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Pensa sempre di essere il nipote

Sulla scia del dibattito sugli scrittori italiani under 40 aperto dal Sole 24 Ore prima delle nostre vacanze, pubblichiamo qui sotto l’intervento in merito di Gianluigi Ricuperati.

Nel 1975 Brian Eno e Peter Schmidt pubblicarono un mazzo di carte esistenziali, ognuna contenente una frase che sembrava un suggerimento, una presa in giro o il consiglio di uno spirito patafisico. Nei momenti difficili se ne estraevano alcune, cercando di trarne indicazioni decenti. “Cosa farebbero i tuoi amici più cari?” “Rendi onore agli errori trasformandoli in intenzioni segrete”. “Descrivi il paesaggio cui tutto questo appartiene”. “Non essere terrorizzato dai clichè”.

Se il tema è ‘la nuova generazione letteraria italiana’; se il tuo nome è stato inserito in una lista piena di autori (e troppe poche autrici); se alcuni di loro hanno caldeggiato, infornato, confortato, spinto, editato il tuo romanzo d’esordio; se si accende una polemica, viene richiesto un tuo intervento, è un momento difficile. Hai bisogno di suggerimenti. Hai bisogno di ragionevoli comandamenti – ma sei lontano da casa, non hai le carte di Brian Eno con te. Devi fartele da solo, le piccole stringhe di ammonizione
Pensa sempre di essere il nipote. Alberto Arbasino scrisse un giorno che in letteratura non esistono padri o figli, che le eredità si passano con il salto del cavallo, da zio a nipote. Per diverse ragioni, questa generazione di scrittori ha subito in modo speciale l’influenza di un gruppo di autori americani che ha esordito negli anni novanta, da Rick Moody a Wallace, da Eugenides a Franzen. I trentenni che sono venuti dopo, negli Stati Uniti, non sono granchè – e molti autori italiani stanno pubblicando per le migliori case editrici americane. La zia fondamentale, per chi scrive, è una signora della prosa anglosassone: Joan Didion, autrice di frasi stupende, titolare di uno sguardo originale e insieme rilevante sulla California e sul mondo, abilissima a trasmigrare dalla finzione alla non-finzione.
Prendi le distanze da chi non crede in quello che fa. Non è infrequente che i responsabili di collana in Italia non leggano i libri dei propri autori, perché non interessati; il (poco) pubblico, di conseguenza, finisce per respirare un’aria stantia, avversa alle novità e refrattaria a ogni forma di eccitazione intellettuale. Crederci significa ritardare la pubblicazione di un libro, costringere, implorare, terrorizzare, educare gli autori all’ambizione.

Coltiva la curiosità fino alla disperazione. Se c’è un aspetto positivo della tradizione letteraria italiana, è la maniera favolosa in cui le scritture più interessanti del 900 si sono ibridate con le altre discipline, umanistiche o scientifiche: Savinio, Gadda, Primo Levi, Emilio Villa, Amelia Rosselli, Arbasino, Longhi, Parise, per non citare che alcuni mirabili voci assolut, hanno istigato con la propria prosa l’immaginazione spaziale, architettonica, musicale, artistica, pittorica. Ma oggi, quanti scrittori italiani, non solo under 40, sono coscienti del fatto che là fuori ci sono artisti che lavorano su idee formidabili, e potentemente narrative? Nomi come Gerald Byrne, Dominique Gonzalez-Foerster, Tacita Dean, Karen Cytter. La prossima gita a Chiasso dovrà essere nei migliori musei e nelle gallerie più avvincenti.
Ma è necessario soprattutto, parlando di romanzieri, coltivare la religione del personaggio. Quanti personaggi indimenticabili ricordiamo nella letteratura italiana degli ultimi trent’anni? Non serve fare nomi. Qualcuno c’è. Ma vogliamo di più e meglio, e i più seri tra noi forse stanno già lavorando in questa direzione. In una puntata di Breaking Bad, una delle bellissime serie tv a stelle e strisce che stanno ridefinendo il panorama della cultura narrativa popolare, c’è una scena che vale la pena raccontare. Il protagonista della serie, Walt White, è un professore di chimica malato di cancro, che per dare un futuro alla famiglia decide di fabbricare le migliori metamfetamine sul mercato. Dopo innumerevoli tensioni, rischi, difficoltà, passi falsi, riesce finalmente ad accumulare una bella somma – cinquecentomila dollari, in contanti, nascosti in sgabuzzino. Una sera è a casa insieme alla neonata. Lei strilla e piange, lui si alza per lasciar riposare la moglie e prende in braccio la bimba: ti faccio vedere una cosa, le sussurra mentre la conduce di fronte alle pile di banconote, girandoci intorno, vezzeggiando il capitale accumulato, facendole annusare per procura l’odore dei soldi. È una scena perfetta, con un personaggio antieroico, brutale, pieno d’amore e di risorse. È una storia, quella di Breaking Bad, che anticipa e racconta un mondo a venire in cui l’accesso al denaro sarà sempre più piramidale. Non importa che sia ambientata ad Albuquerque – con qualche adattamento potrebbe essere anche Macerata. Come gli Stati Uniti, e diversamente dalla maggior parte dei paesi europei, l’Italia incarna un modello di realtà ‘regolare’, apparentemente quieta, ma in verità inframmezzata da ampie sacche selvagge – una piastra in cui si alternano abbondanza, devianza, corruzione, aspirazione, lusso, calma, alta cultura e violenza senza briglie. Il romanzo è una repubblica invisibile fondata sul vampirismo e la reinvenzione della realtà, sull’individualità della voce e del fenomeno umano. L’Italia, invece, è una repubblica ben visibilmente fondata sul primato della casa, l’anarchia fiscale, la meraviglia del paesaggio, il benessere spiccio, le consolazioni familiari e le ingegnosità individuali. Ha ragione Lagioia quando dice che il discorso non riguarda solo gli under 40. La scommessa sarà vinta se la nostra, la precedente, o la prossima generazione produrrà romanzi che non rinunciano a niente, non all’ardimento strutturale, non alla sperimentazione, non alla forza delle idee: romanzi che crescano alla luce fredda di un’installazione ma diano la dipendenza calda di una serie tv. Ci sono quasi tutte, ora, le condizioni necessarie perché fra qualche decennio il romanzo italiano possa rientrare qualcosa di simile a una categoria davvero riconosciuta, tipo ‘sto leggendo tutti i russi’. Detto con ogni umiltà possibile: dipende da noi. Forse accadrà, se saremo in grado di raccontare questo paese sconvolgente con mezzi estetici di un’ambizione sconvolgente.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
3 Commenti a “Pensa sempre di essere il nipote”
  1. Pippo scrive:

    tutto bello e giusto tranne l’ultima frase davvero di magro spessore.

  2. Alessandro scrive:

    Bellissimo, questo intervento. Restituisce, lucidamente, responsabilità a chi, questa responsabilità, ce l’ha prima di tutti.

  3. Alessandro scrive:

    Perché di magro spessore, Pippo?

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