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Per Esmé, con amore e squallore 3

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Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. Oggi alle 18 Paolo Cognetti incontra i lettori alla libreria Lazzarelli di Novara.

Per Esmé, con amore e squallore – Ogni casa è una storia

Una storia, secondo Alice Munro, è un oggetto simile a una casa: con la sua porta d’ingresso e le sue stanze vuote o piene, ampie o anguste, illuminate o buie; con i suoi muri, i corridoi, le soglie per passare da una stanza all’altra e le finestre per guardare fuori; e se scrivere è come costruire questo spazio leggere è come abitarlo, o almeno trascorrerci una notte o due. A me pare che la similitudine sia vera anche al contrario: ogni casa è una storia. Intanto perché, proprio come un racconto, è un contenitore che divide il mondo in due spazi, un dentro e un fuori in conflitto tra loro. Poi perché una casa cambia con il tempo, e che altro c’è da raccontare se non questo – conflitti e cambiamenti? Così, per cominciare a immaginare la storia di una casa potremmo chiederci: quale segreto nascondono i suoi muri, quale tesoro proteggono? E quale minaccia o lusinga c’è appena fuori? E poi: come viene modificata, la casa, dalla vita dei suoi abitanti? Andiamo a stare in una casa nuova, e il primo lavoro che facciamo è imbiancare le pareti. Cancelliamo dalla casa la storia di chi non c’è più: abitandola ci scriviamo sopra la nostra.

Come scrittore credo di esserne ossessionato. Ma ancora prima come lettore. In «Wakefield», per molti versi racconto-capostipite della letteratura americana (è del 1837), Hawthorne mette in scena un uomo comune, marito devoto e onesto cittadino, che un giorno finge di partire per un viaggio di lavoro. Prende la borsa e il cappello, bacia la moglie, apre la porta ed esce di casa, subito inghiottito dalla folla urbana. Poi però, invece di andare alla diligenza, volta l’angolo e si infila in un portone, sale le scale, entra in un appartamento, posa i bagagli e si mette a spiare casa sua dalla finestra. Non sappiamo esattamente perché lo faccia (anche se io ho la mia teoria: è uno scrittore). Ha l’aria di essere una semplice curiosità, seppure un po’ morbosa, ma il gioco prende la mano a Wakefield, che rimane a osservare la sua casa senza di lui per un giorno, poi due, poi tre.

È così dolce non esserci, sparire, guardare senza essere guardati, che alla fine, in quell’appartamento, quest’altro Bartleby ci resta per vent’anni. Da spettatore assiste al lutto della moglie, al lento incedere della vecchiaia. Lui stesso si rifà una vita. Quasi dimentica. E poi durante una serata piovosa gli capita di passare sotto la sua vecchia finestra, vedere una luce, anzi un’ombra – l’ombra di lei sul soffitto, proiettata lassù dal fuoco del camino – e irresistibile gli sorge il desiderio di rientrare. Ultimo tocco da maestro di Hawthorne: non è la luce ad attirare Wakefield ma l’ombra, il doppio tremolante e oscuro della sua sposa fedele. L’uomo sale le scale, afferra la maniglia. Apre la porta e fa un passo oltre la soglia. Ogni bravo scrittore di racconti sa che questo è il momento di calare il sipario.

Se fossi un narratologo dell’Ottocento, uno di quegli studiosi che smontavano le storie come meccanismi di precisione, mi dedicherei a catalogare le funzioni della casa in narrativa. Quante cose possiamo fare con una casa in un racconto, e con quali significati? «Wakefield» ne suggerisce almeno tre:

Scappare di casa: lasciare tutto e cambiare vita.

Spiare casa propria da fuori: immaginare la propria morte.

Tornare a casa dopo molti anni: fare i conti col passato.

Anche gli scrittori scappano di casa, e non sempre finiscono per tornarci. Alcuni preferiscono raccontare la strada, il bosco, il mare, il mondo che c’è fuori dalla finestra e lontano dal cortile recintato. Hemingway di case non scrisse quasi mai. Una delle poche fu quella sul lago Michigan, un ricordo d’infanzia: dentro c’era la madre di Nick Adams al buio, ci viveva come una suora di clausura. Forse per questo sia Nick che Ernest ne restarono sempre alla larga, dandosi ai vagabondaggi (Chiudersi in casa: essere ammalati o depressi).

Carver invece ne accumulò un bel campionario, lui che di traslochi se ne intendeva bene. Case carveriane a cui sono affezionato: quella di «Perché non ballate?», in cui un uomo lasciato dalla moglie porta in giardino i mobili e li mette in vendita (Portare fuori i mobili di casa: esibire la propria intimità. Vendere i mobili di casa: sbarazzarsi del passato). Quella di «Vicini», in cui due coniugi si introducono nella villetta accanto in assenza dei proprietari, e giocano a immaginare di essere loro (Occupare abusivamente la casa di un altro: rubargli l’identità). E poi la mia preferita, «La casa di Chef» del racconto omonimo: il proprietario, Chef, presta una casetta al suo amico Wes perché possa smettere di bere, far pace con la moglie e provare a ricominciare. Per qualche tempo sembra che funzioni, solo che poi la figlia di Chef resta incinta di un tizio che se la dà a gambe, Chef chiede indietro la casa per sistemarci la ragazza e il pargolo, e la riabilitazione di Wes va a farsi benedire (Abitare in una casa in prestito: vivere nell’incertezza. Essere sfrattati di casa: piombare nello smarrimento).

Ma tra i grandi scrittori di racconti, credo che il più domestico di tutti sia stato John Cheever. A lui piacevano particolarmente queste due funzioni: Introdursi in casa d’altri e Subire un’intrusione. Ci ha lavorato sopra per una vita, costruendo intorno alla casa e ai segreti che nasconde la sua epopea dei sobborghi. La borghesia secondo Cheever: fuori c’è un giardino impeccabile, una facciata bianca, uno steccato ridipinto ogni anno a primavera; dentro infelicità, violenza, alcolismo, degrado morale. A volte le pareti domestiche non bastano più, e il dentro può essere origliato da uno strumento magico («Una radio straordinaria»), rivelato dall’incuria del giardino o dalla cronica assenza di ospiti («Il furgone rosso»), raccontato dagli oggetti trovati nelle case in affitto («Le case al mare»), violato con una nuotata di piscina in piscina, di segreto in segreto («Il nuotatore»). Non per niente l’altra sua ossessione era il corpo, custode di istinti e appetiti inconfessabili: la casa è un corpo e ciò che contiene assomiglia, più che all’anima, a una malattia covata a lungo e destinata presto o tardi a deflagrare.

Povere case della letteratura americana, nate per custodire il bene più prezioso e finite per essere forzieri di ogni male. Solo di rado succede il contrario, e il male è fuori. Come nel racconto più celebre di Joyce Carol Oates, «Dove stai andando, dove sei stata?»: c’è una ragazzina sola in casa mentre i genitori sono via, e un sinistro seduttore che cerca di convincerla a fare un giro in macchina. La ragazzina è incerta, oppone resistenza; l’invito diventa una lusinga e poi un’oscura minaccia, e misteriosamente a quel punto, proprio come per Wakefield, il richiamo diventa irresistibile. La ragazzina si arrende a uscire come se non avesse altra scelta. Qualsiasi cosa ci sia là fuori, l’adolescenza è la soglia di una casa che crolla alle nostre spalle: Il posto da cui sei venuta non esiste più e quello in cui pensavi di andare si è disintegrato. Il posto in cui ti trovi adesso, la casa di tuo padre, non è che un castello di carte che posso buttare giù quando voglio. Tu lo sai, l’hai sempre saputo. Mi senti?

 COSE CHE SI POSSONO FARE CON LE CASE

(ad uso di scrittori di racconti)

Costruire una casa: fondare una dinastia.

Ereditare una casa: essere investiti di un incarico.

Ristrutturare un rudere: rifondare, riprendere un passato interrotto.

Comprare casa: diventare adulti, mettere su famiglia.

Cambiare casa: cambiare vita.

Imbiancare, riarredare casa: illudersi di cambiare vita.

Avere la casa distrutta, bruciata, allagata: perdere tutto.

Distruggere, bruciare, allagare casa propria: suicidarsi.

Avere i ladri in casa: subire una violazione.

Avere un inquilino in casa: sottoporre la propria intimità a giudizio.

Avere la casa pericolante: vivere nella paura.

Avere la casa infestata da topi, scarafaggi, tarli: avere un segreto.

Avere la casa infestata dai fantasmi: essere perseguitati dal passato.

Affacciarsi alla finestra di casa: desiderare un cambiamento.

Uno sconosciuto bussa alla porta di casa: sorprese in arrivo.

Un poliziotto bussa alla porta di casa: guai in arrivo.

Una casa in costruzione: la nascita.

Una casa trascurata: la malattia, la solitudine.

Una casa illuminata nella notte: la felicità domestica.

Una casa disabitata: la morte.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere (vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (selezionato al Premio Strega 2013). Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
Commenti
10 Commenti a “Per Esmé, con amore e squallore 3”
  1. Luca Alvino scrive:

    Bellissimo questo pezzo, complimenti. E i suggerimenti finali, oltre a essere molto stimolanti, sono un raro atto di generosità da parte di uno scrittore di racconti.

  2. Susanna scrive:

    Bellissimo! Sono circondata di scatoloni perché affitto casa a ( quindi espongo la mia intimità a giudizio di) tre olandesi e questo articolo è la cosa migliore che potesse capitarmi oggi.

  3. zaza77 scrive:

    Paolo mi permetto di aggiungere la mia casa.

    Una casa abusiva: ammazzare la propria terra.

    Non ho la casa abusiva!!

  4. Chiara scrive:

    Facendo ricerca per uno spettacolo avevo fatto un elenco sullo stesso argomento. Lo condivido così com’è, la forma è diretta, più adatta al linguaggio teatrale a cui era indirizzato. Magari a qualcuno può essere utile, chissà…

    Grazie delle tue finestre aperte Paolo,

    Chiara

    Casa = sguardo sul mondo:

    – protezione (qui non mi può succedere nulla, sono in pericolo…)

    – dimensione privata (cosa posso fare solo qui dentro…)

    – dimensione pubblica (abito in centro, in quartiere multietnico, ecc. casa come rappresentazione pubblica di sé)

    – possessione (ho una casa e quindi sono uno che conta, che fa sacrifici, mi hanno concesso il mutuo quindi lavoro, ho le carte in regola… leggi che la crisi ha messo in crisi, appunto)

    – rinuncia (non mi posso permettere una casa: soluzioni alternative)

    – sacrificio (ogni mattone sono quante ore di lavoro? Quante mance? Quante rinunce? ecc.)

    – autorealizzazione (ho sempre sognato una casa con…)

    – lavoro (lavorare da casa, adibire stanze a ufficio…)

    – mortificazione (questo schifo di casa, perché devo vivere qui…)

    – condivisione (vivere con estranei, vivere con amici, mogli, figli, genitori…)

    – ricordo (quante ne ho vissute in quella casa, le case che ho cambiato, i traumi di una casa…)

    – trasloco (cosa scelgo di tenere e cosa butto? Le cose perse in una casa che si lascia, quelle trovate in una casa nuova…)

    – solitudine (rumori, scricchiolii, tv invasiva, amanti, amici…)

    – sensorialità (l’odore tipico di una casa, la puzza di vecchio, l’aroma di caffè, i sapori di una casa, il toccare una casa, i muri freddi, le pareti sottili o spesse, la vista di una casa, le finestre di casa, i rumori di una casa…)

    – obbligo (le rate di una casa, una casa in eredità da dividere la manutenzione di casa…)

    – professioni (muratori, architetti, idraulici, ecc: contatto con diverse umanità)

    – l’interno (l’arredo di casa, la tappezzeria, le mattonelle, ecc: le cose che scopri solo quando devi abitare una casa)

    – sporco/pulito (ricicli o te ne freghi? Metti le briciole sotto il divano o le togli subito? Casa come specchio delle proprie ossessioni)

    – adeguamento (cosa faresti pur di tenerti quella casa, cosa sopporti per vivere in quella casa…)

    – comunanza (qualsiasi sia la soluzione tutti hanno bisogno di una casa, che sia una reggia o il vagone di un treno abbandonato: detta anche “legge dell’uomo lumaca”)

  5. Silvana scrive:

    Grazie Paolo, adesso lo so.

  6. Mariateresa scrive:

    Grande Cognetti, è vero, la casa prima di tutto, la casa da cui partire, la casa dove tornare, il nido, il rifugio, la gabbia, la liberazione, il proprio letto, le proprie cose, le fotografie, le piante che stanno solo lì, gli animali di casa, l’indirizzo, chi come mio padre e mia madre s’innamora perché lui stava al piano di sopra e lei al piano terra, così, fin da bambini, i ragazzini organizzavano il loro matrimonio e si sarebbero sposati ogni momento; la casa! home sweet home! è importante!

  7. Nicoletta scrive:

    una riflessione davvero preziosa
    grazie

    Nicoletta

  8. Gloria Gaetano scrive:

    A volte è più soddisfacente leggere una pagina di critica letteraria di un brutto, o peggio scialbo romanzo…
    Questa è perfetta e motivata…

  9. Gloria Gaetano scrive:

    Magnifico il racconto di Hawthorne,, interessante la proposta di lettura di Cognetti. Aggiungerei anche un’altra lettura: Guardare , pensare la vita nostra e degli altri dal di fuori, come un ricordo proiettato sullo schermo. Il vicario ha una strana patologia psichica. allontanarsi dalle emozioni, E’ più facile così. Non coinvolge, come la senilità di Zeno, o l’apatia grigia e falsamente edonistica dei nostri giorni. E’ uno scrittore, certamente, ha bisogno di descrivere, di allontanarsi dalla vita quotidiana. Ma gli esseri umani conservano tutto nei loro abissi interiori. E il rimosso riemerge. il vicario ritorna a casa.
    Vorrei chiedere a Cognetti come mai sta leggendo e esaminando solo autori/autrici straniere . Io sono convinta che le più belle pagine narrative si trovino in tutti i paesi, ma poche in Italia. Ieri ho riletto un incipit di Schniztler de’Il ritorno di Casanova’, una pagina splendida che ricordo ancora, dopo tanto tempo dalla lettura del libro.E’ il segno che un’opera ti resta dentro, fa parte della tua memoria,come della tua vita. Come le case in cui hai vissuto. Cambi vita, ma niente si perde mai in noi. Poi cerchiamo di svuotare tutto e cerchiamo altri spazi, più aperti, quasi non luoghi.Everywhere,ci prende il panico, a volte laclausura aiuta. La casa è anche identità,paura del nuovo,ricerca del sè.

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