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Peppe Servillo legge Napoli

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Maurizio de Giovanni è da anni divenuto uno scrittore popolare per i suoi cicli di romanzi gialli, ambientati in una Napoli equidistante sia dai luoghi comuni da cartolina, che dagli sterotipi delle narrazioni criminali, di cui è così in voga la spettacolarizzazione.

I suoi romanzi sono stati tradotti in varie lingue e sono oggetto di  varie trasposizioni (segnaliamo ad esempio I Vivi e i Morti,  la bella versione a fumetti del racconto L’Omicidio Carosino realizzata da Alessandro Di Virgilio e Emanuele Gizzi).

Il poliedrico Peppe Servillo ha prestato la sua voce alla lettura di I bastardi di PizzofalconeBuio. Per i bastardi di Pizzofalcone (due degli ultimi titoli della Emons, libri dai quali verrà presto tratta una serie televisiva), e leggerà in autunno Gelo. Per i bastardi di Pizzofalcone, altro capitolo della saga.

Con l’occasione, abbiamo conversato con l’attore e cantante casertano del suo rapporto culturale  con la città di Napoli e dei suoi nuovi progetti artistici.

Come vive questa particolare forma di interpretazione?

L’audiolibro offre una diversa possibilità al lettore, o meglio in questo caso all’ascoltatore, un diversa modalità di fruizione del racconto. Quindi ho cercato di favorire, con il mio lavoro, la piacevolezza del timbro, la capacità di non sovrappormi ai personaggi, pur interpretandoli e pur collocandoli, nell’interpretazione, in uno spazio immaginario di cui anche il lettore potesse impadronirsi. Quindi non si tratta di una vera e propria messa in scena, bensì di mettere la mia voce al servizio dei personaggi.

Come considera la rappresentazione di Napoli offerta da de Giovanni?

È una rappresentazione priva dei consueti luoghi comuni, anzi ad essi contrapposta, proprio grazie al colore che egli riesce ad infondere nella sua scrittura. Benché l’atmosfera della narrazione sia tutt’altro che solare, i personaggi sono molto vitali, non solo esteriormente: durante la vicenda essi vivono un profondo movimento interiore, che  accompagna tutto l’arco narrativo. Sono caratteri animati da un ardente desiderio di riscatto.

Pur in una condizione di grande difficoltà, essi mantengono uno slancio vitale che li fa tendere verso nuovi approdi. Per questo, nonostante l’esito drammatico della vicenda, la storia portante del libro somiglia alla navata di una chiesa: ai lati possiamo intravedere altri altari che celebrano le storie degli altri protagonisti, coloro che costituiscono il cosmo del libro. L’autore approfondisce molto i personaggi cosiddetti secondari, fino a renderli in realtà co-protagonisti, una sorta di moderno coro.

Pur rifuggendo i facili stereotipi, anzi proprio per questo, l’autore riesce a creare dei caratteri iconici di quella che potremmo definire per convenzione “identità napoletana”.

Nella descrizione dei personaggi riesce ad approfondire un’immagine di Napoli insolita, diversa, che però nello stesso tempo guarda con grande fedeltà alla realtà storica e alla storia della rappresentazione della città. Sembra un autore in grado di innovare con rispetto.

Lei ha raccontato Napoli con le canzoni, al teatro e al cinema. Qual è, per la sua esperienza, il medium artistico che più si confà al racconto napoletano?

Io sono casertano e ciò è importante nel mio rapporto con questa città. Ho sempre guardato a Napoli come a una Capitale, alla Capitale che io mi personalmente mi figuravo, la città dove avvenivano i fasti e vivevano le persone che mi affascinavano. Una città che mi ha suggestionato sempre, carica dei miei sogni di ragazzo ma, in altro modo, anche di paure.

La chiave espressiva privilegiata per raccontare Napoli è difficile indicarla: tutte queste chiavi concorrono a a raccontare l’idea di questa città che è così complessa  e varia. La città è intimamente legata e connessa tanto al mondo del cinema che a quello del teatro della canzone e dell’opera. Nonostante tutte le difficoltà, è sempre stata una città che riguardo all’ambito che più mi interessa ha sempre avuto moltissimo da insegnarmi.

Con la Piccola Orchestra Avion Travel lei vinse Sanremo nel 2000. Fu una vittoria importante, poiché sul palco nazional-popolare per definizione vinse un gruppo che, pur proponendo musica dalle radici popolari, proponeva senz’altro un livello raffinato di esperimento musicale, rispetto alla media storica delle canzoni in gara.

Fu una scommessa. Una scommessa vinta,  che però ha avuto degli effetti secondari non sempre piacevoli. Sanremo è la  ribalta più popolare, in occasione della quale noi dovemmo accettare la sfida e viverla fino in fondo. Sentimento, come anche prima Dormi e sogna,  sono considerate quasi canzoni napoletane, nella natura, nella melodia, nell’armonia e nella struttura. Il proporle su quella ribalta fu un gesto di sfida. In realtà,  la cultura napoletana ha sempre cercato di coniugare la diversità con la platea vasta. Pensiamo al teatro, al Festival di Piedigrotta, occasioni in cui si presentano moltissime proposte personali, originali, innovative, però sempre rivolte a un grande pubblico.

Napoli, del resto, non è solo la culla della musica popolare, ma è è stata anche fonte d’ispirazione per alcune fra le figure intellettuali più prestigiose d’Europa. Sono due anime che convivono in ogni artista che si accosti consapevolmente alla cultura napoletana.

Assolutamente si. Da parte mia, lo dico con grande umiltà, senza voler insegnar nulla a nessuno, con il Solis String Quartet, ho affrontato un percorso di conoscenza e approfondimento della canzone napoletana, di cui in primo luogo sono io a gioire, poiché avevo desiderio  da autodidatta di esplorare questo immenso repertorio. In tarda primavera uscirà il secondo disco della nostra esperienza comune.

Lei ha vinto anche il Premio Ubu, come interprete de Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, altro esponente nobile della cultura napoletana.

Si, da attore non protagonista, con la regista di mio fratello Toni. Vede, nel teatro il mio è un percorso solitario, in cui proveniendo da un ambito diverso che è appunto quello della canzone, provo ad imparare ad ogni esperienza. Nel lavoro del cinema ci si pone al servizio di un progetto che è condotto dal regista, a teatro il lavoro collettivo è più forte e si rinnova ogni sera. L’attore a teatro si espone in prima persona, soprattutto quando si reinterpreta un testo del genere, così legato ad una figura importante.

Esperienza che ripeterà presto, interpretando L’Opera da tre soldi nel tempio italiano degli eredi di Brecht.

Si, Il 21 Maggio andrò in scena al Piccolo di Milano con una nuova edizione de L’Opera da tre soldi, quarant’anni dopo l’ultima di Strelher. Una bella responsabilità.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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