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Per Esmé, con amore e squallore 5

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Per Esmé: con amore e squallore è la rubrica di Paolo Cognetti dedicata all’arte della narrazione. Qui le puntate precedenti. (Immagine: Raymond Carver ritratto da Bob Adelman.)

Per Esmé, con amore e squallore – Sulla compassione

Se avessi uno studio tutto per me, con una bella libreria e la luce giusta e i ritratti incorniciati di Hemingway e Fitzgerald, sul muro davanti al tavolo appenderei la regola di Sant’Agostino, solo un po’ modificata: Ama i tuoi personaggi, e poi fai quel che vuoi.

Davvero sento che questa è l’origine di ogni buona storia, e tutto il resto viene di conseguenza. Chi se ne frega della trama. «La trama», disse Grace Paley, «la linea assoluta tra due punti, roba che ho sempre disprezzato. Non per ragioni letterarie, ma perché non lascia speranze. Qualunque personaggio, vero o inventato che sia, merita un destino aperto nella vita». Per questo scriveva racconti: la forma breve le permetteva di scardinare le prigioni narrative e dedicarsi a ciò che le interessava, le voci, i ricordi, le vite delle persone. Ama i tuoi personaggi sarebbe piaciuto anche a lei, nonostante l’imperativo.

In un corso di scrittura invece qualcuno protesterebbe: belle parole, d’accordo, ma come si fa? Intanto potremmo provare a stabilire come non si fa. Uno: non si ama un personaggio usandolo per uno scopo. Quando scriviamo per sostenere un’idea, che sia morale, politica, antropologica, letteraria, e mettiamo quell’idea davanti al racconto, finiamo per ridurre il racconto a una parabola e il personaggio a una maschera. Succede la stessa cosa se scriviamo con una trama in testa: perché la storia vada dove deve andare incateniamo il personaggio alla sua funzione narrativa, come una ruota dentata che si incastra con le altre per far girare la macchina del racconto. Ma nessuno di noi accetterebbe un destino così misero, o sbaglio? Allora amare il personaggio può voler dire liberarlo dalla schiavitù del ruolo, cercare la sua verità invece di imporgli la nostra.

Due: non si ama un personaggio giudicandolo, né ridendo di lui. Quando lo osserviamo stare al mondo dovremmo accantonare l’ironia insieme ai nostri principi morali. Lui mente, ruba, tradisce i suoi amici, va a letto con la moglie di suo fratello, o meno romanticamente compra una villetta a schiera, colleziona i punti del supermercato, adula il suo capufficio per fregare un collega; e a noi in quel momento sembrerà l’unica scelta possibile, perfino la più giusta. Se non sappiamo vedere il mondo come lo vede lui faremmo meglio a cambiare mestiere: «La narrativa si occupa dell’essere umano e noi siamo fatti di polvere», diceva Flannery O’Connor, «non mettetevi a scrivere se avete paura di sporcarvi le mani».

Tre: non si ama un personaggio pensando di sapere, fin dall’inizio, tutto di lui. Chi è, quali segreti nasconde, che cosa lo metterà in crisi, come si comporterà nei momenti decisivi. Scrivere è un percorso di esplorazione: se amiamo un personaggio accettiamo di affrontare la sua complessità e interrogarci sulle sue scelte; se siamo onesti con lui può capitare che ci sorprenda, come quando scopriamo di un amico qualcosa che non sapevamo. Ecco perché, in narrativa, la coerenza non è una virtù. Nella vita non saprei: un uomo in carne e ossa si contraddice e cambia idea, sbaglia, chiede scusa oppure no, racconta bugie per giustificarsi e soffre di sensi di colpa, ed è difficile prevedere che cosa farà davanti alla paura, alla rabbia, al desiderio sessuale, alla possibilità di mettersi in tasca una fortuna. Alla resa dei conti siamo esseri dal comportamento misterioso. Se amiamo i nostri personaggi, concediamo loro un po’ di quel mistero.

«Gente che ce la mette tutta, ma il più delle volte semplicemente non basta»: era così che Carver, verso la fine, si riferiva ai suoi anti-eroi. Una definizione che fa tenerezza per quanto è poco obiettiva. I suoi racconti di solito parlano di gente che, più che rimboccarsi le maniche, fa puntualmente la scelta sbagliata, cede alla prima tentazione disponibile e quando è ora di pagare il conto taglia la corda, per andare a «mettercela tutta» da qualche altra parte. Il fatto è che l’ultimo Carver cercava qualcosa di nuovo nella sua scrittura, e ci teneva molto. Tanto da prendere un racconto già uscito in un libro di successo, ma tagliato di prepotenza dall’editor Gordon Lish, e restaurarlo nella versione originale. In Di cosa parliamo quando parliamo d’amore il racconto si intitola “Il dono”, ed è la storia di una torta: la madre di Scotty ne ordina una per il compleanno di suo figlio, con una bella guarnizione e il nome del bambino scritto sopra. Soltanto che, proprio quella mattina, Scotty viene investito da una macchina e finisce in coma: i genitori corrono in ospedale, restano qualche giorno accanto al suo letto e naturalmente si dimenticano della torta. Il pasticcere si ritrova con un dolce invenduto e telefona a casa, dove il padre di Scotty, che non ne sapeva nulla e comunque ha altro a cui pensare, gli risponde male e butta giù il telefono. Il pasticcere non ci sta: comincia a chiamare a tutte le ore, ingaggiando una specie di guerriglia psicologica contro quelli che lui reputa clienti disonesti. Finché il bambino muore, e anche la madre torna dall’ospedale. È disperata eppure terribilmente calma ora che l’emergenza è finita: intorno ha la sua casa, un gran silenzio, gli oggetti di sempre, e adesso come diavolo si fa a ricominciare? In quel momento squilla il telefono. Risponde lei. La voce del pasticcere dice: «È per Scotty. Vi siete dimenticati di Scotty?»

La versione di Lish termina qui. Un finale di ghiaccio, a suo modo perfetto, di cui ringraziare l’inventore del minimalismo. La versione di Carver invece prosegue: la madre si infuria per quello scherzo macabro, riconosce il pasticcere e va a cercarlo per fare i conti. È notte, e lui è in negozio a infornare i dolci per l’indomani. Il suo aspetto ci è stato descritto nella prima scena: un uomo in là con gli anni, dai lineamenti stanchi e appesantiti, un lavoratore notturno che parla poco e tiene gli occhi bassi, e fa sentire le persone leggermente a disagio. Quando scopre cos’è successo è avvilito, non sa come farsi perdonare. Allora prende un paio di sedie e invita i genitori di Scotty a fermarsi per un caffè. Va a finire che lì, nella pasticceria chiusa, parlando e assaggiando torte, i tre ci restano per tutta la notte, mentre noi silenziosamente ci allontaniamo.

«Una cosa piccola ma buona», come il racconto compare in Cattedrale, non finisce con un pugno allo stomaco, non ci lascia con il fiato sospeso e non si ferma sull’orlo del baratro per costringerci a guardare giù, ma va un po’ oltre; quello che interessava a Carver avviene dopo, nella pasticceria, intorno a quel tavolo. Non è niente di speciale rispetto alla tragedia appena messa in scena, ma cambia completamente la luce sul racconto. «Non sono un uomo cattivo», dice il pasticcere. «Magari una volta, anni fa, forse, ero una persona diversa. Me ne sono dimenticato, non ne sono più tanto sicuro. Ora non sono altro che un pasticcere. Tutto quello che posso dirvi è che mi dispiace. Perdonatemi, se potete». E poi va a prendere le paste appena sfornate. I genitori di Scotty sono a digiuno da un pezzo. Mangiate, dice lui, offrendo loro il poco che sa fare. È una cosa piccola ma buona in un momento come questo.

Se dovessi darle un nome, a quella cosa piccola ma buona, la chiamerei compassione. È la capacità tipicamente umana di soffrire per il dolore di un altro. Il pasticcere un nome non ce l’ha, ma dal suo aspetto, dal suo modo di muoversi e parlare mi sono fatto un’idea su chi sia in segreto. Ricordando la propria storia di alcolista, Carver parlava di sé come di un uomo doppio: Bad Ray e Good Ray, l’ubriacone e il reduce della bottiglia, il primo che distruggeva qualunque cosa avesse per le mani e il secondo che faticosamente provava a incollarne i pezzi. Anche come scrittore aveva avuto due vite.

Bad Ray sapeva essere spietato con i suoi personaggi: era capace di mettere in scena un corteggiamento iniziato per gioco e finito con un omicidio («Di’ alle donne che usciamo»), una battuta di pesca tra amici che si sbronzano allegramente accanto a un cadavere («Con tanta di quell’acqua a due passi da casa»), un litigio tra un padre e una madre che si contendono un neonato fino a squartarlo («Meccanica popolare»). Era un uomo arrabbiato, e da scrittore inchiodava le sue creature alle loro colpe senza alcuna possibilità di redenzione. Good Ray aveva cominciato a voler loro un po’ di bene. Non che evitasse di raccontarne i peccati, e nemmeno la crudeltà del mondo, ma invece di fermarsi lì provava ad andare oltre. Dopo il male che cosa c’è? Piccole cose inutili, a volte solo l’ombra di piccole cose buone: la moglie del pescatore che, non riuscendo a darsi pace, va al funerale di quel cadavere sconosciuto. O la ragazza di «Perché non ballate?», che raccontando dell’ubriaco che regalava i mobili sapeva che c’era qualcos’altro da dire, e ridendone si sentiva un po’ in colpa. O la donna che una notte scambia due chiacchiere col vicino, il vecchio amico con cui suo marito non parla da anni («Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio»).

Se la disperazione è muta, poiché un uomo disperato è uno che nessuno ascolta più, o uno che non è più capace di raccontare la sua storia, la compassione secondo Carver passa per le parole. Come nel suo racconto-manifesto, «Da dove sto chiamando», in cui la voce narrante abbandona l’io per approdare a un noi che ha del commovente, per chi conosce la solitudine feroce dei personaggi carveriani: «Siamo seduti nel portico del centro di recupero di Frank Martin. Come il resto di noi, qui da Frank Martin, J.P. è prima di tutto un ubriacone. Ma lui è anche uno spazzacamino. È la sua prima volta qui, ed è spaventato. Io ci sono già stato prima. Che dire? Sono tornato». Così, nell’arrendersi a definire se stesso un drunk, come tutti gli altri, questo narratore accantona la sua storia per raccontarci quella di J.P., lo spazzacamino. Era la bottega di Ray: un personaggio si ama ascoltandolo e offrendogli il poco che abbiamo; se non sappiamo fare le torte, una tazza di caffè e un racconto scritto bene possono bastare.

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari – Vietato scappare, Isbam, Box, La notte del leone, Rumore di fondo – che raccontano il rapporto tra i ragazzi, il territorio e la memoria. Per minimum fax media ha realizzato la serie Scrivere/New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. Per minimum fax ha pubblicato Manuale per ragazze di successo, Una cosa piccola che sta per esplodere (vincitore, tra gli altri, del Premio Fucini, del Premio Settembrini e finalista al Premio Chiara) e Sofia si veste sempre di nero (selezionato al Premio Strega 2013). Per Laterza è uscito nel 2010 New York è una finestra senza tende.
Commenti
4 Commenti a “Per Esmé, con amore e squallore 5”
  1. non lo conoscevo e adesso vorrei leggerlo.
    posso avere suggerimenti su lista dei suoi libri ds comperare per approfondite ? grazie

  2. Paolo scrive:

    Tutti i libri di racconti di Carver sono belli. E l’ultimo di Cognetti (“Sofia si veste sempre di nero”) anche è bello.

  3. RCD scrive:

    L’analisi di Carver è stupenda. La parte sui personaggi, che introduce l’analisi di Carver e non si capisce bene cosa c’entri, è molto discutibile. Per fare un esempio: se si scrive un romanzo e si ha un trama in testa, non sta scritto da nessuna parte che per arrivare al finale previsto si debba forzare il protagoonista e gli altri personaggi. Così come non c’è una sola strada per arrivare in una città, non c’è una sola storia o sequenza di eventi per arrivare a quel finale. Spesso, i colpi di scena che avvengono durante lo svolgimento del romanzo non sono stati neppure previsti dall’autore e l’autore stesso ne rimane sorpreso. Altre volte, al contrario, si ha già una buona idea per uno snodo della storia, e se si è bravi scrittori, al lettore tutto sembrerà fluire con naturalezza. Insomma, tutto ciò che viene detto sui personaggi da Paolo Cognetti, lo condivido, ma non condivido tutto ciò che vi contrappone: le une e le altre posizioni convivono e mai confliggono in bravo scrittore.

  4. scrive:

    Mamma mia, quando leggo queste analisi mi viene voglia di leggere tutto di Carver. Comunque, il racconto del pasticcere l’avevo letto e non mi si spiccica più dalla mente.
    A un corso di scrittura L. mi stressava con la coerenza narrativa, il filo rosso, e mi pareva una grande gabbia di parole vuote quel clima, e non riuscivo a concludere mai niente, poi, leggo questo pezzo e capisco che certi maestri li trovi sempre un po’ per caso.
    Grazie! anche di avermi fatto conoscere Grace Paley.

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