Perché Franzen è Franzen

Questo articolo è uscito sul Riformista.

«L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheveer, perché la rivista Time li aveva messi in copertina. (…) Nell’ultimo decennio, la rivista il cui profilo rosso ha incorniciato per due volte la faccia di James Joyce, ha dedicato la copertina a Scott Turow e Stephen King. Si tratta di due validi scrittori, ma non c’è dubbio che siano state le dimensioni dei loro contratti a procurare loro quelle copertine». Questo scriveva, nel 1996, Jonathan Franzen, lo scrittore americano a cui è stata dedicata proprio la scorsa copertina di Time. Questa volta, all’interno della cornice rossa, sotto il profilo pensieroso di Franzen, il magazine precisa «Great American Novelist». In tempi non sospetti, prima cioè di diventare cover-boy, l’autore di Le correzioni proseguiva così il suo ragionamento, in un saggio pubblicato su Harper’s: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli».

Il 31 agosto scorso è uscito nelle librerie americane Freedom  (pubblicato da Farrar, Straus and Giroux), l’ultimo attesissimo romanzo di Jonathan Franzen reduce, col bestseller Le correzioni (Einaudi), dal National Book Award. Il presidente USA Obama è riuscito ad avere Freedom prima dell’uscita ufficiale e lo ha portato in vacanza come lettura dell’estate. Obama aveva anche in valigia Tinkers di Paul Harding (lo sconosciuto che dopo aver ricevuto vari rifiuti dagli editori ha vinto il premio Pulitzer) e A Few Corrections di Brad Leithause – mentre le figlie leggevano l’intramontabile Il buio oltre la siepe e Il pony rosso di Steinbeck.
Il giorno dell’uscita, Freedom è salito al primo posto della classifica delle vendite di Amazon (la libreria virtuale che sta facendo chiudere Barnes&Noble e che a sua volta aveva fatto tirare giù le serrande ad un esercito di piccole librerie newyorkesi).

In Italia, Libertà uscirà il prossimo febbraio (per Einaudi, con traduzione di Silvia Pareschi). Nell’attesa, visti i risultati già ottenuti in America ci si può chiedere –  assodato che le copertine di «Time» riflettono i gusti della nazione – come mai l’America ama la narrativa di Franzen.
Il riconoscimento della critica, per Franzen, arriva già col suo primo romanzo La ventisettesima città che viene accolto bene e racconta la storia di una città del Midwest. Il secondo libro, Strong Motion è la storia di una famiglia del Midwest. Il trionfo arriva però col terzo romanzo uscito una settimana prima dell’11 settembre 2001: Le correzioni. Franzen aveva finalmente scritto il grande romanzo sociale sull’America mettendo in scena stanchezze, illusioni e debolezze della famiglia Lambert. Ma perché oggi Franzen è Franzen?
Franzen piace perché non è elitario e perché la sua scrittura avvolgente emana tepore. Franzen piace più del colto Philip Roth e del postmoderno Don DeLillo, piace più del labirintico Thomas Pynchon e del polveroso Cormac McCarthy perché sa unire la qualità letteraria (altissima) ad un gusto popolare, offrendo storie ricche, complesse eppure lineari, che arrivano alle persone (in modo trasversale) e le fanno sentire parte di una comunità di esseri umani. Nelle pagine di Franzen non si troverà mai nessun compiacimento intellettuale (né le arguzie cerebrali che seminava David Foster Wallace che chissà se avrebbe mai scritto qualcosa per Tutti i Lettori). Si potrebbe dire che la  narrativa di Franzen sia perfettamente a metà strada tra la cultura di massa e la Cultura Sofisticata, (sperimentalismi, metanarrazioni, avanguardie varie) se non fosse che invece, questa sua capacità di aver trovato una voce altra, lo pone fuori proprio da queste categorie e anzi le fa collassare. Franzen diverte e stimola, fa piangere i suoi lettori sulle tragedie della vita e intanto illumina il cammino accidentato che percorre oggi la società occidentale: con le sue avidità, i suoi vizi e i suoi drammi morali. La sua scrittura ironica fa parlare gli oggetti quotidiani, dà voce all’infelicità che ammanta  le province e le grandi città, e protegge dalle nuove paure del mondo, esorcizzandole (l’Alzheimer, l’inquinamento o la guerra). I suoi temi forti però sono due, forse anzi due sono i suoi unici temi in assoluto: la depressione e la famiglia. Attorno a questi nuclei ricama storie americane, affreschi della storia recente, e costruisce per i lettori luoghi tiepidi e personaggi indimenticabili.
Sono passati nove anni da quando è uscito Le correzioni. L’America è cambiata. Al posto di Bush c’è Obama. Freedom è un ambizioso volumone di seicento pagine che racconta la middle class americana: ancora la storia di una famiglia di provincia. Ancora, e Tolstoj lo avrebbe apprezzato, la storia di una famiglia infelice.
La vicenda è ambientata nel 2004 durante la presidenza Bush (è proprio per riappropriarsi della parola libertà che Franzen ha scelto questo titolo). La coppia protagonista, Walter e Patty Berglund, che vota per i democratici, litiga sempre con i vicini di casa repubblicani (anche se Joey Berglund lavora per i repubblicani e ha inventato falsità sulla guerra in Iraq).
La coppia modello, benestante, che pare salda e invincibile mostra tutta la sua fragilità quando avviene un imprevisto nella casa. Il lato oscuro degli individui e dell’America, la meschinità e la mediocrità borghese vengono fuori disegnando ancora una parabola di decadenza. Nelle disfunzioni di una famiglia coglie le dinamiche che sono all’opera in una intera nazione.
Sulla copertina di Time sono stati ritratti in passato scrittori come Nabokov, Salinger, Toni Morrison e Joyce. Non si può dire che siano stati ritratti autori che non meritino fama. Però, come tutte le volte che si vede formarsi un canone letterario, non si riesce ad evitare di far mente agli esclusi.
La raccolta di saggi di Franzen del 2002 si intitolava How to Be Alone (Come stare soli, Einaudi). Ed è proprio questa la domanda che viene da porsi vedendolo solo in copertina, serio, coi suoi pensieri. Dove sono gli altri? Sarà pure che una copertina di un magazine non è una storia letteraria, ma mancano proprio tutti i più grandi: Roth, DeLillo, Pynchon, Ellis, McCarthy. Ogni tanto Time potrebbe forse fare una bella foto di gruppo. Perché Franzen, senza di loro, non può stare davvero da solo.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
3 Commenti a “Perché Franzen è Franzen”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Aspetto di leggere FREEDOM. Per adesso nel mio personalissimo canone Franzen lo metto dopo Wallace, DeLillo e Pynchon, ma già prima di Roth ed Ellis; McCarthy mi sembra un autore del secolo scorso, è difficile collocarlo accanto agli altri. E’ una specie di “fossile” giunto intatto fino a noi.

  2. stefano t scrive:

    Anch’io aspetto Freedom. Per ora Franzen (di cui ho letto solo Le Correzioni, eh) mi sembra effettivamente una versione più popolare di Wallace (che tra l’altro lui stesso ammette essere la sua stella polare), per quanto riguarda il tema centrale attorno cui ruota la sua scrittura: il contrasto tra la midwestness come allegoria di un sistema di valori saldo ma ambiguo e morente e la cultura radicalmente ironica in cui viviamo. Leggendo Le Correzioni più volte mi sono imbattuto in brani o parole che senza aver letto Wallace sarebbero scivolate via più o meno inosservate, ma che al contrario hanno subito scatenato una serie di associazioni; è il caso ad esempio della crociera tragicomica che fanno i Lambert (vedi ‘Una cosa divertente che non farò mai più), della parola ‘anedonia’ (vedi I J) o della sceneggiatura scritta da Chip (che mi ha subito ricordato i racconti paradossali della ‘scopa del sistema’)

  3. Enrico Macioci scrive:

    Credo che Franzen abbia cercato e cercherà d’affrancarsi in tutti i modi dall’ingombrante amico e contemporaneo Wallace (non c’è intervista di Franzen in cui non gli venga fatta almeno una domanda su Wallace). Franzen è decisamente più “classico”, Wallace più incandescente e innovatore e spericolato. Credo che durante e dopo Wallace, la cosa più saggia da fare sia allontanarsene. E’ un fuoco che brucia. Già Philip Roth, che ha 30 anni più di Franzen, può rappresentare un modello meno ansiogeno e meno complicato da gestire (anche se più convenzionale e forse inflazionato) – e infatti a me sembra che Franzen vada in quella direzione.

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