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Pedro Lemebel, cantore degli oppressi

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Poco più di anno fa la morte di Pedro Lemebel destò in un Cile commosso una grandiosa celebrazione, nella forma, festosa pur nella tristezza come l’autore avrebbe desiderato, di un corteo popolare, spontaneo anche se accompagnato dal sentito cordoglio del Presidente della Repubblica Michelle Bachelet (come qui narrato).

Facile è scadere nella retorica quando si parla di uno scrittore fieramente, oltraggiosamente omossessuale, cantore degli oppressi e punto di riferimento letterario degli oppositori in un paese schiacciato da una dittatura sanguinaria.

Eppure, approfonendo la figura fascinosa di Lemebel, smarrendosi nelle sue pagine labirintiche di tensioni carnali e improvvisi sussulti civili, lasciandosi ammaliare dal suo stile raffinato eppure intarsiato di turpiloquio, si può cogliere come la definizione data da Roberto Bolaño (“il più grande poeta della mia generazione, anche se non scrive poesia”) non sia solo un’iperbole dettata dall’affetto.

Ora, Marcos y Marcos (a cui dobbiamo l’edizione italiana di Ho paura, torero, l’unico, splendido romanzo dello scrittore) pubblica Parlami d’amore, una raccolta preziosa e composita di brevi cronache, pagine di varia e contrastante ispirazione, ma legate dal filo rosso di una forte indipendenza intellettuale.

Il lettore italiano, abituato al crudo ed elegante realismo di certo Tondelli o al barocco compiacimento osceno di Aldo Busi, ritroverà in Lemebel entrambe queste anime, armoniosamente conviventi grazie al dono di un invincibile senso del gioco e in marcia nuziale verso l’altare dell’impegno politico.

Proprio questa coralità stilistica e interiore, quest’anima insieme unica e plurale (come la definisce Matteo Lefèvre nella prefazione) dello scrittore ha ispirato l’interessante esperimento di questa edizione, in cui diversi traduttori si sono confrontati (spesso sullo stesso testo) con le multiple personalità stilistiche dello sfuggente scrittore cileno.

Lemebel, in queste brevi, incantevoli cronache, racconta, con la grazia sconcia della sua prosa colta e turpe,  memorabili epifanie di una vita non conforme ai dettami del Potere: gli incoscienti, pericolosissimi flash-mob ante litteram contro la dittatura, sterili eppure non privi di una nobiltà eroica; commoventi, eroiche storie d’amore, perfette fino a sembrare impossibili, che resuscitano improvvise nel grigiore del quotidiano; la violenza cieca della natura che possiede gli uomini nell’ebbrezza di vendetta e di stupro; le passioni effimere e brucianti, le dolci memorie infantili trasfigurate nella luce del ricordo poetico, l’orgoglio e il veleno della diversità proclamata, la lotta a testa alta contro l’ingiustizia.

Lemebel confessa, sussurra, urla, coinvolge.

A volte con ingenua approssimazione come in Roma a fior di pelle, in cui l’apparente frivolezza sfocia in una dolente riflessione storica; altre volte con un adorabile snobismo sprezzante nei confronti delle mode di massa, che lo fa accostare a una sorta di eccentrico e distinto precedente di David Forster Wallace, come in Pachamac, dove ulula il vento Non sono Mariposa Airlines; spesso col gusto pungente e adolescenziale della trasgressione purchessìa , come in Fumare in aereoporto, declinato nella complicità da ballata popolare con il mondo dei derelitti (Bordello Mattutino); non di rado con lo sguardo malizioso e ghignante del cercatore sensuale, come Sonnambulismo in collegio L’unicorno della metro.

L’acme del libro è senza dubbio la celebrazione, straziante di furia, della morte di Pinochet, l’odiato Nemico di tutta la vita: Le esequie della carogna.

Qui la prosa, sovente ricercata e carica d’effetti, del grande scrittore depone ogni infingimento, e vibra sincera, penetrante, solenne e plebea come il canto di un Ultimo Giudizio, che nulla ha di divino ma prorompe disperatamente, violentemente umano: “Un gran rutto, una scorreggia funebre, e finalmente l’incubo golpista lasciò questo mondo (…) Era sfuggito come un rospo viscido a tanti di quei processi per crimini e atrocità, che era arrivato alla fine della propria vita senza essere mai condannato. E forse proprio quella smorfia beffarda davanti alla giustizia rimase impressa sul vetro del suo feretro che si beccava lo sputacchio del giovane nipote del generale Prat, assassinato a Buenos Aires. Il giovane audace che aveva aspettato lunghe ore e lunghi anni per togliersi lo sfizio di scatarrare su quella risata irriverente. E da quello sputo ci sentiamo rappresentati in tanti, tutti noi che brindiamo, saltiamo e balliamo lungo la Alameda in festa, storditi e commossi, esultando chiappe al vento per l’ultimo respiro della bestia”.

L’identificazione è comprensibile: tutta la vita, sfacciatamente ribelle e altezzosamente diversa, tutta l’arte, di per sé eversiva nella suo puro essere gioia creativa, tutta la testimonianza lunga un’esistenza di Pedro Lemebel hanno esse stesse rappresentato per sessantadue anni un superbo sputo in faccia all’infame dittatore.

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