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Perché ci mancano i Jefferson

Dal nostro archivio, un pezzo di Christian Raimo apparso su minima&moralia il 17 gennaio 2014.

Credo di aver visto tre serie tv per intero in vita mia: una è Breaking Bad, un’altra è il Dr. House, la terza sono I Jefferson. Ma se a trentacinque anni passati ho potuto rendermi conto, puntata dopo puntata, quanto e come mi abbiano influenzato la mia idea di modelli maschili, di condizione umana, di rapporto con la trascendenza, il mefistofelico Walter White e l’aristotelico Gregory House, soltanto oggi – oggi 18 gennaio che è il trentanovesimo anniversario della prima messa in onda sulla CBS dei Jefferson – mi sono messo a considerare quanto la mia preadolescenza – e quella della mia generazione, sì – sia stata segnata dalle più di cento ore passate con George Jefferson e sua moglie Louise (Wizzie, il nomignolo).

A partire dalla sigla Movin’on up, che sono sicuro che chiunque, nato tra gli anni’60 e gli ’80, legga quest’articolo saprebbe canticchiare all’impronta, e che nel tempo è stato coverizzata mille volte, come una specie di inno della black exploitation o della dance anni ’70, anche da Will Smith in Willy il principe di Bel Air, anche da Bill Murray in Garfield 2, persino da Beyoncé.

Come spesso accade, se ci mettiamo a riguardare su youtube o su Fox Retro qualche puntata dei Jefferson oggi, ci assale un sentimento non solo di feticistico struggimento ma anche di inquietante straniamento. Ci sembrano qualcosa di datato. E lo sono, viene da affermare. Lo sono in effetti, per una serie di motivi, non tutti edificanti.

Lo sono (1) perché fanno ridere fino a un certo punto. La prima battuta, che a 0.17 secondi della prima puntata della prima stagione vede Louise-Wizzie cercare di convincere una sua amica che l’ha accompagnata a casa per portarle la spesa a entrare a bersi un caffè: “Ci sono due cose che non sono divertenti se non si fanno in compagnia. La seconda è bere il caffè”, indica una caratteristica eminente della retorica comica: quella di essere tremendamente contestuale ai tempi, di regolarsi sul senso comune etico, politico, etc… Chi di noi la farebbe oggi una battuta del genere? Chi di noi ne riderebbe?

Lo sono (2) datati, dunque, perché la comicità dei Jefferson è una comicità che non è praticamente mai disincantata: sono personaggi quasi tutti vitalissimi (a parte la domestica Florence che più che cinica rivela un lato sprezzante) e soprattutto quando fanno delle battute spesso ridono insieme al pubblico delle risate registrate.

I personaggi della serie tv contemporanea nella maggior parte dei casi dicono e fanno cose divertenti perché alienati a loro stessi, sia in senso grottesco (vedi Shameless) sia in senso nevrotico (vedi Louis C.K.). Fatevi venire in mente qualunque sitcom dal 2000 in poi e vedete come non si cerca praticamente mai una sintonia, ma sempre una distonia tra fuori e dentro lo schermo – fino, per dire, a una specie di gioco di misunderstanding continuo nel patto con lo spettatore (vedi The office).

Lo sono datati (3) perché mettono in scena un modello di famiglia che sarebbe diventato non credibile in un solo decennio: quello di due genitori autorevoli, rispettati socialmente e privatamente, nonostante i difetti e le le relative punzecchiature (Florence, per dire, che prende in giro George perché è basso o stempiato).

I Jefferson (data di nascita 1975) vivono nel mezzo di un rapporto quasi esemplare come quello di Sanford e Son (1972) e la bonarietà con cui i genitori vengono messi in crisi dai figli in Casa Keaton (1982) o nei Robinson (1984).

La prima puntata dei Simpson è del 1989 e Homer non è più solo un padre o un marito da prendere in giro, ma un completo inetto – i figli (compreso Bart e paradossalmente anche Meggie) sono più rispettabili di Homer – e l’unica forma di affetto che si può provare per lui deve essere comprensivo della sua ebetudine.

La prima puntata di Absolutely Fabulous è del 1992: Edina e Patsy sono due donne mature semialcolizzate e assolutamente incapaci di essere dei modelli educativi. Julia, la figlia di Edina, è ancora più estrema della Lisa dei Simpson: un esempio perfetto di quei figli iperresponsabilizzati che avremmo imparato a conoscere non solo nelle sitcom. Se Peter Griffin è la versione esagerata di Homer: alcolizzato, ritardato mentale, totalmente immorale; Frank Gallagher, il padre della banda Gallagher di Shameless è forse il personaggio meno rispettabile che sia mai apparso su uno schermo: turlupinato da tutti, pur di non dormire per strada ha accettato di farsi violentare regolarmente con degli enormi dildo da una donna agorafobica che gli ha concesso un tetto.

Ma ancora: lo sono, datati (4), perché la sitcom famigliare che Canale 5 decide di trasmettere alle 19 – ora dei padri che tornano dal lavoro, non le 20 o le 21 come oggi – tutti i giorni dal 20 febbraio 1984 mette in scena una famiglia nera. Una famiglia nera che si è gentrificata certo, riuscendo a trasferirsi da Harlem a Manhattan perché George ha utilizzato i 3500 dollari ricevuti come indennizzo per un incidente d’auto investendoli in una catena di lavanderie, ma che ancora mostra i segni della sua origine proletaria. Nei Jefferson si usa per la prima volta, con un’accezione capace di rovesciare il significato di insulto, la parola nigger, con una icasticità che sarà esplicitamente rivendicativa e che ribalterà la correttezza politica solo da Spike Lee e Quentin Tarantino in poi. Nei Jefferson poi ci sono i Willis, la prima coppia interrazziale della televisione.

Ecco, a pensarci il mio modello di famiglia, che ho introiettato nella mia preadolescenza da videodipendente, poteva mettere insieme tutto questo e i due ragazzini neri adottati come Willis e Arnold, la famiglia nera senza donne di Sanford e Son, la superfamiglia nera di Bill Cosby e dei suoi Robinson. Un mondo black. Che fine hanno fatto i neri dopo metà anni ’80? I network nazionali CBS, NBC e ABC scelsero con una specie di whitewashing di eliminare di fatto le sitcom black, e i successi televisivi che soppiantarono I Jefferson sono serie totalmente bianchi: da Beverly Hills 90210 a Seinfeld a Friends a Dawson’s Creek… L’eccezione Willy il principe di Belair è appunto un’eccezione. Le poche serie americane superstiti di questo whitewashing (es: The Steve Harvey Show, Moesha, The Bernie Mac Show, The Parkers, The Jamie Foxx Show, Girlfriends e The Hughleys) non sono mai arrivate in Italia.

I Jefferson fanno oggi trentanove anni, sono miei coetanei. Ma mi rendo conto che, come molti di noi, sono invecchiati. Praticamente tutti i protagonisti della serie sono morti. Isabel Sanford (Louise), Paul Benedict (il vicino strampalato e scucchione Bentley; se potete guardatelo in questi altri video in cui interpreta il Mad Painter, che furono il motivo per cui fu scelto per la serie), Franklin Cover (Tom Willis) e Roxie Roker, madre di Lenny Kravitz (Helen Willis) e persino Mike Evans (che interpretava il figlio Lionel). Sherman Hemsley (George) è stato l’ultimo in ordine di tempo, nel 2012. La prima fu Zara Cully Brown, la mitica madre di George, nel 1978, mentre la serie era alla terza stagione; alla CBS decisero di non sostituirla e di far morire anche il personaggio della madre.

Sono invecchiati, lasciandosi dietro una scia malinconica che non è soltanto l’automatismo con cui rimpiangiamo tutto quello che ci accaduto quando avevamo dieci anni, ma è una specie di nostalgia per un tempo meno cinico, quello in cui potevamo ridere senza lasciar trapelare una specie di nichilismo di default. E in cui le battute acide, quelle della domestica Florence nascondevano un evidente sentimento di rivalsa sociale contro il conformismo dei suoi padroni un po’ riccastri e un po’ arrivisti, l’ideale di un efficientismo, e tutto quello che significava in fondo il mondo rimodellato in chiave reaganiana.

Ah, Marla Gibbs, l’attrice che interpretava Florence, è l’unica sopravvissuta.
Forse più di tutto mi manca il suo scazzo nei confronti di George, e i mugugni di lui nei confronti di lei.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
14 Commenti a “Perché ci mancano i Jefferson”
  1. domenico scrive:

    Credo che l’analisi di Raimo sia del tutto condivisibile e siccome, come lui scrive, ci hanno lasciato anche “una scia malinconica…una specie di nostalgia per un tempo meno cinico” mi viene subito in mente che proprio grazie ai Jefferson, per la prima volta, sentii parlare di Martin Luter King e della sua tragica morte: c’è George che ricorda il suo passato, la scena è ambientata dentro il locale, ancora da ristrutturare, che diventerà la sua prima lavanderia, sta facendo vedere a Wizzie con orgoglio come organizzerà il posto, ad un tratto si sente un gran trambusto, uomini che urlano, George si affaccia sulla strada e qualcuno dice che “hanno ucciso il reverendo King!”. La sua reazione immediata è quella di prendere una sedia e lanciarla contro una finestra per sfogare la rabbia mentre Wizzie, incredula e in lacrime, resta immobile, senza parole.

  2. Nicola Lagioia scrive:

    La scena in questione (su MLK) è al minuto 02.10

    http://www.youtube.com/watch?v=rrBo0u02n-o

  3. domenico scrive:

    Nonostante le mie imprecisioni, è proprio quella scena che l’articolo di Raimo ha riacceso nella mia memoria un pò offuscata. Grazie Nicola!

  4. Nicola Lagioia scrive:

    figurati… è stato un piacere rivederla anche per me.

  5. Paolo1984 scrive:

    anch’io ricordo I Jefferson.
    Bè in realtà le serie black ci sono ancora solo che in Italia non sono distribuite (le ragioni mi sfuggono). Comunque ciò che mi appassiona nelle serie tv di ieri e di oggi (e della narrativa in generale) è come raccontano personaggi e relative psicologie, comportamenti, sentimenti e situazioni (familiari e non solo), relazioni credibili , plausibili (compatibilmente con le atmosfere e il genere di storia), che possono esistere ed esistono nella realtà
    Personalmente non ci vedo “modelli”, ci vedo prima di tutto storie che riguardano l’umano, le persone

  6. marco cassini scrive:

    Da qualche mese ho rifatto pace con la mia adolescenza.
    Fingendo di essere negli anni Ottanta, a cena mi guardo anche io i Jefferson (senza sapere che contestualmente, in un altro quartiere della capitale, anche Christian Raimo stesse costruendo questa magnifica Operazione Nostalgia).
    Su Youtube ci sono tutte le puntate in inglese, e così da qualche mese ogni sera mi apparecchio la tavola, e mentre mangio mi guardo una o due puntate.
    Tra il fatto che ora ho trent’anni di più di allora, e il fatto che nel vederle in inglese si colgono maggiori sfumature rispetto alle (immagino, non ho avuto modo di verificare) sciatte o quanto meno non approfondite traduzioni per il doppiaggio della nascente tv commerciale italiana, è facile rendersi conto della forte connotazione razziale presente nella quasi totalità delle battute di ogni puntata.

    Come ci succede per le letture, quando un libro ti rimanda a un altro, qualche mese fa, studiando in rete la storia degli autori dei Jefferson, la vicenda produttiva e la ricezione da parte di pubblico e media di questa serie tv per molti versi dirompente, sono arrivato a conoscere un’altra serie, imparentata attraverso i legami di spin off genealogici che attraversano le relazioni familiari fra diverse sit-com più o meno coeve. Io non la conoscevo (e non essere abbonato Sky e quindi non poter guardare Fox Retro mi ha fatto probabilmente arrivare buon ultimo ad apprezzarla): All in the family, creata da Norman Lear, andata in onda dal 1971 al 1979, ed entrata nella storia della tv di intrattenimento americana per aver stabilmente occupato la prima posizione delle classifiche d’ascolto per oltre metà delle sue stagioni, in un’epoca in cui forse ancora non si parlava di “stagioni” televisive.

    A guardarla dopo aver avuto la mia tardiva illuminazione sui Jefferson, poi, ho capito che ci sono molti più riferimenti e ammiccamenti politici, sociali e razziali in All in the family che nei Jefferson.
    (Quindi, Christian, e altri jeffersoniani all’ascolto, vi suggerisco anche questa serie. La trovate tutta sempre su Youtube.)

    E come sempre, pur volendo condividere l’idea di Raimo che i Jefferson siano “datati”, non si può che pensare con invincibile tristezza all’evidenza che una sit-com di quarant’anni fa, che pure consideriamo datata, rischiava, ammiccava, faceva statement, si portaa al limite, poneva punti fermi in un dibattito politico molto più che una qualsiasi acclamata produzione televisiva (e ahimè anche di parecchio cinema) della metà degli anni Dieci del secolo successivo a quegli anni Settanta del Novecento, che da qualche mese sto ricostruendo, sera dopo sera, a casa mia, all’ora di cena.

  7. Christian Raimo scrive:

    @Marco

    Mi hai superato a sinistra, a destra, e sopra, lungo il viale della nostalgia. Mi devo vedere All in the family.
    Vederla in inglese è incredibile, la voce di Hemsley e Sanford è talmente connotata che rivelano molto della loro originale popolare, mentre Enzo Garinei e Isa Di Marzio rendono i loro personaggi molto più borghesi.

    Condivido la tristezza tua. Anche dopo aver visto la scena pazzesca, per una sitcom così popolare, in cui George spacca la sedia contro il muro dopo aver sentito di Martin Luther King.

  8. Paolo1984 scrive:

    “Bè in realtà le serie black ci sono ancora solo che in Italia non sono distribuite (le ragioni mi sfuggono)”

    In Italia comunque è arrivata Lincoln Heights, Tutti odiano Chris e Tutto in famiglia di recente

  9. Nicola Lagioia scrive:

    La scena è ancora più profonda. Spacca la sedia contro la finestra. Così come la finestra era stata infranta poco prima dal mattone lanciato da uno sconosciuto.
    Violazione della proprietà privata. Incazzatura di George. Notizia su MLK. Autoviolazione della proprietà privata (la stessa, la finestra) da parte di George. Una sorta di rito speculare al quadrato e al cubo nella coscienza che ciò che è andato perso (MLK, le sue idee ecc.) era un tesoro molto più importante che apparteneva a tutti.

  10. Isa scrive:

    you ain’t even all that good looking: un omaggio a Isabel Sanford prima che diventasse Wizzie Jefferson
    http://youtu.be/IC88Tc43r6A
    (not by the way, la figlia di Edina Monsoon in Ab Fab si chiama Saffron: Julia è il nome di Sawalha, l’attrice che la interpreta). (By the way, gran pezzo.)

  11. Maurizio Di Battista scrive:

    Grazie Christian per questo tuffo nel passato. Tra l’altro ne stanno ridando parecchie su un canale del digitale terrestre che ora non ricordo…

    Comunque bisogna sforzarsi di vedere tutti i film in lingua originale. Il doppiaggio, per quanto di alto livello in italia, è inevitabilmente fuorviante.

    Solo un appunto: Harlem fa parte di Manhattan :-)

    Corro a vedermi all in the family!

  12. cica scrive:

    I jefferson icona tv degli anni 80 divertentissimi,gustosissimi, insegnavano valori e buoni sentimenti, forti le scenette quando George litiga con Florence, le discussioni fra George e Wizzie, tipica sit-com americana peccato non facciano piu’ le repliche ci mancano i jefferson!

  13. ERRICO scrive:

    Commento tonitruante e stucchevole. I JEFFERSON non sono affatto datati. E’ come dire che è datata la Divina Commedia o I Promessi Sposi. Sono opere d’arte, capolavori. Quella di fare ridere è un arte nobile e difficilissima come ci ha insegnato Totò.
    I JEFFERSON sono un classico e sono e saranno sempre per cioò stesso moderni ed attuali.

  14. Alessandra scrive:

    Ragazzi che ricordi incredibili.
    Rivedere i Jefferson e’ come reincontrare vecchi amici con cui hai condiviso serate serene con la famiglia. Io e mio fratello ancora ci scambiamo le battute.

    Ora che sono morti mi riporta nostalgicamente a un tempo lontanissimo che purtroppo non tornera’ piu’.
    Incredibile la curiosita’ che Louse aveva ben 21 anni piu di George e non si vedeva….

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