1accoglienza

Ho paura dell’uomo nero

1accoglienza

di Francesca Faccini

Lavoro in un’azienda in Alto Adige e ogni volta che arrivo in ufficio devo lasciare le mie impronte digitali: la serratura della porta d’ingresso scatta solo dopo aver appoggiato il polpastrello su un dispositivo di lettura. Inizialmente pensavo che fosse un semplice traguardo inquietante della tecnologia, ma poi ho capito che l’arrivato futuro distopico è un passato che si continua a reiterare.

Per il primo mese di servizio non sono riuscita a far funzionare l’apertura. Mi piace pensare che la mia fosse una forma inconscia di resistenza, ma è molto più probabile, che il dito prescelto fosse troppo sudato o che la crema anti screpolature creasse uno strato di protezione troppo spesso. Per finire di rimanere chiusa fuori è stato necessario registrare le impronte dell’altro mio indice, ma prima di tale operazione la collega che tutte le mattine era costretta a farmi da portinaia mi ha spiegato il perché di tanta sicurezza: gli sbarcati. Tanti sbarcati.

Lavoro in un’azienda che sta nella zona industriale di un paese la cui popolazione supera di poco i dodici mila abitanti. Una strada separa le fabbriche dalla campagna. A poche centinaia di metri dal mio ufficio ci sono un biotopo e una passeggiata che costeggia i campi di meli. Molto spesso durante la pausa pranzo invece di andare in mensa passeggio in mezzo al verde. Anche un’altra collega una volta lo faceva, ma poi ha smesso perché ora ha paura di incontrare delle “brutte persone”.

Gli “sbarcati” e le “brutte persone” coincidono: sono i quarantacinque richiedenti asilo provenienti da Pakistan, Iran, Iraq e Africa orientale di Casa Henry, il centro di seconda accoglienza aperto a Lana nell’agosto del 2017 e gestito dalla Croce Rossa. È per questi uomini che tutte le mattine mi si chiede di chiudere la porta a chiave dall’interno se non c’è nessuno alla reception. Solo dopo le 8, orario ufficiale di apertura dello studio, la soglia di attenzione si può abbassare: i dipendenti sono oramai arrivati, lo schieramento di difesa in caso di un eventuale attacco nemico è composto.

La scorsa settimana la responsabile del personale è venuta a cercarmi per dirmi che devo chiudere la porta. L’altro giorno me l’ha ripetuto alquanto infastidita. Oggi sono arrivata e ho chiuso la serratura: come sempre nessuno ha provato a entrare; io non sono stata sgridata, ma più che diligente mi sono sentita razzista.

La maggior parte delle persone alle quali ho raccontato questi episodi mi ha fatto la stessa identica osservazione: mi ha domandato se fossi realmente così naïf da credere che lo scenario non fosse simile in quasi tutti gli ambienti lavorativi. Chi non ha liquidato la faccenda dietro allo Zeitgeist, mi ha consigliato di non sposare la causa per il mio quieto vivere. Eppure, sapere che l’ossessione per la sicurezza è una conseguenza delle destre al potere nonché di un’ignoranza fanatica ed essere conscia del fatto che quello descritto è uno spaccato dello spirito del tempo non mi aiutano ad accettare la situazione, piuttosto mi hanno spronato a riflettere su quanto siamo poco disposti a compromettere la nostra serenità in nome di una causa più grande e più giusta del nostro ombelico.

Penso sia stata per questa consapevolezza che ho deciso di confrontarmi con alcuni dei miei compagni di lavoro. C’è stato chi mi ha detto che se avessi delle figlie, potrei capire tale preoccupazione e chi mi ha raccontato che per insegnare alla tirocinante ad avere timore, le è stata nascosta la borsa fingendo un furto. Mi sembra evidente che la fantasia delle mie colleghe e dei miei colleghi partorisce immagini di migranti ladri, stupratori, persone violente e malvagie, bande di Drughi mosse da una volontà così forte di commettere atti criminali da avere interesse a entrare illecitamente in un ufficio di consulenza.

Spostando la fobia di un’aggressione dalla propria casa al luogo di lavoro pare chiaro che ciò che le mie colleghe temono non sia più solo la violazione della proprietà privata, ma la violenza sulla persona. Quando, con il sorriso in viso, la mattina mi si dice che, se dovesse entrare qualche malintenzionato, dovrei accorrere in soccorso; quando mi si chiede, sotto forma di battuta,se sono così forte da riuscire a spaccare la testa a chiunque possa tentare di avvicinarmisi durante la passeggiata della pausa pranzo, si pone come reale uno scenario inventato. Tale percezione della realtà è doppiamente falsata: non solo non corrisponde ai fatti di cronaca che non raccontano nefandezze commesse da migranti nei dintorni della riccaMerano, ma è assolutamente sproporzionata rispetto ai dati di presenza.

Sul sito della Provincia di Bolzano aggiornato al 2017 si legge che in Alto Adige i richiedenti asilo sono 1400, lo 0,9% del totale presente in Italia.Nello stesso anno la popolazione residente in provincia ammonta a 527.750, di cui il 9% è costituito da stranieri provenienti per la maggior parte dall’Europa. Immaginando verosimilmente che i numeri non siano cambiati in modo significativo nell’ultimo anno e mezzo, gli “sbarcati”di Lana insieme a tutti i richiedenti asilo presenti sul territorio sudtirolese rappresentano lo 0,2% dei residenti totali della provincia.

A fronte di questi numeri non è stato facile incontrare uno dei ragazzi ospiti del centro Henry. Chad ha venticinque anni e viene dal Gambia. Gli ho domandato come si trova a vivere nella zona industriale di un paese di confine dove la maggior parte delle persone parla dialetto tedesco e dove l’integrazione sembra non esistere nemmeno tra i madrelingua italiani e tedeschi. Le mie si sono rivelate questioni condivise solo in parte da Chad: le sue emergenze erano sapere perché gli stessi chiedendo quelle cose e trovare un lavoro per risolvere il problema documenti. Mi ha detto che la sua vita si basa su un presente da chiarire, un oggi con priorità che non includono in quale città italiana voler abitare. È stato strano rendersi conto che ero io a portare il discorso sulla discriminazione e il senso di esclusione. Mi aspettavo di trovare insofferenza e rabbia, sentimenti che sembravano essere espressi solo da me. Quello che ho percepito da parte di Chad è stata preoccupazione e volontà di non creare problemi. Il nostro scambio è durato solo un paio di minuti, perché Chad doveva andare.

Questa è una storia di quotidianità, non racconta nessun fatto straordinario, perché ciò che dovrebbe essere sconcertante è oramai accettato e condiviso. Questa è una storia che racconta la fine del senso di vergogna e di scrupolo. Questa è una storia che insegna ad aver paura dell’uomo nero, se con “nero” s’intende razzista.

Commenti
3 Commenti a “Ho paura dell’uomo nero”
  1. Engy scrive:

    ma che racconto edificante!
    Le storie di quotidianità sono tante, più o meno edificanti, alcune molto meno edificanti: ad esempio nei quartieri delle stazioni ferroviarie.
    O nelle periferie delle città, tradizionalmente abitate dal ceto medio-basso, piu’ basso che medio; periferie che le amministrazioni locali, per mezzo di cambiamenti strategici alla viabilità, si sono trasformate in ghetti; e nei ghetti si sa, ne succedono di ogni e le persone, gli anziani, non si inventano i problemi.
    Ma continuiamo così, a non voler prendere atto di certe realtà, a dare del razzista a chiunque (di solito i meno abbienti) osano lamentarsi a vario titolo, continuiamo in questa ottica adolescenziale che divide il mondo in buoni e cattivi, in bianco e nero.

  2. Elena Grammann scrive:

    Sì, il punto è quello: che si tratta di un racconto edificante. La nuova agiografia. Può anche darsi che abbia uno scopo e un’utilità, che sia politicamente preferibile a altri racconti ugualmente e inversamente parziali, ma il valore di verità generalizzabile è uguale a zero.

  3. Engy scrive:

    esattamente Elena!

Aggiungi un commento