano a 40 milioni (pari al 12% della popolazione USA), dei quali 10 milioni vive ben al di sotto della soglia di povertà, 4 milioni sono ufficialmente disoccupati e 1 milione marcisce in carcere. Il numero 39 si riferisce invece ad uno dei fenomeni politici e sociologici più discussi dell’America post-Jim Crow: i crimini delle forze dell’ordine nei confronti dei neri. Nel 2016, la polizia ha ucciso 39 suspicious unarmed blacks, neri disarmati, freddati sulla base di un vago sospetto. Quest’anno le cose stanno andando ancora peggio: nel primo quadrimestre del 2018 i neri giustiziati dalla polizia sono stati 69 (uno dei tanti effetti nefasti della presidenza Trump).

Il mese più caldo

Torniamo per un attimo al 2016, per la precisione a martedì 5 luglio, a Baton Rouge, in Louisiana: un vagabondo bianco effettua una chiamata al 911 (il 113 americano) per segnalare la presenza di un nero armato, di fronte alla bottega Triple S Food Mart. Il nero è Alton Sterling, trentasettenne corpulento, soprannominato “CD man” dalla comunità locale perché ogni giorno si trova lì, davanti al Triple S, con il suo bancone a vendere CD di musica hip hop. Quel giorno Alton perse la pazienza nei confronti del vagabondo che continuava a chiedergli soldi e finì per mandarlo a quel paese. Cinque minuti dopo la chiamata al 911 arriva sul posto una volante della polizia. Dalla macchina scendono due poliziotti, Howie Lake II e Blane Salamoni, pistola alla mano. I poliziotti spingono Sterling a terra. Salamoni gli salta addosso e gli punta la pistola al petto. Sterling, in preda al panico, ripete più volte di non essere armato. Salamoni spara un colpo e Lake ne spara due. Sterling muore sul colpo e il suo nome si va ad aggiungere alla lunga lista di neri americani uccisi a sangue freddo dalla polizia, pur non essendo armati. Ma non finisce qua: il giorno dopo, mercoledì 6 luglio 2016, muore Philando Castile, freddato da un poliziotto mentre è seduto sul posto di guida della sua macchina. Insieme a lui c’erano la fidanzata, che filma tutto con il telefonino, e la figlia di quattro anni. Per la prima volta nella storia recente americana, i neri non ci stanno e passano al contrattacco: giovedì 7 luglio 2016, un ragazzo nero di nome Micah Xavier Johnson uccide cinque poliziotti a Dallas per vendicare l’omicidio di Castile. Sabato 16 luglio 2016, Gavin Eugene Long ne fa fuori tre a Baton Rouge, prima di venire a sua volta ucciso nello scontro a fuoco con la polizia. Long aveva con sé una lettera con scritto “spero che questo mio atto di violenza serva a far cambiare le cose in America, dove le forze dell’ordine, così come tutto il sistema giudiziario, continuano a massacrare i neri, giorno dopo giorno”. Senza dubbio, alla luce di quanto accaduto, il luglio 2016 passerà alla storia come uno dei mesi più caldi della costante diatriba tra afroamericani e forze dell’ordine. Per quanto mi riguarda, i ricordi di tale periodo sono legati non solo agli efferati scontri tra neri e polizia, ma anche e soprattutto alla ricomparsa in pompa magna di un sentimento popolare che pareva essersi estinto: la “paura dell’Uomo Nero”.

Un problema di razza

Alton Sterling, Philando Castile, Eric Gardner, Oscar Grant e Michael Brown sono i nomi più noti tra le vittime afroamericane dei crimini compiuti dalla polizia dal 2009 fino ad oggi. Fatto sta che i dati complessivi sulla violenza, perlopiù impunita, da parte della polizia nei confronti dei neri d’America evidenziano un problema ben più esteso: ogni anno, di media, il 32% circa delle uccisioni da parte dalle forze dell’ordine è di razza nera (dato reso ancor più allarmante dal fatto che, come ho detto in precedenza, gli afroamericani ammontano al 12% della popolazione). Tale rilevazione percentuale, da sola, non è sufficiente per misurare la magnitudo della diatriba razziale nell’America odierna. Ciò nonostante, da un dato del genere si evince una verità tanto inconfutabile quanto inquietante: gli omicidi da parte della polizia sono un problema di razza, alla stregua della disoccupazione e dell’incarcerazione. Un problema che ha radici storiche, risalenti alla metà del diciannovesimo secolo, quando l’America era un paese in costante tumulto per via dei conflitti di classe che affliggevano i principali centri metropolitani. Le forze dell’ordine, organi non istituzionali i cui agenti erano eletti dal popolo, ponevano fine a scioperi e sommosse con attacchi che oltrepassavano di gran lunga la soglia della legalità. Attacchi unilaterali contro operai, immigrati e minoranze etniche, finalizzati non tanto a ripristinare l’ordine sociale, quanto a tutelare gli interessi e a garantire l’incolumità della classe borghese e dei governi locali. Sono proprio quelli gli anni in cui si consolida il sodalizio tra potere politico, classi dominanti e forze dell’ordine, alle quali fu riconosciuto uno status ufficiale a cambio di una protezione unilaterale a tutto campo. E sono questi gli anni in cui la polizia adotta la celebre divisa blu e l’altrettanto celebre motto “To Protect And Serve”, iscritto sulla divisa. Quindi, se è vero com’è vero che il corpo di polizia americano è stato concepito come un organo paramilitare con lo scopo di proteggere e servire le classi dominanti, sarebbe inverosimile aspettarsi dalla polizia di oggi, a meno di duecento anni di distanza dalla sua costituzione ufficiale, una condotta giusta nei confronti delle loro Nemesi: i nullatenenti, gli immigrati, gli avanzi di galera e, appunto, gli Uomini Neri.

Trump e il KKK

Il fatto che il ritorno della “paura dell’Uomo Nero” abbia preceduto di soli quattro mesi la vittoria elettorale di Donald Trump è tutt’altro che una coincidenza. Difatti, Trump –  candidato presidenziale apertamente razzista e segregazionista – ha incentrato la campagna elettorale non tanto sulla questione immigrazione, come in molti erroneamente credono, bensì sull’imbarbarimento delle downtown delle metropoli del Midwest e del Nordest (Chicago e Detroit in primis), tutte prevalentemente nere, nonostante le statistiche indicassero un costante declino del tasso di criminalità in tali centri urbani. Come se non bastasse, pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Trump inserì nella famigerata Domestic Terrorist Watchlist, la lista dei potenziali gruppi terroristici nazionali, il New Black Panther Party For Self Defense, gruppo militante risorto nel 2014 dalle ceneri delle storiche Black Panthers che in quattro anni non ha mai commesso un crimine violento. Fu proprio l’ingiusta inclusione del partito rivoluzionario panafricano nella “DTW”, cui fece seguito la legittimazione de facto dei KKK (tanto cari a papà Fred Trump, che negli anni ’20 marciava insieme a loro) a suscitare in me un rinnovato interesse nei confronti del gruppo rivoluzionario nero. Pertanto, alla fine del 2016 iniziai a fare sopralluoghi in vari stati del Sud degli States, con l’intento di riuscire ad aprire qualche porta che mi portasse direttamente dalle Panthers. Uno dei miei primi pit-stop fu lo storico quartiere nero di New Orleans, il 7th Ward.

New Orlean e il gentrification

Fino a qualche anno fa, il 7th Ward era assolutamente off-limits per i bianchi. Nel 2005 l’uragano Katrina rase al suolo il quartiere, spazzando via quell’aura bohémienne lasciatagli in eredità da artisti come Lee Dorsey, Jesse Lee, Sidney Bechet e Jelly Roll Morton (tutti 7th warders), e rimpiazzandola con la visione spettrale delle case abbandonate, convertite in crackhouses. Nonostante la rimpatriata nel 2012 di molti dei suoi residenti originari e la susseguente riapertura di vari bar e music venues, il 7th Ward non si è più ripreso dalla devastazione dell’uragano e oggi continua ad essere uno dei quartieri più pericolosi di New Orleans, insieme all’8th e all’Upper 9th Ward (anch’essi vittime prescelte di Katrina). Inoltre, i 7th warders non hanno mai dimenticato la vile diserzione delle istituzioni durante e post-Katrina, ragion per cui l’odio nei confronti dei bianchi americani, “priviledged and powerful” per antonomasia, regna ancora sovrano.  Ciò nonostante, decisi di inoltrarmi nel ghetto. Durante le mie escursioni incontrai Judy Hill. Al tempo Judy gestiva l’Ooh Poo Pah Doo, bar concerto che prendeva nome dal brano di maggior successo di suo padre, Jesse Hill, noto musicista degli anni ’50 morto in miseria, alcolizzato e drogato, nel 1998. Ai suoi sette figli e figlie Jesse lasciò in eredità solo debiti e pene dell’inferno. Judy, la figlia più piccola e agguerrita, è riuscita a risorgere dalle ceneri della ventennale dipendenza dal crack e a reinventarsi come imprenditrice. L’Ooh Poo Pah Doo ebbe un discreto successo nei primi tre anni di vita ma la situazione si fece critica proprio nel periodo post-Katrina, quando i bianchi iniziarono a ricostruire i quartieri colpiti dall’uragano e ad alzare i prezzi dell’affitto, sfrattando i neri e costringendoli ad accasarsi altrove. Una bonifica socioeconomica e razziale, quindi, nota ai più con il nome di gentrification, che non ha risparmiato né Judy e né sua madre, l’ottantasettenne Miss Dorothy. Non intendo soffermarmi a lungo su Judy e Miss Dorothy, poiché il mio nuovo film, What You Gonna Do When The World’s On Fire?”, racconta anche le loro storie. Ciò che invece mi preme dire in questa sede è che, grazie a Judy, riuscii ad aprire varie porte. Alcune di esse mi condussero faccia a faccia con la morte (omicidi e regolamenti di conti vari, dei quali sono stato testimone diretto e indiretto), mentre altre mi portarono proprio dove volevo arrivare: dalle Black Panthers.

Le Pantere Nere

Le nuove Black Panthers sono risorte dalle ceneri dello storico partito rivoluzionario, di fatto inattivo dagli anni ’70 ma ufficialmente smantellato solo nel 2014. Inattività a parte, l’episodio chiave che portò alla dissoluzione delle Panthers fu la decisione del leader totalitario Malik Shabazz di abolire le elezioni democratiche di tutte le cariche più alte del partito e di sostituirle con un sistema di nomine top-down. Inoltre, Shabazz stava spingendo il partito verso posizioni politiche eccessivamente violente e antisemite (l’odio personale nei confronti dei bianchi era per Shabazz un punto d’arrivo, fine a se stesso). Sotto la guida spirituale di Krystal Muhammad, donna combattente d’altri tempi, inveterata e incorruttibile, la maggior parte delle Panthers optò per la scissione dal partito originario e si ricostituì con il nome di New Black Panthers Party For Self Defense. Krystal fu eletta Comandante in Capo delle nuove Panthers nel 2014 con la maggioranza assoluta dei voti. Sotto la sua guida le Black Panthers hanno mantenuto una certa continuità con il passato, in particolare per quanto riguarda la lotta per i diritti dei neri in tutto il mondo (la loro presenza internazionale raggiunge picchi molto elevati in Sudafrica e in Francia). Per quanto riguarda l’attività delle Panthers negli Stati Uniti, il gruppo continua a battersi per un sistema educativo più equo, che dia maggior rilievo alla storia dei neri d’America e alle lotte per i diritti civili (argomenti ai quali è riservato uno spazio pressoché insignificante nelle scuole americane), così come per un miglioramento delle condizioni di vita nei ghetti (i nuclei locali delle Panthers si presentano come modello alternativo alle gang criminali: legittimo, politicizzato e non violento). Tuttavia, le battaglie più rilevanti del gruppo sono quelle relative sia alla rivendicazione di un sistema giudiziario imparziale, sia alla condanna dei frequenti abusi delle forze dell’ordine nei confronti dei neri. Alcune di queste battaglie sono condotte attraverso l’uso della protesta: manifestazioni a tinte forti (per via del loro linguaggio abrasivo e per la vocazione all’autodifesa), di fronte a palazzi istituzionali simbolo dell’autocrazia bianca come i tribunali e le prigioni. Altre battaglie, più dimesse nei toni ma non nei contenuti, riguardano l’attività investigativa che le Panthers portano avanti con l’intento di riaprire quei casi chiusi con sospetta risolutezza dall’FBI o dalla CIA. Sono proprio queste indagini indipendenti a far tremare e ad infastidire i governi e le istituzioni, locali e nazionali (paura e rabbia che sono alla base dell’inclusione delle Panthers nella Domestic Terrorist Watchlist, cui facevo riferimento in precedenza).

Il caso Jackson

Nel giugno 2017 ebbi l’occasione di documentare una di queste indagini sul campo: alle tre del mattino ricevetti una foto via sms da parte di un comandante delle Panthers. Era la foto di una testa di un giovane nero di Jackson, la capitale del Mississippi, lasciata di fronte al portone di casa sua, in un bagno di sangue. Insieme alle Panthers, partimmo subito per il Mississippi ma al nostro arrivo, al mattino presto, della testa e delle macchie di sangue non restava alcuna traccia. Immediatamente, le Panthers bloccarono tutte le strade d’accesso al quartiere, armati di fucili d’assalto AR-15. Se fossero arrivati i poliziotti, alla vista di un gruppo di paramilitari neri in mezzo alla strada, in muta da combattimento e armati fino al collo, avrebbero aperto il fuoco e ci avrebbero crivellato. La morte fa parte della vita di un rivoluzionario, ci ricordò Krystal. Alla fine la polizia non arrivò e nel giro di poche ore le Panthers ottennero i seguenti indizi, grazie alla cooperazione della gente del quartiere: il giovane decapitato frequentava da un paio di mesi una ragazza bianca; subito dopo l’attentato, alcuni ufficiali dell’FBI accorsero sul luogo del delitto e sequestrarono i video registrati della telecamera di sorveglianza del vicino di casa; due giorni prima del delitto i KKK avevano sferrato un attacco in un ghetto nero attiguo, imbrattando la scuola elementare e la casa del diacono con scritte razziste; infine, a un chilometro circa dal luogo del delitto le Panthers recuperarono una sega arrugginita macchiata di sangue, accanto ad un mucchio di ceneri. Senza dubbio l’indagine delle Panthers stava andando per il verso giusto fino a quando, qualche giorno dopo, giunse la notizia che l’FBI aveva archiviato il caso come suicidio – questo perché, contrariamente agli omicidi, i suicidi dei cittadini comuni non fanno notizia e i media non ne parlano. Una chiusura del caso da manuale e per nulla fuori dal comune, segno di quanto l’indecoroso sistema giudiziario americano sia parziale e pregiudizievole (non a caso il quotidiano Chicago Tribune ha aperto un’inchiesta nel Marzo di quest’anno, circa l’attendibilità e la veridicità dei dati sui suicidi dei neri). Roba da brividi. Ciò nonostante, le Panthers continuarono la loro azione di protesta (stavolta senza armi) di fronte alla stazione di polizia di Jackson, chiedendo a voce alta la riapertura del caso. Alcune Panthers furono arrestate e altre finirono all’ospedale. Caso definitivamente chiuso.

Verso il declino

A prescindere dall’effettiva legittimità e utilità delle operazioni investigative e delle azioni di protesta condotte dalle Black Panthers, il gruppo gode ancora di un consenso vastissimo nei quartieri popolari neri. Da New Orleans a Houston, da Baton Rouge a Jackson, da Atlanta a Newark, abbiamo toccato con mano la stima e la gratitudine che la gente comune nutre nei confronti del partito rivoluzionario, ultimo baluardo della resistenza nera. Questo perché in America, dalla fine degli anni sessanta, manca una guida politica e spirituale che si batta per l’emancipazione del popolo afroamericano. Obama non ne ha avuto il coraggio, o meglio, come dicono i neri, è un whitewashed, uno “sbiancato” più vicino a Wall Street che a loro (un giudizio che mi trova d’accordo, almeno in parte). La Black America di oggi patisce l’assenza di un combattente alla Malcom X, secondo cui i principi della nonviolenza e dell’autodifesa potevano coesistere – quella Self Defense, appunto, che costituisce da sempre il credo delle Black Panthers.  Ma se negli anni sessanta le pantere erano capaci di mobilitare intere masse di neri d’America, oggi nessuno si batte al loro fianco, in prima linea. Alle manifestazioni cui abbiamo assistito durante le riprese la partecipazione dei civilians è stata pressoché inesistente. Il supporto incondizionato della gente nei loro confronti non si traduce in un’alleanza sul campo. I perché di quest’inerzia sono molteplici. Storicamente, gli afroamericani hanno paura. Una paura propria di chi, come loro, vive in uno stato permanente di “colpevolezza” (guilty until proven innocent), ragion per cui l’unico modo per essere “scagionati” ed accettati è l’ubbidienza. Proprio le Panthers mi parlavano dell’ubbidienza dei neri non come strumento per l’integrazione sociale, bensì come ancora di salvezza:“obey to survive”. Che l’ubbidienza e la rivoluzione siano incompatibili è un dato di fatto (perlomeno così diceva Malcom X). Un altro fattore inibitore dell’attivismo afroamericano è la diluizione progressiva della black legacy, la memoria storica della resistenza nera e della lotta per i diritti civili. A oggi in pochi ricordano le lotte portate avanti dalle Black Panthers per i diritti delle donne e dei bambini (basta pensare al WIC, Women, Infants and Children, il welfare per donne incinte, neomamme, neonati e bambini fino ai cinque anni, implementato in California nel 1966 come Black Panther Party Community Program e adottato dal governo centrale nel 1975), così come per le minoranze etniche e sessuali. In realtà il vero problema non sta nel “non ricordare” la storia delle Black Panthers e delle loro battaglie, quanto piuttosto nel “non raccontarle”. Il problema dell’assenza di un resoconto chiaro, preciso ed esaustivo dell’identità e dell’attività delle Panthers era già stato sollevato una ventina di anni fa dal sociologo Robert Blauner, il quale attribuiva tale gap nella narrazione della storia del gruppo rivoluzionario al “political minefield”, vale a dire, al fatto che parlare e scrivere delle Black Panthers era – e continua ad essere – come attraversare un campo minato. Un suicidio politico e professionale che nessuno storico o reporter investigativo ha mai voluto compiere (al contrario, la maggior parte di ciò che si è scritto sulle pantere ha avuto come obiettivo quello di denigrare il partito e di infangarne l’immagine). Alla fine, il campo minato di cui parlava Blauner ha fatto una sola vittima: le Black Panthers stesse. Vittime prescelte di un boicottaggio politico che parte da lontano, per la precisione dal 15 Giugno 1969, quando Edgar Hoover classificò le pantere come nemico pubblico numero uno (“The Black Panther Party, without question, represents the greatest threat to the internal security of the country”). Non a caso, quando Krystal Muhammad accettò di partecipare al mio film lo fece con la consapevolezza che, dopo quasi quarant’anni, le Black Panthers e i media “bianchi” tornavano a guardarsi negli occhi. Sinceramente, in quel momento non compresi appieno né l’importanza del task che mi accingevo a compiere, e né la responsabilità che ricadeva sulle mie spalle. All’inizio le mie preoccupazioni riguardavano ben altre questioni, come quella della cultural appropriation (il dilemma della rappresentazione dell’altro e del diverso). “Problemi che interessano solo i bianchi”, disse giustamente Krystal: “You’re whitewashing the real problem”, stai “sbiancando” il vero problema, che è quello del boicottaggio mediatico e della contraffazione dell’immagine collettiva dell’Uomo Nero. Adesso, a più un anno di distanza dalla fine della mia esperienza full immersion nei meandri della Black America, con la premiere di “What You Gonna Do When The World’s On Fire?” oramai alle porte, sento di aver capito qualcosa in più riguardo alla lotta per la sopravvivenza – della specie, della cultura, e della legacy afroamericana – che Krystal e le Black Panthers, Judy, Miss Dorothy e gli altri personaggi del film portano avanti quotidianamente. Una lotta che trova una sua ragion d’essere nell’iniquità dell’apparato giudiziario americano e della narrazione storica dei neri d’America. Perché con i numeri 40, 10, 4, 1, 39 non si può mica giocare.

 

Commenti
2 Commenti a “Chi ha paura dell’uomo nero? Roberto Minervini racconta il declino americano”
  1. Andrea scrive:

    Mucha suerte con tu película. Se ve muy interesante.

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  1. […] di minima&moralia pubblicato lunedì, 3 settembre 2018 · 1 Commento […]



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