Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali

Pubblichiamo di seguito un intervento di Simone Barillari condiviso nel gruppo editoria venutosi a formare all’interno del movimento TQ.

di Simone Barillari

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.

Non si può disobbedire a tutte le leggi che regolano il mercato, non si può disobbedire da soli nemmeno a una sola delle leggi che regolano il mercato, senza che il mercato punisca severamente una simile disobbedienza. Si può però disobbedire a una delle leggi del mercato se a quella legge si disobbedisce in tanti – e se si disobbedisce a lungo, con orgoglio e tenacia, si può infine essere premiati per questa coraggiosa disobbedienza.

Ci sono in TQ dirigenti editoriali di almeno sei o sette diverse case editrici, tutte di grande prestigio e rilievo. Da sole queste case editrici non basterebbero ancora, naturalmente, ma potrebbero essere una cerchia iniziale per proporre seriamente un patto di decrescita o di non incremento della produzione di libri ad altri interlocutori e vedere se si riesce a raggiungere un accordo comune con una parte significativa dell’editoria italiana. Prevedo l’obiezione che si può muovere a questa proposta, e non ho difficoltà a capirne la fondatezza e l’importanza: non aderirebbero mai proprio gli attori dominanti del mercato, il gruppo Mondadori e il gruppo Rcs, per esempi, e rischieremmo così di fare il loro gioco. Ma non è detto che non riusciremmo a trarre dalla nostra parte alcuni marchi di quei gruppi, e – soprattutto – molti di noi hanno combattuto per anni contro questi moloch, e la situazione, nel complesso, non ha fatto che peggiorare, perché continuiamo a combatterli sul loro terreno e con le loro armi – la quantità, l’efficienza industriale invece della cura artigianale. Proviamo allora a concentrare i piani editoriali sui libri in cui crediamo veramente e strenuamente, che vogliamo non solo proporre ma imporre all’attenzione dei lettori, proviamo a spostare, con una campagna di sensibilizzazione nazionale, il fattore discriminante della competizione editoriale dalla quantità alla qualità dei libri, proviamo ad annunciare, anche e soprattutto al pubblico dei lettori, che intendiamo pubblicare meno per pubblicare meglio. Proviamo a opporci, con ancora più determinazione di quanto abbiamo fatto finora, al fatto che le case editrici in cui lavoriamo debbano essere anche, sempre più, dei librifici.

Sono profondamente persuaso che questa potrebbe, se non dovrebbe, essere una delle battaglie cruciali di TQ, e che avrebbe un’ampia e potente eco mediatica che aiuterebbe a sostenerla e a vincerla. E, ripeto, dai libri andrebbe estesa a tutte le opere, in una grande, ambiziosa operazione di ecologia culturale.

C’è probabilmente qualcosa da perdere, per molti di noi, in questa battaglia, ma forse c’è ancora di più, per quegli stessi di noi e per tutti gli altri, da guadagnare.
Vi ringrazio dell’attenzione.

Commenti
54 Commenti a “Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali”
  1. Nicola scrive:

    E’ una battaglia che… “andrebbe estesa a tutte le opere in una grande, ambiziosa operazione di ecologia culturale”.
    Ho virgolettato quest’ultima sua frase perché, staccata dal contesto, fa venire alla mente tante altre immagini simili che apparentemente non hanno nulla a che vedere con il movimento TQ e la produzione culturale del nostro paese.
    Ad esempio a Roma, l’esplosione urbanistica incontrollata degli ultimi 15 anni, ha portato alla realizzazione di milioni di metri cubi di cemento a fronte di una sostanziale stasi demografica. Quartieri orribili, opere inutili separate dal contesto urbanistico, che hanno definitivamente mutato e danneggiato irreparabilmente il tessuto sociale della città.
    Mi vengono in mente le parole del grande Raffaele La Capria autore, insieme al regista Franco Rosi, della sceneggiatura del film “Le mani sulla città”: “Cambiare la struttura urbanistica di una città significa cambiarne la morale”.
    Ancora più forte nasce in me il sospetto che il tema sollevato dalla Generazione TQ non può essere circoscritto al contesto della nostra produzione culturale ma vada ben oltre.
    La battaglia va estesa verso una visione complessiva della nostra società e lo stato in cui la nostra classe dirigente l’ha ridotta negli ultimi trent’anni. Non mi riferisco banalmente ai politici che sono solo l’avvilente specchio del nostro paese.
    L’operazione di ecologia culturale deve poter abbracciare uno spettro più ampio che riguarda lo spirito del nostro tempo. Una coscienza civile assente, un prevalere delle ragioni economiche che non riesce più a trovare alcuna forma di antagonismo o di visione alternativa, una disgregazione sociale ed una mancanza di progettualità del futuro che emerge con forza anche nelle giovanissime generazioni.
    Opporsi a questo stato di cose è un dovere morale che ci coinvolge tutti.
    Mi scuso per l’intrusione.

  2. simone battig scrive:

    Personalmente come scrittore applico già il mio concetto di decrescita evitando di pubblicare 2 libri l’anno. Come lettore ho fatto altro che incidere su distribuzione e letture creando un posto dove si comprano i libri (anche i libri….perché riguarda tutto ciò che è arte, design e recupero… http://calibansnc.wordpress.com/) che non si trovano in libreria, che non si ristampano più, che sono fuori catalogo, prime edizioni e di tutti i generi (saggistica, arte narrativa fotografia…) sempre però con una scelta letteraria ed estetica non da mercatino o da remainders. Ecco…allora le persone posso acquistare libri nuovi anche a 3 euro, di belle collane o del loro scrittore preferito perché noi stessi li cerchiamo quasi uno per uno. Credo che i gruppi editoriali sarebbero costretti a ripensare la loro idea di librificio solo se si riuscisse ad incidere sulla distribuzione che devasta i libri, cioè quella della catene di librerie e dei supermercati…riabituare le persone a cercare in posti dove i libri sono libri e si possono leggere ancora prima di comprarli….e magari far presente agli scrittori che sfornano libri e occupano spazi a dismisura sul niente che forse non è il caso perché non li si legge più che annoiano….una volta feci l’esempio di quanti libri aveva pubblicato la Rowling in 10 anni e di quanti ne aveva pubblicati Camilleri…fate il conto (stiamo tipo 40 a 5 per camilleri) e prenderete paura dato che la proporzione dovrebbe essere inversa in base alle vendite, per dire….

  3. Simone Barillari scrive:

    @ Nicola. Non è affatto un’intrusione, la tua, e non hai niente di cui scusarti, anzi. Condivido le tue opinioni ed è molto bella la frase di La Capria che riporti. L’idea di decrescita, di “meno e meglio”, dovrebbe essere posto al centro di qualsiasi programma politico, per quanto mi riguarda. Per adesso stiamo vedendo se è possibile fare qualcosa nell’editoria, dove la produzione pletorica di libri ha un doppio effetto negativo: abbassa la qualità editoriale dei singoli libri, perché ne vengono stampati troppi, e distrae l’attenzione dei lettori dai libri necessari, dai libri unici. A volte si ha la sensazione che ci sia qualcosa di minaccioso nella quantità opprimente di libri pubblicati, qualcosa che finisce per essere, invece che una libertà di scelta, un principio di paralisi.

    @Simone Battig. Hai ragione, l’operazione di ecologia culturale dovrebbe partire dagli autori, ma sono pochi, sia celebri che meno celebri, quelli che hanno la forza di farsi l’esame di coscienza. Il tuo sito è decisamente interessante ed encomiabile.

  4. carmelo scrive:

    la logica quantitativa così come descritta da Simone barillari produce una serie di effetti deleteri per la letteratura:
    Emarginazione, annichilimento ed esclusione degli Scrittori
    emarginazione, annichilimento e scomparsa dei Lettori.
    Gli scrittori rappresentano in questa logica produttiva, un investimanto ad alto rischio e vengono progressivamente sostituiti da scribacchini dotati di tecnica sofisticata, capaci di confezionare un prodotto standard in grado di solleticare i pruriti dei consumatori.
    In questa situazione sempre più triste e desolante, dove il processo di selezione che un tempo svolgeva l’editore prima e il critico dopo, si è dissolto, il lettore è sempre più diffidente e si concetra su pochi grandi autori di indubbio valore. Oppure puo’ affidarsi ai consigli di critici, scrittori o traduttori s eha la fortuna di conoscerne qualcuno.

    La proposta puo’ funzionare.
    Scelte editoriali basate esclusivamente e rigorosamente sulla qualità. E, quindi, inevitabilmente, drastica dimminuzione dei titoli pubblicati.
    E’ questo un “marchio” che puo’ essere valorizzato e conquistarsi una “nicchia di mercato” di lettori importante.
    Questo significa, tanto per fare un esempio che probabilmente 3/4 dei cosiddetti TQ non meritano di fregiarsi del titolo di scrittori e non meriterebbero di essere pubblicati.

  5. Simone Barillari scrive:

    @Carmelo Sono particolarmente d’accordo con te laddove parli del venir meno del processo di selezione. Nell’epoca che ha abbattuto le intermediazioni e le barriere, anche la letteratura ha perso le sue, che erano l’editore prima e il critico poi. Nel saggio in cui ha coniato il termine midcult, Ross MacDonald scriveva: stiamo scontando nelle arti le conquiste della democrazia. Uno dei modi in cui la stiamo scontando è proprio la rimozione di ogni figura intermedia tra l’autore e il lettore, come avviene o dovrebbe avvenire in democrazia tra l’eletto e l’elettore. Ma se in democrazia può essere un bene, in letteratura, nonostante tutte le storture che ci sono sempre state nelle scelte di editori e critici, l’indebolimento di quel doppio processo di selezione è un male mortale.

  6. Andrea Gio scrive:

    Finalmente qualcuno ha messo a fuoco il problema… e la soluzione!

  7. Emiliano Pesce scrive:

    Non so, a volte mi chiedo se tutti i libri che occupano le librerie non siano solo spreco di carta… Ma non eravamo lettori deboli in Italia? Non capisco chi pensi che abbia senso stampare tanti libri per tanti pochi lettori…

  8. Elena P. scrive:

    @Emiliano
    La penso allo stesso modo. Quando entro in libreria trovo solo libri che non mi interessano oppure vecchi classici. Qualcuno mi aveva detto un giorno la percentuale di nuovi libri che vanno al macero dopo un mese in libreria. Ora non me la ricordo. Qualcuno la sa?

  9. Giusy scrive:

    @ Elena
    Secondo l’Associazione Italiana Editori il 35%, circa 75 milioni di volumi vanno al macero ogni anno!!

  10. Alberto scrive:

    Incredibile la catena di persone che mi hanno portato qui… Volevo solo applaudire il coraggio di questa voce controcorrente. Spero davvero che qualcuno lo segua. Non so cosa sia questo TQ ma promette bene se le sue voci sono queste…

  11. G. scrive:

    Non sono d’accordo. A me sembra che tutta questa limitazione sia l’inizio del ritorno al controllo nazista delle pubblicazioni.

  12. Dubbiosa scrive:

    @ G. O non sai leggere o fai della provocazione. Il nazismo sta nel nascondere le opere di valore dietro alla sovrapproduzione di cose inutili: il regime in cui ci troviamo!

  13. Giuseppe N. scrive:

    Per me il punto cruciale del pezzo è questo: “perché continuiamo a combatterli sul loro terreno e con le loro armi – la quantità, l’efficienza industriale invece della cura artigianale”. Ma quali sono le armi che abbiamo davvero? Come facciamo a combattere contro i moloch? Chi sarà il primo ad avere coraggio? Barillari ne ha, ma chi ha il potere, poi, farà qualcosa? Dove sono gli editori che Barillari chiama in causa? Vorrei sentire la loro voce.

  14. Roberto B. scrive:

    A me sembra l’uovo di colombo e una prova si può sempre fare, ma di cosa abbiamo paura? Complimenti!

  15. Aurelio Pitti scrive:

    Volevo solo dire: finalmente! Grazie. Lavoro in una libreria e mi fa venire il vomito la quantità di libri che vedo ogni giorno. E mi fa ancora di più venire la nausea la quantità di pessimi libri, sciatti libri, inutili pubblicazioni che soffocano le (poche, troppo poche) perle che quasi non si vedono sotto la valanga di robaccia. Grazie e speriamo che qualcuno ascolti!

  16. Simone Barillari scrive:

    @Elena P. e @Giusy. I dati indicati sono esatti: secondo l’AIE, l’Associazione Italiana degli Editori, vengono stampati 262 milioni di volumi e un terzo circa, 75 milioni circa, finisce al macero. Mi sembra ancora più preoccupante il fatto che questi dati si riferiscano al 2005, perché da allora le cifre sono sicuramente aumentate.
    Ma anche indipendentemente dal numero delle copie tirate, mi sembra importante ridurre (o non aumentare) il numero dei titoli pubblicati: ci sono libri che un editore pubblica nella convinzione di poterli vendere molto bene, ci sono libri – sempre meno – che un editore pubblica nella convinzione che siano libri necessari; ma in ogni casa editrice c’è una percentuale di titoli che l’editore pubblica in nome di quello che possiamo definire un dovere di mercato, per mantenere un certo livello di produzione, per raggiungere una massa critica di uscite, e sono libri che non ritiene affatto necessari o anche solo importanti e che non è nemmeno convinto che possano vendere veramente molto. Anche solo arrivare a eliminare (una parte di) questi titoli sarebbe uno straordinario risultato.

  17. Simone Barillari scrive:

    @ Alberto. Ti ringrazio, ma non credo di avere avuto un grande coraggio. Il coraggio, eventualmente, lo avranno gli editori che aderiranno a questa iniziativa. Io sono solo l’opportuno ventriloquo di molte insoddisfazioni. Da anni in editoria si ripete che si fanno troppi titoli, ma farne meno da un anno all’altro è avvertito sul mercato come un segno di debolezza per il grande principio del capitalismo declinato anche in editoria: crescere o morire. Se però la decrescita è un patto di molti e non la decisione isolata di uno, allora da un segno di debolezza può trasformarsi in un segno di forza: fare meno libri, ma farli meglio. Se si riducono solo i titoli, non serve, perché si viene solo sostituiti da chi invece si espande. Bisogna fare meno libri con gli stessi budget complessivi, aumentando la qualità e la cura dei libri pubblicati, e sensibilizzando i lettori – i più colti, più forti lettori – a questa differenza editoriale. Allora sì che si sta davvero combattendo su un altro terreno rispetto ai moloch dell’editoria.

  18. Simone Barillari scrive:

    @G. e @ Dubbiosa. Anch’io, come Dubbiosa, di cui condivido l’osservazione, penso che il tuo, G., voglia solo essere un commento provocatorio. Nell’Occidente del XXI secolo e nell’era di internet, il problema non è la censura attiva, ma quella passiva, la censura dell’invisibilità – non la censura di questo o quell’editore ma quella che tutti gli editori esercitano indirettamente su alcuni libri necessari pubblicandone troppi di inutili. Da quando esiste la rete il problema non è più pubblicare – che è, etimologicamente, rendere pubblico – un testo, ma farlo leggere, e ne è un segno il fatto che i budget delle case editrici si sono spostati pesantemente, nel tempo, dalla produzione al marketing, dalla fase redazionale a quella promozionale e pubblicitaria. Come conseguenza, peraltro, il marketing detta sempre di più la linea editoriale e le scelte finali sulla veste del libro, dice il cosa pubblicare e il come pubblicarlo.

  19. Simone Barillari scrive:

    @Giuseppe N., @Roberto B., @Aurelio Pitti. Ci tengo a ribadire che a un editore serve coraggio, e molto, per decidere di ridurre (o anche solo di non aumentare) la produzione dei libri, rischiando di perdere quote di mercato. L’elemento fondamentale è che questa scelta, oltre che condivisa da alcuni editori, sia anche percepita e apprezzata da molti lettori. In questo senso il coinvolgimento di librai come Aurelio Pitti (grazie a te, Aurelio) sarebbe decisivo per portare all’attenzione del pubblico i libri – più selezionati, più curati – degli editori che dovessero aderire a questa iniziativa.
    Proprio per questo vi esorto a condividere e commentare questa iniziativa di “ecologia culturale”, a darle pubblicità ovunque possiate, proprio perché gli editori avvertano che suscita interesse nei lettori, che investire nella qualità può veramente pagare di più che insistere sulla quantità.

  20. luca t scrive:

    Penso che il campo dei libri è quello in cui tale situazione si è resa manifesta da più tempo, quindi è giusto che ci si inizi a muovere in questa direzione. il passo successivo sarà capire che il concetto di decrescita deve essere esportato anche al di fuori del mondo della cultura. pensiamo alla situazione del mercato della pesca (sì ho visto annozero ieri sera). Stiamo inpoverendo i nostri cuori le nostre menti i nostri mari (e così via tutte le risorse e ciò che di bello abbiamo)

  21. Saverio scrive:

    Sono d’accordo con Luca, dobbiamo allargare il campo, ma intanto, che qualcuno cominci a muoversi!! E’ possibile che in Italia nessuno del settore abbia risposto all’appello? Non riesco a crederci.

  22. enpi scrive:

    discorso molto interessante.
    e se fosse in atto una politica, più o meno occulta, più o meno conscia, finalizzata all’impoverimento culturale del Paese?
    in realtà, per me, questa è una domanda retorica. io ne sono convinto.
    nessun grande vecchio, ma un Sistema – il Potere, nel suo complesso – che ha messo in atto una serie di azioni, con un fine semplice semplice: un Popolo colto elegge i migliori. e fa domande.
    sì, scusatemi, scritta così sembra un’immane sciocchezza, figlia di chissà quale teoria del complotto. ma siamo in Rete, e la sintesi è d’obbligo.

    altro punto: portato all’estremo, il discorso di Simone Barillari potrebbe anche avere questa conclusione: sono poi “utili” le due/tremila case editrici attive in Italia. sono utili *così come sono*, tutte? in un discorso di decrescita, bisogna augurarsi che chiudano, molte? e quante?

    enrico

  23. Simone Barillari scrive:

    @enpi Penso che l’ignoranza degli italiani rifletta semplicemente la generale diffidenza che nutrono da sempre per chi è colto, la sensazione che nei libri non ci sia mai la verità che c’è nella vita. Siamo stati uno dei paesi europei a più lenta alfabetizzazione, tra Ottocento e Novecento, siamo uno dei paesi europei con il più basso tasso di lettura.
    Quanto alle piccole case editrici, la mia opinione, dopo averne fondata e diretta una, aver diretto a lungo collane in tante altre ed essere da sempre, soprattutto, un appassionato acquirente dei loro libri, è che la loro stragrande maggioranza produce e ha sempre prodotto il peggio, mentre una minoranza esigua (tra cui Es/Se, il Melangolo, Quodlibet, duepunti, Nottetempo, per dirne solo alcune) ha prodotto e continua a produrre parecchio del meglio. Inutile finanziare la piccola editoria perché è piccola; fondamentale finanziare la piccola editoria quando è di qualità.

  24. Simone Barillari scrive:

    @ Luca T. Sì, Luca, concordo: il concetto di decrescita, come scrivevo nella prima risposta, deve diventare presto la bussola di qualsiasi azione politica.

  25. Giorgino scrive:

    Va bene. Decresciamo. Ma poi però la gente che seleziona Melissa P. è sempre quella.

  26. Minus scrive:

    Ho appena letto che la Flexi, una piccola libreria del centro, a Roma, sta per chiudere. Mi è salito su un gran magone, e penso che questa chiusura sia strettamente correlata al tema di quest’articolo.
    L’analisi della situazione editoriale italiana mi è sembrata molto lucida, però ho dei dubbi sul fatto che la cura proposta possa essere realmente efficace. Innanzitutto, perché – per quel poco che ne capisco – se è vero che un libro ha bisogno di visibilità, quest’ultima dipende moltissimo dalla distribuzione e dalla scelta del rivenditore. Considerato che in Italia le librerie indipendenti si stanno man mano estinguendo a favore delle grosse catene in franchising dei colossi dell’editoria, è chiaro come le piccole case editrici che puntano sulla qualità rimangano penalizzate. Anche perché la mia sensazione è che la gente sia diffidente verso tutto quello che non è “Einaudi”, “Feltrinelli”, “Adelphi”, e che spesso con “piccola casa editrice” viene identificato tutto un calderone di roba che comprende pure quelle forme più o meno dichiarate di vanity press. Mi spiego meglio: spostando il discorso a una città di provincia, secondo me incontriamo un lettore che avrà prima di tutto difficoltà a trovare tra gli scaffali della sua libreria libri che non siano stati pubblicati da un editore strafamoso. E, quand’anche dovesse miracolosamente trovarcene, come farà a predirne la bontà, senza sentirsi rassicurato da questo o quell’altro simbolo in copertina?
    Da lettrice sono arrabbiatissima per quello che vedo quando entro in una libreria, e sono contenta di vedere proposte attive come la tua, Simone. Però penso che sia poco attuabile, perché richiede una fortissima e compatta collaborazione tra gli addetti ai lavori, e oltretutto finirebbe comunque per schiantarsi contro il muro opposto dagli oligopolisti dell’editoria. Non lo so, forse bisognerebbe considerare il problema da una prospettiva più laterale, più “rivoluzionaria”.
    In ogni caso, complimenti per le idee, e per la puntualità in cui le hai messe nero su bianco :)

  27. Minus scrive:

    puntualità *con* cui (fa caldo e mi si intorcigliano le dita, scusami)

  28. carmelo scrive:

    La crescita quantitativa è il fondamento dell’economia globale extra-territoriale, ed è la condizione necessaria per perpetuare l’attuale sistema economico che si regge sul perverso binomio profitto-consumo:
    Si produce per il Profitto, che tenta (e vi riesce) di sfuggire ad ogni vincolo regolatore e di giustizia e di etica.
    Si lavora per il consumo fine a se stesso: Per scongiurare la crisi si chiede di consumare di piu’.
    Questa macchina infernale ( che divora le nostre anime, la nostra memoria e soprattutto il pianeta nel quale viviamo e con esso il nostro futuro) è una folle corsa verso il disastro.
    Chi ha a cuore la letteratura non puo’ accettare questa logica perversa. L’obiettivo della letteratura deve è e deve restare quello di soddisfare un bisogno primario dell’uomo: la cura dell’anima. A questo obiettivo, il cui perseguimento comporta l’assunzione di una responsabilità etica (il principio del bene comune), deve essere asservito anche il “profitto”.
    C’e’ un bacino di “Lettori” che chiede libri di qualità, quindi editori di qualità, scrittori di qualità, critici di qualità. Questo deve essere il target di chi pretende di operare nel campo della letteratura: i lettori.

  29. Simone Barillari scrive:

    @Giorgino. Non ho capito a chi ti riferisci quando parli della gente che seleziona Melissa P.: gli editor o i lettori? I lettori (e gli editor) di Melissa P. esisteranno sempre, non è a loro che penso nella proposta.

    @Minus. Ti ringrazio dell’intervento così articolato. Il punto centrale mi pare essere quello che indichi quando parli della “collaborazione tra gli addetti ai lavori”: se si raggiungesse e se fosse “compatta”, come scrivi, l’azione sortirebbe parecchio effetto.
    Tra le grandi case editrici che citi, e che sono marchi di gruppi editoriali, e le piccole case editrici che spesso sono vanity press, c’è gran parte dell’editoria italiana, ed è tra questa, tra le case editrici indipendenti di medie dimensioni, che bisognerebbe raccogliere adesioni. La sensibilizzazione dei lettori per libri “fatti meglio”, più curati, più selezionati, potrebbe compensare, a mio avviso, con un aumento della quantità di copie venduta per titolo la riduzione della quantità di copie dovuta al minor numero di titoli (che comunque sarebbe minima, tre o quattro titoli in meno l’anno per ogni editore, non si tratta di dimezzare la produzione). Sono piccole cose, ma fatte da molti acquistano senso e divengono tangibili e visibili.

  30. Simone Barillari scrive:

    @Carmelo. La formulazione dei pensieri è piuttosto radicale, molto apocalittica e molto poco integrata, ma direi che mi sento di sottoscrivere pienamente le tue riflessioni. Devo solo aggiungere che non ho niente contro i bestseller sciatti, li ritengo inevitabili. Vorrei solo che servissero a finanziare libri importanti e difficili, mentre servono a finanziare solo altri tentativi di bestseller. Dovesse per caso interessarti, ho parlato a lungo di queste cose in un’intervista che trovi qui:
    http://www.adolgiso.it/enterprise/simone_barillari.asp

  31. simone battig scrive:

    @Simone Barillari

    Grazie Simone, ma il sito è solo la facciata di quello che è il luogo fisico presente nella realtà del centro storico Treviso (sottolineo Treviso…il tentativo è molto ambizioso solo per questo…). Un luogo che può vivere e far vivere anche i libri solo se le persone escono finalmente dal video del computer e dalle finte facilitazioni commerciali dei siti di vendita e capisce che andando a cercare tutto quello che non trova in libreria magari avendo anche un luogo dove leggersi prima il libro e poi decidere di comprarlo o solamente averlo tra le mani…ecco allora forse si comincia ad incidere sulla macchina produci carta a vuoto. Spero passerai a trovarci un giorno se ssarai in zona.

    @per tutti
    Se uno ci riflette, sapendo che si stampano 60.000 titoli l’anno, che abbiamo alle spalle più di duemila anni di letteratura, uno fa due conti e capisce che NESSUNA grande libreria o catena di librerie può esporre in vendita tutti i libri….non c’è più scelta nelle grandi catene o nei grandi store…c’è solo quantità ma in realtà la scelta è la stessa che si può trovare nelle piccole librerie…se poi uno pensa che il distributore praticamente unico afferisce anche all’editore praticamente unico si dovrebbe capire che l’unica cosa possibile per cambiare è andare intanto a ritroso recuperando tutto quello che non ci hanno fatto leggere e poi convincere gli editori piccoli e medi a non comportarsi come i grandi ed ad investire sugli autori.
    Insomma c’è parecchio da fare e se ne parla credo fin dal 1995 quando qualcuno diceva che non era vero o che questa cosa avrebbe portato più scelta….non sempre di più vuol dire più scelta, dipende da come è organizzato un sistema e il nostro è monopolistico e clientelare. Inoltre un’altra parola da recuperare sia per chi scrive che per chi legge è Dignità, che significa da subito un sacco di cose troppo lunghe da spiegare qui.

  32. simone battig scrive:

    Ah..riguardo gli scrittori…mi pare che lo stesso Lagioia abbia dichiarato da qualche parte che, riguardo al movimento TQ uno degli scopi è sottrarsi alla logica di mercato e di promozione del libro come è fatta ora.
    D’accordissimo da 15 anni fa. Personalmente da 15 anni, dopo le prime due presentazioni del mio primo libro non faccio più presentazioni, incontri, festival, interviste etc etd…sull’uscita dei miei libri, quindi i miei successivi 3 libri pubblicati non hanno mai avuto a che fare con queste:
    Il motivo è semplice…ho capito prestop che per me uno scrittore scrive, se voleva parlare di ciò che ha scritto faceva meglio a fare l’attore di teatro: per quanto mi riguarda tutto quello che avevo da dire su un mio libro l’ho scritto, se avessi avuto qualcosa in più da comunicare ai lettori l’avrei scritto. Il lettore può leggere e a sua volta può comunicare con altri lettori e con lo stesso scrittore in forma privata e ragionata se vuole.
    Importante è ciò che si scrive, non chi l’ha scritto.

  33. carmelo scrive:

    @simone barillaro
    lo ammetto il mio pensiero è stato esposto in modo troppo sbrigativo, redicale si apocalittico non direi.

    Sul tema della crescita hanno riflettutto economisti e scienziati in termini piu’ rigorosi e coerenti.

    vorrei citare Giorgio lunghini, uno dei migliori economisti che abbiamo in italia
    C’è questo doppio problema. La crescita – a parte la sua ricaduta negativa sull’ecosistema – sembra non funzionare più…
    Una delle ragioni per le quali non funziona più è che negli ultimi trent’anni le modalità della crescita capitalistica hanno generato disoccupazione e disuguaglianze: i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri … E questo ha provocato la crisi attuale: se i redditi da lavoro sono bassi, è bassa la domanda effettiva, l’economia non cresce e i capitali si spostano sulla finanza, con i risultati che abbiamo visto.

    …….Georgescu-Roegen, un grande economista poco noto; il quale ci ricorda che anche il processo produttivo è regolato dalle leggi della termodinamica, e che per la legge dell’entropia la materia è soggetta a una dissipazione irreversibile. Ciò significa che nel lungo periodo, ma non tanto lungo, la decrescita non sarà una scelta, ma un fatto di natura: la legge della termodinamica funziona per tutti…..

    La situazione è mplto semplice: il nostro stile di vita, lo stile di vita dell’uomo bianco occidentale (cui sta seguendo quello dei cinesi e degli indiani) oltre che essere perverso e indecente E’ INCOMPATIBILE con le risorse ambientali

    Quindi dobbiamo cambiare stile di vita, ovvero le relazioni economiche ma anche quelle sociali e culturali e i nostri comportamenti devono rispondere a una diversa scala di valori che, secondo me, non puo’ non mettere al primo punto “l’etica de bene comune”.

  34. carmelo scrive:

    chiedo scusa gli ultim idue capoversi sono miei

  35. Simone Ghelli scrive:

    Lo spunto è interessante, ma chi dovrebbe scegliere cosa far uscire e cosa no? Molti editori già lo fanno, altri (quelli che campano coi contributi degli autori, ad esempio, non lo faranno mai). Da un punto di vista “ecologico”, l’ebook potrebbe senz’altro darci una mano….

  36. Simone Barillari scrive:

    @Simone Ghelli. Ogni singolo editore dovrebbe ridurre un (piccola) quota del suo piano editoriale, scegliendo quei libri, ed esistono e non sono pochi, che non sono probabili o sicuri bestseller – nessun editore rinuncerà mai a un titolo da cui si aspetta alte vendite – e che non sono nemmeno libri particolarmente importanti, per non dire necessari, dal punto di vista letterario. Nell’editoria attuale, molti libri vengono fatti perché bisogna farne un certo numero e non meno dell’anno prima, perché bisogna generare fatturato e muovere la distribuzione, non perché la casa editrice sia davvero convinta – commercialmente o qualitativamente – di farli, e vengono, infatti, abbandonati a se stessi. Gli editori che pubblicano autori a pagamento non rientrano nel mio discorso e non sono editori.

  37. Simone Ghelli scrive:

    Sono d’accordo, ma vista la situazione continuo a pensare che il mercato lo cambierà più facilmente la tecnologia…

  38. simone battig scrive:

    Intanto bisognerebbe fare campagna feroce contraria a cose scandalose come questa, una presa in giro dei lettori: http://giupasserini.wordpress.com/2011/06/29/adelphi-e-il-vintage-firmato-rcs-la-caduta-di-un-mito/

    @simoneghelli
    Sinceramente non sono molto convinto che la tecnologia risolverà il problema della mercificazione della cultura, ad esempio perché dovrebbe diminuire il numero di scritti proposti come libri? Come già succede del resto, visto che c’è anche l’autopubblicazione, aumenteranno a dismisura i titoli a scapito della qualità e della fruibilità da parte dei lettori.
    Altro esempio, le librerie virtuali dove comprare non hanno portato mutamenti nel mercato editoriale, non è che i lettori trovano lì più facilmente i libri di scrittori e case editrici che faticano a trovare in libreria perché anche lì il visibile è comandato sui best sellers e se guardi le classifiche delle librerie virtuali sono uguali alle classifiche di vendita delle librerie generaliste delle città.
    Oltre tutto io m’immagino che nel futuro si starà sempre comunque più attaccati al computer sicuramente per lavoro (io lavoro in una galleria d’arte libreria etc etc e abbiamo il computer accesso 12 ore al giorno e lo usiamo per lavorare…)..quindi…anche solo parlando dei lettori forti… perché finito il lavoro io dovrei aver voglia di attaccarmi ad uno schermo per altre due ore per leggere un libro? No..non credo proprio…fino a che sei studente forse..poi la vita cambia e gli schermi cominci a spegnerli quando non sono per lavoro…
    Poi ci sono tanti altri motivi per dire che l’e-book o la tecnologia non sostituirà mai il libro di carta…non mi pare che la tv abbia fatto sparire la radio o il cinema per ora…i sistemi andranno via via ad integrarsi in base ai supporti ma appunto sono solo supporti mentre il libro in quanto oggetto di carta ha un’altra valenza…per dire ricordiamoci che noi abbiamo le religioni monoteiste perché gli ebrei e la loro magnifica capacità immaginatoria hanno “creato” l’unica sostanza possibile di un Dio entità superiore a cui rapportarsi e poi l’hanno raccontata in un oggetto chiamato libro e poi testo sacro etc etc…e via via….dubito che un supporto tecnologico possa sostituire la capacità di immaginazione che ha portato l’uomo sulla Luna anzi, usato come l’usiamo ora diventa un mezzo usato abitudinariamente come lo spazzolino da denti e non aiuta certo il cervello ad espandersi come mi pare ben visibile guardando i recenti sviluppi della nostra società: tante idee ma tutte ben confuse e intercambiabili e tutte vecchie fondamentalmente, come i computer.
    Poi certo questi sono spunti, bisognerebbe fare un convegno di una settimana chiusi in isolamento per venirne fuori….io di proposte ne ho parecchie per “costringere” editori e scrittori ma ci credo poco che gli scrittori escano dalle loro piccole convenienze quotidiane, più facile gli editori se annusano soldi ;).

  39. Simone Barillari scrive:

    @Simone Battig. Concordo con te sul fatto che gli e-book non risolveranno il problema della mercificazione della cultura, ma non sono sicuro che fosse questo che intendeva dire Simone Ghelli. Di sicuro, sì, cambieranno in parte il mercato e modificheranno, in parte, le gerarchie editoriali.
    Grazie della segnalazione del post sull’imbarazzante collana Vintage del gruppo Rcs.

  40. Simone Ghelli scrive:

    @Simone battig:
    non intendevo dire che l’editoria elettronica soppianterà il cartaceo (almeno non in un futuro prossimo), bensì in riferimento all’ecologia di cui si parlava. In sintesi, intendevo dire che con il libro elettronico è possibile che le librerie si liberino di tanti titoli cartacei abbandonati a se stessi, perché magari converrà di più a tutti (ma è argomento delicato e pieno di ipotesi, soprattutto in Italia dove siamo ancora indietro nel campo).

  41. Simone Barillari scrive:

    @ Simone Ghelli. Nella proposta del patto di decrescita, però, io non mi riferisco a ridurre il numero dei libri pubblicati su carta ma il numero dei libri pubblicati tout court – che potrebbe, anzi, aumentare ancora di più quando saranno in formato elettronico.

  42. Simone Ghelli scrive:

    Questo rischio c’è sicuramente, però potremmo avere librerie meno affollate… a volte mi ci prendono le vertigini, tra quegli scaffali infiniti :)

  43. simone battig scrive:

    Scusate..per comodità e per non annoiarvi troppo vi linko un pezzo di morgan palmas riguardo l’editoria “tecnologica”, l’ultimo commento è quello che penso io sulla faccenda e direi che questi primi sussulti sono preoccupanti: si confonde come sempre il mezzo con l’oggetto, e con questo intendo che le mie preoccupazioni sono le stesse di barillari riguardo i libri in generale, su carta e in formato elettronico.
    Tra l’altro è inquietante ma tutto sommato ovvio che questo abbia feroci analogie con la situazione politico sociale che stiamo vivendo dove secondo me l’illusione di vivere in una società dove tutti erano liberi ha portato in realtà all’azzeramento culturale dove nessuno più è libero di fare e dire ciò che pensa veramente e ad un’interpretazione distorta della volontà popolare attraverso il semplicistico concetto che una massa di persone disinformate avrebbe comunque sempre ragione rispetto ad uno sparuto gruppo di persone più attente all’analisi stratificata delle situazioni…

    http://www.sulromanzo.it/blog/vivere-nella-repubblica-del-fai-da-te-libro-scrittori-e-futuro

    Noto anche che molti si tengono alla larga da queste riflessioni, ove di solito basta che ci sia un insulto e i post si riempono di commenti…dove sono gli scrittori, che pensano?

  44. Riccardo Trani scrive:

    Credo che nell’analisi di Barillari ciascun lavoratore dell’editoria – come il sottoscritto – legga con certa incallita amarezza la propria autobiografia. Fin da quando la cosiddetta piccola editoria è emersa dall’artigianato per candidarsi come alternativa ai grandi marchi (erano i primi anni Novanta, se la memoria non m’inganna, e penso alla prima Fazi, a minimum, a Instar, e ad altri che si sono via via affiancati), nessun piccolo/medio editore, pur bellicoso, pur idealista, è riuscito a risolvere la contraddizione tra il ritorno alla qualità delle scelte e della cura editoriale e, di contro, la necessità di adeguarsi a un mercato le cui regole erano e sono scritte dall’editoria maggiore. Qualche anno fa Marcos y Marcos annunciò che avrebbe ridotto di tre libri la propria produzione annua, per valorizzare selezione, promozione e permanenza in libreria dei titoli scelti. Nessuno, che io sappia, si è accodato. Temo che molti la considerarono una provocazione per farsi un po’ di pubblicità. Nella provocazione, invece, c’era una speranza: per battere i colossi bisogna puntare sulla paziente costruzione del catalogo, non sulla produzione elefantiaca e sulla ricerca ossessiva del best seller. Ma per farlo ci vogliono imprenditori tenaci, ambiziosi, capaci di circondarsi di intellettuali di valore – imprenditori incoscienti. Gente come Giulio Einaudi o Alberto Mondadori. Gente disposta a perdere denaro per restare (forse) nella storia della cultura. Ce n’è?

  45. Simone Barillari scrive:

    @ Simone Battig. Grazie.
    @ Riccardo Trani. Grazie dell’intervento, particolarmente bello e veritiero. “Ce n’è” ancora, scrivi alla fine, di “gente disposta a perdere denaro per restare (forse) nella storia della cultura”? La domanda, temo, è tristemente retorica. Uno dei precisi momenti storici in cui la grande editoria italiana comincia a finire è proprio quando, tra gli anni Ottanta e Novanta, le grandi case editrici nazionali smettono di essere guidate da chi le fondate e vengono affidate (dai figli che le hanno ereditate, dagli acquirenti che le hanno ottenute in un modo o nell’altro) ai manager: e i manager non possono essere mecenati. Perché l’editoria sia completamente ciò che deve essere, e ciò di cui c’è bisogno, una casa editrice dovrebbe essere pensata soprattutto come una grande forma di mecenatismo, come la cappella giottesca che il vecchio Scrovegni, un usuraio che teme per i suoi peccati, offre a Dio nell’affresco del Giudizio Universale.
    Quanto all’iniziativa di Marcos y Marcos, il punto decisivo è proprio raccogliere intorno a un’iniziativa del genere un numero significativo di nomi e poi proporre libri che siano, nella scelta e nella fattura, di maggior qualità. Non è facile, me ne rendo conto.

  46. Simone Ghelli scrive:

    Io non credo che la differenza passi dalla dialettica mecenatismo/mercato: forse il nodo sta dall’altra parte, da quella di chi legge e dalla formazione che ha. Nelle pieghe del discorso che si è qui sviluppato emergono altre questioni più macroscopiche, come quelle della funzione della letteratura (o dell’arte in generale) e di chi deve decidere cosa sì e cosa no. Questioni che mi sembrano destinate ad essere superate dal corso degli eventi (senza con questo volerne dare dei giudizi morali). Insomma, magari di mecenati ce ne sono anche oggi, ma non credo che nutrano timori per il giudizio di Dio, e perciò guardano ad un’altra arte, se la guardano.
    Rimango in definitiva d’accordo sulla necessità di una fase di decrescita, ma sulle modalità (mi pare di capire) un po’ meno

  47. Vincenzo Cammarata scrive:

    Non so quanto sia diffuso il seguente modo di ragionare, ma parlando con un editore qualche tempo fa, registrai mentalmente la stupefacente battuta (semiseria) secondo la quale, se anche gli si fosse presentato un Dante ancora sconosciuto, non lo avrebbe pubblicato perché sarebbe stata una remissione certa. La stortura del mercato dal mio punto di vista è drammaticamente racchiusa in quel ragionamento, perché a un piccolo o medio editore, il mercato (che non è il lettore, ma l’autore e il lettore, insieme con tutti gli altri soggetti della filiera e infine i concorrenti) chiede proprio di saper riconoscere il talento quando non si è ancora affermato e non per spirito altruistico ovviamente, ma per fare in modo che l’impresa porti novità e funzioni, cioè guadagni. In un mercato quantitativo e frenetico come quello che lei racconta molto bene, da completare forse con il punto di vista degli autori, questo non può avvenire, perciò si pubblica di tutto e si scrive di tutto, con un fatale rovesciamento delle priorità. Il finale sembrerebbe scontato: morti i piccoli rimangono solo alcuni grandi. Ma, c’è un ma … Vengo perciò al suo proposito di pubblicare meno per pubblicare meglio. Mi perdoni, sembra una specie di disarmo unilaterale, un approccio che negli affari non credo abbia molte chance di successo. Quale è l’alternativa? Mettiamola così: il mercato si è evoluto nella forma attuale perché i più forti hanno fatto le prime mosse. Bene, male, chissà. Al momento, mi concentrerei su ciò che c’è di nuovo e di fantastico nel suo mercato: forse saranno gli eBook o le App, forse compariranno sulla carta delle tecnologie che la renderanno interattiva. In ogni caso, la produzione, la promozione, la vendita e la distribuzione saranno investite da cambiamenti che sfido chiunque a indovinare oggi. Scrivo mentre viaggio in treno, leggo su iPad, compro su Amazon, ricevo libri a casa o in ufficio, entro in libreria, acquisto anche ogni tanto libri di carta e non mi preoccupo minimamente di chi sia l’editore, frequento gli onnipresenti social network. Due anni fa non era così che funzionava. Internet ridisegnerà completamente la filiera e le professioni nell’editoria. Questa è una grande opportunità. Anziché alimentare il circuito dell’invenduto da riciclare è venuto il momento di puntare effettivamente sulla tecnologia e con un occhio rivolto al mercato internazionale perché nei fatti, tolta la carta, i mercati nazionali spariscono. Quello italiano è un piccolo mercato, troppo legato all’odore di stampa, che per inciso, mi piace anche, perché non sono più tanto giovane. In bocca al lupo.

  48. Simone Barillari scrive:

    @Vincenzo Cammarata. La ringrazio di questo intervento che è uno dei più interessanti e intelligenti che mi sia capitato di leggere in queste settimane, tanto più se, come mi sembra, non viene da un addetto ai lavori.
    Andiamo con ordine, allora.
    Innanzitutto non condivido l’affermazione, probabilmente solo provocatoria, dell’editore con cui ha parlato. Mi creda: la vera eccellenza – il grande autore, anche senza giungere all’immensità di Dante – finisce sempre, prima o poi, per trovare una pubblicazione e anche, nel tempo, una consacrazione, prova ne sia la difficile ma infine felice vicenda di Antonio Moresco e di quel capolavoro che è “Gli esordi”. E’ vero però che gli autori veramente significativi devono attualmente faticare ad affermarsi, come lei dice, più di quanto faticassero in passato autori altrettanto significativi. E il motivo è appunto la pletora di voci vane, il dilagante numero di opere mediocri che soffoca i pochi autentici talenti. In questo senso la proposta di decrescita va proprio in questa direzione: assottigliare il largo e osceno ventre molle che rende laida l’editoria. Pubblicare meno per pubblicare meglio non vuol dire, per la piccola e media editoria, deporre le armi, come lei teme, ma cambiare il campo di battaglia: dalla quantità e dalla logica industriale del bestseller alla qualità e al gusto artigianale del libro raffinato e curato. Combattere i grandi gruppi editoriali sul terreno del bestseller è accettare uno scontro impari, perché armati meno e peggio di loro: è andare incontro alla sconfitta certa in guerra sia pur vincendo occasionalmente qualche piccola battaglia.
    Quanto al futuro digitale che lei prospetta (e che tuttavia è ancora abbastanza lontano da rendere questa proposta importante per il presente), è proprio in quel futuro che la funzione di filtro degli editori, la loro continenza produttiva, sarà decisiva: pubblicare un libro avrà costi così bassi che quasi chiunque potrà farlo e saremo invasi da un’orda di libri mediocri. Gli editori dovranno allora essere, più di ogni altra cosa, selezionatori riconoscibili e affidabili: una via di mezzo tra un critico letterario e un libraio che conosce il cliente e gli consiglia un nuovo acquisto.
    Spero di averle risposto. Buone cose anche a lei.

  49. Emily scrive:

    I really like your writing style, wonderful info, appreciate it for putting up :D.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno […]

  2. […] seguendo con attenzione il dibattito successivo al tuo post e alle precedenti riflessioni di Barillari (e del gruppo TQ). Anche io ho avuto modo in questi anni di riflettere e discutere del mestiere di […]

  3. […] il dibattito estivo su quantità e qualità dei titoli pubblicati in Italia (dalla proposta per una Decrescita nella produzione di opere culturali di Simone Barillari al provocatorio Salva un libro Uccidi un editore di Derive e Approdi), il post […]

  4. […] fu il post e chi lo scrisse: tutto ebbe inizio con un intervento di Simone Barillari, pubblicato a fine giugno […]

  5. […] Simone Barillari – Per un patto di decrescita nella produzione delle opere culturali […]



Aggiungi un commento