cellule

Per fare un essere umano. E per esserlo

La legge 40 del 2004 sulla fecondazione medicalmente assistita vieta la produzione di cellule staminali embrionali, anche a partire da embrioni congelati. Esistono ottimi saggi su questo tema e l’informazione è abbondante per chi vuole approfondire, mentre forse quello che manca è il racconto, la trasposizione dal generale al particolare. Marta Baiocchi, ricercatrice nel campo delle staminali, opera questo passaggio nel suo romanzo «Cento Micron», dove si riflette sui paradossi di questa legge discutibile proprio a partire dalla vita dei ricercatori e delle persone coinvolte, per desiderio o necessità. Di seguito il bell’articolo che Chiara Valerio le ha dedicato nell’ultimo numero della «Domenica» del «Sole 24 Ore».

di Chiara Valerio

E adesso, da qualche mese, quando lo viene a prendere, Rudra è sempre più eccitato: “Devi vedere”, dice, prima ancora di lasciarlo entrare in macchina, “devi assolutamente vedere come sta andando avanti. Non ci si crede. Non ci crederei neanche io, se non lo avessi visto coi miei occhi. Cento micron di Marta Baiocchi (minimum fax, 2011) racconta la storia di tre donne, Eva, Bibi e la signora. Solo che la signora non si vede mai. Eva è una biologa, lavora in un laboratorio universitario, è precaria come quasi tutti, ma vive in una casa coi soffitti alti e forse affrescati, con un uomo più grande di lei, lo Scrittore, un intellettuale circondato da divani vecchi, tazze di porcellana finissima, libri di Marx e poeti estinti, fogli bianchi. Si sono conosciuti a un convegno di bioetica, lei aveva indosso il camice da laboratorio, lui doveva scrivere un articolo, l’ha corteggiata, lei lo ha lasciato fare, ed eccoci qui. Bibi è ricca ed è magra, e poiché il romanzo è ambientato a Roma, è giusto che viva ai Parioli, viali alberati, vetrate, terrazze e strade che, nei mezzogiorni lavorativi, paiono le vie di Manila, zeppe di filippini affaccendati con cani, borse della spesa e parcheggi di automobili delle quali non sono proprietari. Anche Bibi ha una donna filippina che l’aiuta in casa e ha una madre, con la quale discute e alla quale somiglia, fisicamente si intende. A Bibi è stato diagnosticato un tumore, e poiché è una donna giovane e fresca sposa ha congelato i suoi embrioni nella clinica del dottor Prandi – prati verdi, marmi bianchi, un centro ricerche, poltrone comode, pubblicazioni, collaborazioni all’estero, discrezione soprattutto. Ma il destino si accanisce su Bibi, o con lei, sicché il marito, di ritorno da una partita di calcetto, muore in un incidente stradale e gli embrioni diventano inaccessibili. Improvvisamente e per la legge 40 del 24 febbraio 2004, articolo 5, comma 1. (…) possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi.
Ma Bibi, più ricca che magra, può pagare e, se non fosse sufficiente, è stata compagna di classe di Eva che, se anche lavora sui topi, è una biologa. Gli embrioni sono miei, gli embrioni sono cellule, i biologi lavorano con le cellule, Eva deve aiutarmi. Questo è il sillogismo scazonte di Bibi che Eva prima subisce e del quale poi subisce il fascino e basta. La signora, invece, vive in Svizzera e di Bibi ed Eva non sa niente, indossa un abito marrone dal taglio semplice, beve tè freddo e tiene gli occhi chiari e fissi sulla superficie calma del lago, parla pochissimo e ha una segretaria austero-vestita, ma d’altronde è fatta così e deve gestire un’azienda farmaceutica. L’enorme azienda farmaceutica della quale è diventata proprietaria molti anni prima, quando il marito è morto. La signora ha tre figli, tutti e tre in salute, ma tutti perduti dietro a un qualche spreco dello spreco. Droga, stupidità, un matrimonio sbagliato. Effetti secondari della ricchezza. Jean Baudrillard nel suo “Simulacri e Fantascienza” (in La fantascienza e la critica, Feltrinelli, 1980) ha osservato che paradossalmente, il reale è diventato oggi la nostra vera utopia – ma è un’utopia che non appartiene più all’ordine del possibile, perché non si può che sognarne come un oggetto perduto. E così Marta Baiocchi, ricercatrice nel campo delle cellule staminali, ha costruito un romanzo in cui il desiderio di un figlio, filtrato da apparati etici, legislativi, temporali, scientifici e contemporanei, pur essendo reale perché possibile, è diventato una utopia, irraggiungibile e forse perduta. Ed è un’utopia avventurosa perché dietro a questo unico, piccolo, naturale, storicizzato desiderio di un figlio, che brucia i sensi e tende i nervi di Bibi, si nascondono e fanno capolino interessi, intenzioni e titubanze. Le ambizioni grandi di uno scienziato che tutto quello che è possibile fare, vuole farlo, tutto quello che non c’era, vuole inventarlo, tutto quello che è possibile costruire, vuole costruirlo pezzo per pezzo, fino ad averlo sotto le dita, solido e reale, a qualunque costo. L’affetto e le conoscenze scientifiche di Eva. Le insofferenze generazionali dello Scrittore e quelle baronali del direttore del Dipartimento, capo di Eva. Ancora ambizioni, ma questa volta piccole o forse solo borghesi, di un medico che è ricercatore e scherano di Prandi, sì, il proprietario della clinica degli embrioni. Un intrigo internazionale che da Roma porta la storia in una campagna di un’Asia nascosta e rurale. La disfatta e la mancanza di possibilità della ricerca scientifica italiana per cui Eva pensa che qualcuno dovrebbe farsi coraggio e dirglielo, a questi ragazzi, che la società non ha bisogno di loro. Tipo una circolare che dice: carissimi, il paese in questo momento non è in grado di formare biologi, né saprebbe cosa farsene se li avesse. Pertanto, si è deciso di chiudere la facoltà per cinque anni, dieci magari, e di pensarci su con calma. Più sotto ancora, invisibile al lettore e ai personaggi, c’è la visione della signora svizzera che Dopo tutti questi anni. Forse stavolta le cose sarebbero andate in modo diverso. O forse invece no. Ma quella è la madre. E alla fine di tutto, la meraviglia, l’utopia, il reale. Così Marta Baiocchi, ricercatrice nel campo delle cellule staminali, misura la differenza tra un corpo umano e un essere umano, e racconta che questa differenza può valere cento micron, esattamente cento micron, frazioni di millimetro, lo spessore di una pagina di quaderno. Baiocchi racconta bene e racconta anche da scienziato, perché tale è, con tutte le approssimazioni struggenti delle scienze esatte, dell’infinitamente piccolo, con l’umiltà e l’onnipotenza di chi tocca e manipola la vita e non sa comunque “perché” la vita finisce o comincia, ma solo “come” o “quando” e, in ogni caso, mai il “come”, il “perché” e il “quando” contemporaneamente. Tra la scienza e il futuro, la ricerca e il desiderio, tra le cose potrebbero essere e non sono, Baiocchi scrive delle inadeguatezze, delle paure, e della forza degli esseri umani. Di tutte le nostre possibilità. Diranno che sono invenzioni contro natura. Come se l’uomo fosse qualcosa di distinto dalla natura. Come se tutto quello che l’uomo fa, non fosse sempre, per definizione, un frutto della natura stessa che lo ha generato e continua a generarlo. Leggendo Cento micron si capisce perché la scienza è anche un punto di vista narrativo sul mondo.

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