Antonio Pennacchi e la costruzione di una memoria collettiva

di Nicola Villa

Se l’Agro Pontino è per Antonio Pennacchi una musa (Magrelli), un fantasma (Pavolini) o la sua Yoknapatawpha – la contea di provincia americana dove Faulkner ha scritto e ambientato tutte le sue opere e vicende umane universali – allora Canale Mussolini, l’ultimo romanzo dello scrittore sessantenne di Latina, è il suo destino letterario, il suo compimento, “il libro per cui sono venuto al mondo” come scrive lui stesso nelle poche righe introduttive. Il libro che tutti i tardivi apprezzatori di Pennacchi attendevano, dello scrittore di finzione con oltre sette titoli tra romanzi e raccolte di racconti, nonché dello scrittore di inchieste e ricerche storiche sulla rivista Limes, raccolte almeno in due volumi, perché è un romanzo che ferma la storia della bonifica dell’Agro Pontino, che mette ordine.
La storia parte nel 1926, anno d’inizio della bonifica più famosa e riuscita sotto il ventennio, ma affonda ancora più indietro attraverso il racconto dei Peruzzi, mezzadri veneti alla fine dell’Ottocento, una vera e propria stirpe, un genus come esempio, insieme ai ferraresi, gli emiliani e i friulani, e simile alla maggior parte di quei coloni da cui discendono gli abitanti dell’Agro Pontino. L’antefatto è la miseria della campagna, i disastri, soprattutto economici, della prima grande guerra, la rovina completa tanto che anche a generazioni di distanza si conserva l’esclamazione “maledéti i Zorzi Vila”, il nome dei conti proprietari delle terre con i quali si è sempre in debito per le carestie e le spese del raccolto.
Raccontando la vicenda e le traversie dei Peruzzi, precoci simpatizzanti per l’ordine nuovo fascista, Pennacchi fa un ritratto del giovane Mussolini, degli anni fertili di formazione novecentesca e di grande instabilità dell’Italia, incubazione del fascismo europeo in fin dei conti, del periodo del primo dopoguerra: il biennio rosso e le lotte per il potere tra socialisti e fascisti, tra fratelli che si odiano, Romolo e Remo, Caino e Abele, anticipazione della guerra civile e della nascita della Resistenza. Il corpo epico del racconto si concretizza con la presa del potere di Mussolini, la bonifica, spiegata nei minimi particolari tecnici, l’esodo di più di trentamila persone in tre anni, pionieri in una sorta di nostrano far west e il faticoso inizio nelle terre strappate alla palude per tentare di sopravvivere. Uno dei tanti poderi dell’Opera nazionale combattenti viene affidato ai Peruzzi, di cui lo zio Pericle diventa il più autorevole pater familias, novello Enea contadino, proletario, fascista e violento, e nell’Agro comincia la lotta contro la malaria – sconfitta solo in seguito dagli americani con massicce dosi di d.d.t. – ma soprattutto l’opera di fondazione di città e di borghi a opera del Duce, l’ex rivoluzionario al potere che incomincia a credere alla propria propaganda e alla sua parodia della realtà. In mezzo c’è la guerra d’Abissinia con le sue tremende stragi che fanno da preludio al disastro della seconda guerra mondiale.
Un grande poema epico che vuole raccontare la storia d’Italia, Canale Mussolini, attraverso le vicende degli umili, episodi drammatici e altri comici, i grandi eventi della Storia, parti meno conosciute e le origini e le contraddizioni di un popolo. Alcuni episodi, alcuni racconti tra i più marginali rispetto alla Storia, resteranno a lungo nella memoria e nella mente dei lettori per intensità, forza e per il carico di pietas, come il crudo assassinio di un prete ribelle di Comacchio, o la morte accidentale di un bambino caduto dal treno verso la terra promessa. Inoltre alcuni intenti, proprio di ritorno e di retro-analisi sul fascismo, sembrano comuni alle ultime opere dei migliori registi italiani come il Vincere di Bellocchio e Le rose del deserto di Monicelli. I modelli dichiarati di Pennacchi sono noti: Il mulino del Po di Bacchelli per la tematica contadina, I promessi sposi di Manzoni per la commistione tra storie e Storia, La geografia di Strabone per la curiosità topografica, La vita di Cellini per la scelta di uno stile spumeggiante e, perché no, l’Eneide di Virgilio per l’avventura, le guerre e l’esodo.
Il limite, ma anche il punto di forza di questo romanzo, è la commistione di generi tanto in una narrazione confidenziale, da filò – il racconto nella tradizione veneta in una comunità contadina dopo il lavoro –, quanto molto interessante, linguisticamente, nel recupero del dialetto dei primi coloni che ormai si parla solo nei Borghi dell’Agro. Una commistione necessaria per far emergere un coro di voci che diano forza, per la prima volta, a un mito di fondazione nella palude redenta. In questo senso assume un valore fondamentale la cartina, nel retro copertina, che illustra il prima e il dopo della palude, che è inevitabile consultare durante le spiegazioni tecniche sulla bonifica.
Pennacchi, dopo un fondamentale libro di formazione Il fascio comunista (Mondadori 2003) sugli anni politici sessanta e settanta su un tema tabù come il neofascismo, dopo i racconti sulla sua esperienza in fabbrica Shaw 150 (Mondadori 2007) e molti altri libri di cui si ricorda solo un thriller horror proprio su Latina, Palude (Donzelli 1995), si conferma un grande scrittore alla sua opera più importante anche per il contributo alla costruzione di una memoria collettiva.

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