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Per sempre carnivori: res familiares

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di Graziano Gala

«Se ti deve morire un genitore, spera sempre che sia tuo padre. Gli uomini sono più deboli delle femmine e allora diciamo che, sette volte su dieci, dovresti farcela».

La scrittura di Cosimo Argentina parte da una mancanza: sono aquile senza nido quelle partorite dalla penna del narratore tarantino. Uomini soli e solitari, tanto per vocazione quanto per costrizione: le parole sopra citate, pronunciate dal Leone Polonia di Per sempre carnivori, denunciano una costante delle opere del narratore, composte da famiglie inadatte che compromettono l’esistenza del protagonista di turno.

Fin dal Cadetto, opera d’esordio di Argentina, la figura paterna sarà contrassegnata come «diafana ed inadatta al ruolo di padre e marito», sempre troppo occupata per dedicarsi alle problematiche di un figlio costretto a cercare altrove i punti di riferimento mancanti tra le mura domestiche. A poco serve «il ruolo padrematerno» ricoperto nella stessa opera dalla controparte femminile: le madri di Argentina, sorta di sante in vestaglia, consacrano la loro esistenza al salvataggio di nuclei familiari quantomeno mal assortiti.

Sotto differenti spoglie, a volte perfino scambiandosi i ruoli, quel padre «criptico e mitologico» e quella madre «perennemente affaccendata» riescono a mantenere sorprendentemente invariata una famiglia che ha come unica cifra quella dell’inadeguatezza: che il padre sia impegnato in una monografia di Borges o in un turno di lavoro in fabbrica, che la madre corra a vuoto o si arrenda, la dolorosa assenza patita dai protagonisti non muta affatto.

In quest’ottica va letto l’auto-annientamento di Polonia, ultimo dei nevrotici di Argentina, figlio di una madre ormai morta – la stessa ammazzata dal figlio in Maschio adulto solitario? – e di un padre che, dopo la scomparsa della moglie, cede ad una follia prima solo latente. La casa descritta nell’opera, quella «villetta in stile messicano a venticinque chilometri dal centro», diventa ben presto una prigione che contiene a fatica la rabbia del vecchio, incitando il figlio ad una fuga perenne, mai calcolata e funesta. In questa prospettiva va inquadrata la complessità di un eros in Argentina sempre carico di ferite e rimorsi: fare l’amore con Lia o con la studentessa di turno equivale per il professor Polonia a rinnovare il lutto per la scomparsa della madre.

Nessuna azione compiuta dal personaggio ha una valenza definitiva: l’insegnamento è un ripiego (per giunta mal pagato), il già citato sesso uno sfogo perverso, i bagordi con «i fratelli di morte» una distrazione pericolosa pagata a caro prezzo. È «l’incostanza l’unica costante»: non ci si poteva aspettare di meglio da un uomo senza radici.

In mancanza di episodi risolutori, l’epilogo della vicenda rinnova i fallimenti di molti degli altri inetti che hanno preceduto Polonia: tuttavia al fallimento e alla solitudine consueta si accosta un nuovo modo di interpretare la sconfitta: la morte solo rischiata da un protagonista ormai devastato nel fisico e nella mente sembra quasi, pascolianamente, riavvicinarlo a quella madre assente e rimpianta.

Sentirà «l’odore pulito delle maglie di lana viola di mia madre» il professore, instaurando con questa un dialogo in assenza – unico vero momento di lucida riflessione del protagonista – che, pur consapevole dei propri sbagli e pronto a pagarne il prezzo, chiederà al lettore di riconoscerne lucidamente la ragione principale: «nessuna fortuna se tuo padre non ci sta più con la testa e tua madre scorrazza per i Campi Elisi. Nessuna fortuna, compari. Solo grassa malasorte.».

Con questo romanzo l’autore non cerca l’alibi che possa scagionarlo dai delitti commessi in passato dal Colombia di Maschio adulto solitario o in futuro dal Maresca de L’umano sistema: ne fornisce, semmai, la giustificazione.

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