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La letteratura come dono: le lezioni di scrittura di Bernard Malamud

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Arriva oggi in libreria Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura di Bernard Malamud (minimum fax). Pubblichiamo un estratto dalla prefazione del curatore Francesco Longo, ringraziando l’autore e l’editore.

Come l’innamoramento, anche la scrittura alterna stati di grazia a lunghi tormenti. Bernard Malamud percepiva così il suo talento letterario: «una benedizione capace di sanguinare come una ferita». E dato che molti dei suoi personaggi tendono a perdere la testa per le donne, quella definizione vale anche per la loro inclinazione alla passione amorosa.

Che siano affetti da romanticismo acuto o che tentino di scrivere un romanzo, di notte i suoi eroi sono troppo scossi dalla vita e non riescono a dormire. Se dormono piangono nel sonno, a meno che i cuori non abbiano finito le lacrime. «Gli faceva male il cuore per la voglia che aveva di lei», si legge nel suo primo romanzo, Il migliore, del 1952. «Si torceva dal desiderio. Contemplò il proprio viso straziato nello specchio e lo fissò, al colmo dell’infelicità», si legge in Una nuova vita. Nel racconto «Natura morta», compreso in Prima gli idioti, sappiamo che Arthur Fidelman era innamorato e infelice quanto mai era stato». Gli uomini tremano, restano a guardare da lontano giovani fanciulle svanire dalle loro esistenze, non osano nulla a parte covare il malessere. Scrittori, aspiranti scrittori, biografi di grandi scrittori, docenti di scrittura, in scena tutti soffrono per amore e per l’arte letteraria cui aspirano.

Chi era il newyorchese Bernard Malamud? Cosa pensava della letteratura? Da dove venivano le idee, i temi e i personaggi che hanno ispirato alcuni tra i capolavori della letteratura americana del Novecento? E soprattutto: quale eredità ha lasciato alle future generazioni di scrittori?

Malamud ha riflettuto a lungo sulle leggi che regolano la scrittura e in tante occasioni ha dato voce alle sue considerazioni. Spesso ha fornito consigli illuminanti e ha messo in guardia i giovani dalle mille trappole delle mode letterarie. Ha meditato su come si costruiscono le trame, su quali siano le storie che vale la pena raccontare, su come captare in anticipo quelle che vanno scansate e quante stesure si debbano scrivere prima di poter considerare compiuta un’opera. Si è chiesto quali punti di vista adottare, e come si riconosce il vero talento letterario.

Su tutto ciò l’autore del Commesso ha tenuto lezioni, ha rilasciato interviste e per anni ha insegnato nei corsi agli studenti che sentivano nascere una vocazione alla narrativa. Ha incoraggiato a sperimentare, a insistere, a trovare la propria voce. «Vorrei incoraggiare i giovani scrittori», ha detto una volta, «a non preoccuparsi troppo delle turbe del mercato. Non tutti possono fare una vita da nababbi scrivendo, ma uno scrittore serio e responsabile nei confronti del suo lavoro e della vita probabilmente troverà un modo per guadagnare in modo decente, se scrive bene».

Da tutti questi suoi ragionamenti e dagli esempi pratici che si possono estrapolare dalle sue opere, non è difficile ricavare una sorta di manuale di  scrittura, la segnaletica che Malamud ha lasciato dietro di sé mentre tracciava il suo sentiero letterario. Indicazioni che conducono miracolosamente ogni scrittore in un posto diverso ma ognuno lungo la strada della propria creatività.

Non ci si può perdere se ci si abbandona a qualcuno che a sua volta si è fatto orientare dalla letteratura: «L’esperienza letteraria è primaria. È stata la letteratura a guidarmi», ha confidato Malamud. Narratore di ebrei destinati a soffrire, cantore di una Brooklyn grigia e dolciastra e profondo conoscitore dei rimorsi che tarlano l’anima, Malamud non ha dimenticato, nella narrativa e nei discorsi, di illustrare la complementarità tra amare e scrivere: «Passavo troppo tempo a essere innamorato, come modo scomodo di stare bene quando non scrivevo. Avevo bisogno di una donna da amare e con cui vivere, ma non facevo sforzi immani per trovarla».

Amare e scrivere sono attività che di volta in volta si integrano una con l’altra, ora confliggono, ora si sovrappongono. Fin da giovane (pubblicò i primi racconti neanche trentenne) consacrò la sua vita alla letteratura: «Ho dedicato la mia vita alla scrittura senza rimpianti». La grande passione fu per i classici – «nessuno che passi giorni e notti a dedicarsi ai grandi classici della letteratura sta sprecando tempo come scrittore» – ma l’intuizione che elaborò col tempo è che dei tanti modelli che si hanno davanti, si tratti di Hemingway o di Joyce, tutti vanno attraversati senza doverne davvero seguire le orme: i giganti vanno osservati a distanza.

Ogni scrittore dovrà scrivere per conoscere se stesso e il mondo che lo circonda, ognuno avrà i suoi temi da disossare, il suo universo interiore da far decantare sulla pagina, ognuno potrà declinare il proprio eventuale dono narrativo per aggiungere un tassello all’universo della letteratura e quindi alla conoscenza dell’essere umano. Solo la grande letteratura infatti, per Malamud, ha il potere di inabissarsi nei cunicoli di sentimenti ed emozioni, mentre il resto è conoscenza superficiale: «La scienza non ha ancora scoperto i segreti dell’anima».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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