anne imohf

Il (pazzesco) peso del mondo: Anne Imhof alla Biennale

anne imohf

di Leonardo Merlini

Quando esco dal padiglione della Germania alla 57esima Biennale d’arte di Venezia, in una mattina di luglio, lontana due mesi dai giorni affollatissimi e super glamour della preview, la sensazione che porto con me, mentre mi siedo sugli stessi gradini dove tre ore prima ho atteso di entrare insieme ad altre decine di persone per provare a scrivere subito qualcosa di onesto (o di consapevolmente delirante, se preferite) su ciò a cui ho appena assistito, la sensazione, dicevo, somiglia al peso del mondo intero. Ma non portato sulle mie spalle, piuttosto diffuso, atomizzato, condensato nei corpi dei performer che hanno appena terminato di mettere in scena il Faust di Anne Imhof, progetto enorme e assolutizzante che ha vinto con merito il Leone d’oro per le partecipazioni nazionali.

(Lo scrivo consapevole del fatto che il “pezzo” in sé più importante visto in questa Biennale per me resta quello di Giorgio Andreotta Calò – significativamente intitolato sia Senza Titolo sia La fine del mondo – nel padiglione italiano di Cecilia Alemani, curatrice che ha saputo ridare una dimensione e una credibilità internazionale allo spazio dell’Italia. Ma sono altrettanto convinto che una Biennale di Venezia debba premiare il progetto tedesco, perché a questo servono certi eventi globali: a sottolineare i momenti in cui si oltrepassano dei confini, magari a discapito di quello che, per quanto sia ridicolo usare questo aggettivo parlando d arte contemporanea, appare, per certi versi, più “bello”).

Il lavoro di Imhof è talmente potente, talmente declinato sul limite tagliente tra la dimensione del visibile – e quindi dell’apparentemente noto, e quindi del “riconosciuto” – e quella dell’invisibile e dell’incomprensibile – per questo essere altro da noi, in certi momenti chiaramente identificabile come “diverso” e perfino “ostile” – da assorbire ogni cosa, compreso il tempo, che nel padiglione tedesco gode, almeno nei momenti della performance, di una sua diversa processione, quantistica piuttosto che lineare. Una serie di salti in avanti, di scartamenti di velocità della percezione degli eventi, ma anche degli eventi stessi, che dà forma a qualcosa che mi appare irrimediabilmente perduto, come un’antica civiltà, perfino nel momento in cui lo vedo accadere proprio in quel momento sotto i miei occhi. Come se assistessi, senza stupore, a un rituale azteco, a Venezia nel 2017.

Il messaggio che Anne Imhof vuole veicolare, mi spiegano i testi e i comunicati stampa, è fortemente politico, una denuncia del Potere, qualcosa di orwelliano se volete, ma qui tutto accade in una veste tragicamente (nel senso teatrale) punk e molto più contemporanea. “Faust” significa “pugno”, e i pugni dei performer colpiscono spesso i vetri che strutturano in padiglione su più livelli, allargando e al tempo stesso riducendo la possibilità di visione dello spettatore, ma quelli che sento (dolorosamente anche) sono pugni di rabbia che però non riescono a colpire il mostruoso bersaglio a cui si oppongono, perché per Imhof ormai anche i nostri corpi non sono altro che oggetti del Capitale, il cui tragico dominio appare incontrastato e incontrastabile.

Eppure, come spesso accade con le opere d’arte veramente importanti – per fortuna – l’esito del lavoro va ben oltre la cornice ideologica nella quale è stato concepito. E così la riflessione che si innesca nella mia testa, mentre sono ipnotizzato dai muscoli facciali di un performer che resta a bocca spalancata per decine di minuti, è sull’umano a tutto tondo, sulla corporeità come problema irrisolto, sull’amore e sul sesso, sia questo una esibizione – peraltro misurata – di autoerotismo oppure una lotta che è tanto violenta e disperata quanto pure, in pochi preziosi momenti, sensuale (nel senso del coinvolgimento di tutti i sensi, il piacere invece appare chiaramente messo al bando, proprio come accadeva in 1984).

Ecco, un altro aggettivo che credo sia del tutto coerente usare è proprio “disperato”, nel senso etimologico definito di una situazione dalla quale la speranza è esclusa (o anche nel senso in cui lo utilizza David Foster Wallace per descrivere il proprio stato d’animo durante la celebre crociera che gli offrirà lo spunto per uno dei suoi libri più brillanti, Una cosa divertente che non farò mai più). Ma qui, dentro questo caotico Faust nel quale il pubblico offre un rifugio e al tempo stesso fa da prigione (noi siamo i carcerieri guardoni) ai performer, qui l’assenza di speranza è anche un’opportunità per guardare in modo più lucido, in primo luogo a noi stessi.

Noi (dire io qui sarebbe riduttivo) che ci muoviamo quasi in sogno non sapendo in quale dei tre grandi spazi del padiglione accadrà la prossima azione decisiva; noi che guardiamo la ragazza sul precipizio e in qualche modo speriamo che si butti – non lo farà, per la cronaca –; noi che ci facciamo aria con i ventagli e molto spesso, anche nei momenti più drammatici della messa in scena, filmiamo con gli smartphone e… sorridiamo. Ma, a ben guardare, sono sorrisi che sembrano nascondere, peraltro senza successo, l’imbarazzo e la paura di esserci riconosciuti, pur nella distanza siderale che apparentemente ci separa da quanto accade nell’opera d’arte, esserci riconosciuti per ciò che siamo, brutalmente e in profondità. Esseri. Umani. E il resto, qui, adesso, diventa soltanto sovrastruttura.

Scultoreo e periodico – i corpi si muovono colti, le azioni si ripetono – il Faust dell’artista tedesca è un dramma che ricorda una delle cose migliori che si siano viste nelle ultime Biennali, il Vangelo secondo Matteo di Virgilio Sieni, portato dal coreografo fiorentino alla Biennale Danza nel 2014. E dunque diventa inevitabile ritornare a pensare a come le diverse forme di espressione artistica – la Imhof presenta nel padiglione tedesco anche dipinti e sculture, oltre che musica – siano in fondo solo sfumature, siano tasselli di un quadro più grande che, talvolta, si ha la fortuna di vedere composto e compiuto.

Il che non vuol dire che ci siano “soluzioni”, assolutamente non è così, perché in fondo si tratta anche qui dei principi della letteratura e ciò che si conquista sono sempre solo domande; ma, a un certo punto della performance arrivo chiaramente a capire che esistono delle “interpretazioni” complesse ed efficaci, momenti nei quali le cose si chiarificano e vivono di un’altra intensità. Anche se poi il prezzo da pagare è il peso del mondo.

Quando esco dal padiglione della Germania, e mi sento orfano delle facce e del modo di muoversi degli altri spettatori che insieme a me hanno seguito tutte le due ore e mezza di performance, ho scordato tutto il resto: quanto avevo visto prima e quanto potrà succedere dopo, compreso il fatto di dover, prima o poi, andare a riprendere il treno per Milano. Non c’è più spazio per altri padiglioni, mi fermo a scrivere e, poco più di un’ora dopo, mi metto a vagare senza un’idea per i Giardini, ancora travolto dalla sensazione di avere assistito a qualcosa di veramente rilevante. E anche nella città più triste del mondo – e lo scrivo amandola, questa Venezia estiva – con tutte le mie forze, vivendola ormai come se fosse la “mia” città – sento, misto al cherosene dei vaporetti, anche il profumo della più assurda e inspiegabile e inutile e bellissima delle felicità.

Aggiungi un commento