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Per Franco Mancini

In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.

Anche in questo venerdì nero di fine marzo avrà provato a rimanere in piedi. Non credendo a una morte insensata. Al cuore che non regge, a quarantatre anni. Proprio a lui che non aveva nulla dell’iconografia dell’ex. Niente pancetta, niente sguardo spento, da mesta tribuna televisiva. I suoi occhi erano rimasti limpidi, vivi, il suo sorriso aperto. Si inebriava ancora dell’odore dell’erba e del sudore, concedendosi ancora qualche giro di gradoni, per non perdere il vizio. Per il piacere sottile di sentirsi ancora un allievo di Zeman, anche adesso che il Boemo lo aveva promosso suo collega, prima a Foggia e poi a Pescara. Una beffa cattiva, una sceneggiatura orrenda, che prevede l’irruzione trafelata di sua moglie Chiara, in casa, accompagnata dai due figli ancora troppo piccoli, Francesco e Alessandro. Per scoprire che è troppo tardi. Che Franco è andato via da solo. Come fanno i portieri. Come quando si avviava sotto la curva dello Zaccheria, a lasciarsi osannare a squarciagola, dai tifosi che avevano tolto melassa allo stucchevole jingle natalizio della Coca cola: “Alè Mancini Alè alè, alè Mancini Alè”. Quella curva che adesso ha preso il suo nome, troppo presto. Entrava in campo proteso in avanti, come un pugile deciso a chiudere il match prima del limite. Solo che con Zeman il ring era immenso, un’area di rigore dilatata ai confini della propria metà campo. Prevedeva un vero portiere volante, come si diceva da ragazzini, nei campi sterrati o di asfalto. Franco lo era, pieno di carisma, capace di rimediare alle sbavature da fuorigioco estremo, di coprire le spalle ai compagni di trincea, sbucando all’improvviso, a trenta metri dalla linea di porta, a sventare lanci profondi, a beffare di testa le incursioni dei centravanti avversari. A rinviare con quel sinistro al tritolo, animando fulminei contropiedi. Estremo difensore, in senso lato.

Esplosivo e veloce, grazie a ripetute e gradoni, nessuno sconto rispetto ai compagni. Per guizzare tra i pali come un acrobata concreto, non lezioso, a disinnescare fucilate sparate sotto la traversa, dissimulando i tuoi centosettantasette centimetri. Perché la parata è un gesto estetico, deve rimanere in fondo alle retina, come un fotogramma prezioso, esaltante. È per quello che la gente ti ricorda, quando appendi i guanti al chiodo.

“Per me è sempre stato il portiere ideale, dentro e fuori dai pali. Dentro e fuori dal campo” ripeteva Zeman. Aveva trovato a Foggia questo ragazzo ombroso, uno dei tanti avvistamenti dell’occhio lungo di Peppino Pavone. Un lucano, un meridionale atipico, coriaceo e pudico come la sua Matera. Di una bellezza spigolosa, da eroe classico sognato da Pasolini. Ai tempi della chioma fluente, simile al Cristo sottoproletario del Vangelo materano. Da ragazzo viveva nel rione Spine Bianche, quartiere popolare, progettato negli anni cinquanta per accogliere chi abbandonava l’aria umida e malsana dei Sassi. Si divideva tra il campetto rionale spellato e il forno in cui spendeva le sue notti insonni da garzone. Lo ricordano scapestrato, irruente, ma con una forte determinazione, propenso al sacrificio. Adorava Zoff per lo straordinario il senso della posizione, ma anche l’agilità estrosa di Luciano Castellini, detto il Giaguaro, soprannome ereditato da Franco negli anni baresi. Poi l’idolo sarebbe diventato Higuita, purgato dagli eccessi circensi. Perennemente accigliato, mascherava la sua timidezza con l’aggressività. Stemperava la sua debordante carica nervosa, ascoltando e suonando languido reggae, picchiando frenetico sul rullante, con un gruppo di amici. Devoto di Bob Marley, collezionista di vinili da guinness dei primati. “Questo è la Storia, un difensore dei deboli” spiegherà un giorno ad uno scettico Ciccio Baiano. Che scuoteva la testa vedendolo arrivare con la sua Volvo targata Matera, i finestrini vibranti, sulle note di Buffalo soldier.

Lo chiamavano orso, ma di nascosto. Perché le sue mani pesanti facevano paura. In ritiro, un anonimo buontempone gli fa trovare a cena un barattolo di miele. Non la prese benissimo, ci volle un po’ a placarlo. Con gli anni lasciò emergere il suo animo solare e i successi foggiani coincideranno con la sua consacrazione. Per Zeman sarà un compagno di strada ideale, da portare con sé alla Lazio, a sostituire un Luca Marchegiani prostrato dal gioco zemaniano, e successivamente al Napoli.

Il giorno dopo la tragedia il Pescara gioca una partita surreale, affrontando il casa il Bari. Il silenzio assordante dei quindicimila dell’Adriatico è rotto solo dalla voce di Bob Marley, amplificata dai microfoni. Sul viso di Zeman, paralizzato dal dolore, scorre una lacrima irrefrenabile. “Ho perso un figlio” è il suo filo di voce. Forse non gliel’aveva mai detto, ma lo sapevano entrambi, ed era giusto così. A nominarli troppo, i sentimenti, li si lascia svaporare nell’aria. Specie in un’Italia in cui il sentimentalismo becero è il vero collante di un paese feroce.

Franco Mancini lascia una grande eredità di affetti e un amore popolare che rivivrà nei racconti. Che culmineranno puntuali nel sombrero impudente ai danni di Van Basten. Campionato 1991-1992, ultima giornata, Il Foggia dei peones sta infliggendo un due a uno epocale agli Invincibili, concedendosi il lusso di dileggiarli. Come Prometeo che ruba il fuoco agli dei. Ma, nel secondo tempo, il cigno di Utrecht, dio riconosciuto del calcio, punì la hubrys beffarda del ragazzo di Matera subissandolo di gol. Finì otto a due per i milanisti, perché nei miti il lieto fine è raro. È più frequente un epilogo tragico, come nella vita.

Giuseppe Sansonna (1977) è autore di cortometraggi e documentari, fra cui, oltre al fortunato Zemanlandia, Frammenti di Nairobi (su una bidonville kenyana), A perdifiato (su Michele Lacerenza, il trombettista dei western di Sergio Leone) e Lo sceicco di Castellaneta (sul mito di Rodolfo Valentino).
Commenti
12 Commenti a “Per Franco Mancini”
  1. Nicola Lagioia scrive:

    Com’era bello vederlo giocare. Quanto mi sono divertito. Invisibile tra altri 10.000 lo salutavo dalla curva.

  2. Nicola Giandomenico scrive:

    Questo articolo è da brividi.

  3. ezio scrive:

    “Anche in questo venerdì nero di fine marzo avrà provato a rimanere in piedi. Non credendo a una morte insensata. Al cuore che non regge, a quarantatre anni.
    Una beffa cattiva, una sceneggiatura orrenda, che prevede l’irruzione trafelata di sua moglie Chiara, in casa, accompagnata dai due figli ancora troppo piccoli, Francesco e Alessandro. Per scoprire che è troppo tardi. Che Franco è andato via da solo. Come fanno i portieri.”

    almeno su minima potete scrivere di qualcuno che è morto senza questo assurdo viscidume? per favore!, è una cosa così violenta! grazie

  4. giuseppe sansonna scrive:

    le parole che ho scritto erano molto sentite. Possono sembrare retoriche o autentiche. Bollarle come viscidume, tuttavia, mi sembra un po’ eccessivo

  5. doveroso omaggio al grande Mancini.

  6. Ivano Porpora scrive:

    Bellissimo articolo, Sansonna. Bellissimo articolo.
    E bellissimo che nell’omaggio a Mancini ci sia, lì dentro, un omaggio che non è nemmeno a Zeman, ma al calcio attraverso Zeman.
    Con quella sua Z di Zorro, che però la Z non la traccia nemmeno addosso, agli avversari, ma sta lì a guardarla e poi dice, impudente, “La Z è lì”.
    Bellissimo pezzo.

  7. Marco scrive:

    In poche righe ci si immerge in una lettura che non vorremmo mai finisse. Sembra che scriva una poesia, un racconto di cow-boy; un personaggio inventato, ribelle e sensibile e ci si aspetta un lieto fine, che purtroppo mai arrivera’. Seguo da 20 anni le squadre del Maestro, ma da fuori non si possono conoscere le persone; lei in 2 minuti e’ riuscito a farcelo conoscere molto meglio. Penso che sia il massino che puo’ fare uno scrittore. Complimenti

  8. Giuseppe scrive:

    sono senza parole, bellissimo,ho ancora i brividi, anche per chi come me ha vissuto i tempi di maradona, in questo articolo cè una commozione stupenda!
    bravissimo

  9. nunzio scrive:

    un giusto e meraviglioso omaggio a un protagonista contemporaneo che ha sempre interpretato il calcio come un gioco: divertendosi, con impegno serio e genuino e facendo divertire tutti quelli che hanno avuto il piacere di partecipare a quella che dovrebbe tornare a essere una festa collettiva.
    Grazie Giuseppe.

  10. Aseb scrive:

    Florence,Thank God Cathy sent me a copy of U magazine last week, otheiwrse I would have missed the interview about Allan! Good Job! CEO has many types, successful CEOs become talk of the town naturally, not successful CEOs boasted what they did when they were CEOs……

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  1. […] per Franco Mancini, perché non è qui a festeggiare con noi una vittoria anche sua”. Mancio, il figlio materano, […]

  2. […] Zeman non è così – e rimando in merito a questo articolo di Giuseppe Sansonna, e anche a questo, entrambi su minima et moralia -: Zeman è uno che il calcio lo ama in fondo, roba che solo uno […]



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